Finanza

Svizzera controcorrente sui requisiti di capitale

Dagli USA all’UE, le regole sugli attivi propri delle banche si stanno ammorbidendo - Berna, dopo il caso di salvataggio clamoroso di Credit Suisse, propone di stringere i criteri di capitalizzazione per gli istituti cosiddetti sistemici - UBS respinge con forza la copertura integrale delle sue filiali estere
© CdT/Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
13.01.2026 06:00

Mentre negli Stati Uniti e in altre giurisdizioni si discute di alleggerire i requisiti patrimoniali delle banche per stimolare la competitività e il credito, la Svizzera sceglie la strada opposta. Dopo il collasso di Credit Suisse, il Consiglio federale ha presentato, a inizio giugno scorso, un pacchetto di misure volto a rafforzare la resilienza delle banche sistemiche. La fase di consultazione si è conclusa venerdì e UBS, come pure l’Associazione svizzera dei banchieri, ha reso noto la sua posizione.

A livello globale, la tendenza è chiara: diciassette anni dopo la crisi del 2008, molti regolatori stanno riducendo le riserve di capitale. Negli USA, la Federal Reserve sta rivedendo il cosiddetto «Endgame» (misure finali) del pacchetto di riforme contenute nell’accordo Basilea III introdotto nel 2010 proprio per rafforzare la solvibilità e la liquidità del settore bancario, con proposte che includono l’attenuazione delle regole sulla leva per le banche di rilevanza sistemica. Secondo alcune stime, queste modifiche potrebbero liberare fino a mille miliardi di dollari di capacità creditizia. Anche la Bank of England ha ridotto di un punto percentuale il requisito di capitale per gli istituti nel Regno Unito, mentre la Banca centrale europea va verso una semplificazione della regolamentazione, senza abbassare i livelli minimi. Non si tratta di una corsa al ribasso, ma di una tendenza verso maggiore flessibilità. In Giappone, invece, il regolatore ha implementato integralmente Basilea III per le tre megabanche del Paese.

Non solo capitale

Nonostante la crisi del 2008, l’aumento dei requisiti di capitale è stato minimo: negli USA il CET1 bancario (Common Equity Tier 1, il «cuore» del capitale di una banca, composto da azioni e utili accantonati) è salito solo da 10% a 11,8%, mentre nell’Eurozona da 8,5% a 11,5%. In generale, i requisiti CET1 appaiono simili tra le banche sulle due sponde dell’Atlantico, ma le differenze nei modelli di ponderazione del rischio rendono i confronti difficili. Negli Stati Uniti, le banche non possono usare modelli interni per calcolare i Risk-Weighted Assets (RWA), il che spesso implica vincoli più severi. In Europa, invece, l’uso di modelli interni consente maggiore flessibilità. Questo alimenta il dibattito sull’arbitraggio regolatorio e sulla comparabilità dei bilanci.

Secondo il consulente indipendente ed esperto di materia bancaria Luca Soncini, «Basilea III è un quadro normativo di riferimento, ma oggi un approccio simile sarebbe politicamente impensabile. Regole comuni sono più difficili da implementare e le fughe in avanti penalizzano la piazza svizzera». Soncini sottolinea che il capitale è necessario, ma non sufficiente: «Le crisi recenti hanno mostrato che i veri problemi sono la liquidità, la governance e vertici inadeguati e la gestione del rischio. Il rafforzamento dei requisiti è utile solo se accompagnato da una visione d’insieme e soprattutto da coordinamento internazionale. Non sono accettabili modelli individuali in un mondo comunque interconnesso». Il riferimento dell’esperto è al classico «elefante nella stanza»: la Cina che, pur dichiarando adesione a Basilea III, applica regole nazionali poco trasparenti, con esposizioni elevate all’immobiliare e agli enti locali. «Questo alimenta rischi sistemici globali e riduce la comparabilità dei requisiti patrimoniali», avverte l’esperto.

Una scelta solitaria

Il pacchetto di misure messo in consultazione dal Consiglio federale prevede requisiti più severi per le banche di rilevanza sistemica, con interventi su governance, liquidità e stress test integrati. L’obiettivo è ridurre il rischio di interventi straordinari da parte della Banca nazionale e della Confederazione, come accaduto nel salvataggio di Credit Suisse. Tra le misure discusse vi sono il rafforzamento del capitale, la revisione delle riserve anticrisi e la maggiore trasparenza sui piani di emergenza.

Una seconda consultazione è attesa entro la primavera e si concentrerà su punti specifici, tra cui la capitalizzazione delle filiali estere delle banche sistemiche. Il tema riguarda in pratica solo UBS. Pur condividendo l’obiettivo di rafforzare la resilienza, la banca guidata da Sergio Ermotti respinge la proposta di dedurre dal CET1 la totalità delle filiali estere, giudicandola estrema e non allineata agli standard internazionali. Secondo UBS, ciò comporterebbe costi aggiuntivi per circa 23 miliardi di dollari e un forte svantaggio competitivo per la piazza svizzera. L’istituto di credito sostiene inoltre che la proposta comprometterebbe la continuità del modello di business di successo di UBS e osserva che il regime esistente, se fosse stato applicato in modo coerente, avrebbe costretto Credit Suisse ad attuare adeguamenti strutturali molto prima per garantire la sua sopravvivenza. UBS avverte che la Svizzera rischia un «Swiss solo effort» con regole più severe di qualsiasi altro centro finanziario. Infine, per UBS il pacchetto proposto dal Consiglio federale ignora gli strumenti già introdotti per la stabilità, come il regime di risoluzione e le obbligazioni convertibili (i famosi bond AT1).

«È troppo grande»

«UBS è un’ottima banca, ma è molto troppo grande per la Svizzera e quanto le si chiede sul capitale è ancora poca cosa rispetto ai rischi che pone per la Confederazione. Penso in particolare ai prestiti per 168 miliardi di franchi e valuta estera che Credit Suisse, ben più piccolo dell’attuale UBS, ha ricevuto dalla BNS per contrastare la sua crisi di liquidità, aiuti che la BNS ha potuto dare grazie a circostanze fortuite come riserve ufficiali in eccesso e l’esistenza di linee di credito eccezionali con le altre banche centrali che potrebbero non ripetersi». Così sostiene Antonio Foglia, vicepresidente del Cda della Banca del Ceresio. Il banchiere luganese ricorda che «purtroppo i requisiti internazionali sul capitale sono ancora largamente insufficienti e il sostegno pubblico in caso di crisi resta implicito. Ma se gli altri Paesi desiderano procedere così, date le dimensioni di UBS rispetto alla Svizzera, si tratta tuttavia di un rischio che la Confederazione non può e non deve assumersi». Foglia critica, infine, anche le distorsioni introdotte dagli strati di normativa addizionale che non hanno risolto i problemi, pur ingessando il settore bancario, che avrebbe dovuto subire dopo la crisi del 2008 un ripensamento ben più radicale. «Il problema non è solo quanto capitale chiediamo, ma come lo calcoliamo e quali incentivi creiamo», conclude.

Nelle scorse settimane voci di stampa davano per allentate alcune regole specifiche per UBS. La procedura di consultazione passa ora in una seconda fase. Il messaggio del Consiglio federale è atteso solo per la fine dell’anno. Dopodiché sarà il Parlamento a decidere in merito.

In questo articolo: