Il caso

Flávio Bolsonaro negli USA con un visto umanitario pronto a «guidare l'opposizione»

L'ingresso negli Stati Uniti del candidato brasiliano sconfitto e della sua famiglia è stato approvato dal presidente americano Donald Trump – Il senatore ha fatto sapere di voler continuare la sua attività politica «a distanza»
© Marta Lavandier
Red. Online
30.10.2026 19:00

La sconfitta alle urne, le indagini per riciclaggio di denaro e corruzione, l'annullamento del passaporto da parte delle autorità, la fuga in Florida con la famiglia dall'amico Donald Trump che si è detto subito disposto ad accoglierlo. Flávio Bolsonaro, il candidato sconfitto alle presidenziali brasiliane, nelle ultime ore sta facendo parecchio discutere e anche la sua ultima affermazione è destinata a veder ripetersi il medesimo copione. Proprio dagli Stati Uniti, a Miami, dove è atterrato mercoledì insieme alla sua famiglia, il senatore ha fatto sapere di essere pronto a guidare l'opposizione «a distanza», continuando di fatto la sua attività politica, come ha riportato il Wall Street Journal.

Dichiarazioni ritrattate

Fin da subito è apparso piuttosto chiaro che la sconfitta subita il 26 ottobre alle elezioni presidenziali, vinte dall'avversario Luiz Inacio Lula da Silva, non è stata ben digerita da Flávio Bolsonaro. Il politico, infatti, in un post su X citato da Watson ha dichiarato senza mezzi termini di essere «il presidente eletto», parlando addirittura di «brogli elettorali» durante il voto e aggiungendo che la vittoria del presidente uscente Lula «era stata possibile solo grazie a un sistema giudiziario corrotto». Il tempo di scatenare l'indignazione (oltre a possibili ripercussioni legali) e le dichiarazioni in un attimo sono state rimosse dal social per essere poi ripubblicate in versione decisamente edulcorata, nella quale Bolsonaro non si riferiva più a sé stesso come «presidente», ma più semplicemente come «leader» del Brasile.

L'aiuto di Trump e Milei

A fare parecchio rumore anche la fuga di Flávio Bolsonaro dal Brasile verso Miami, che si sarebbe svolta attraverso l'Argentina. Il politico brasiliano ha infatti ha ringraziato chiaramente il presidente argentino Javier Milei «per il suo coraggio, il suo senso di giustizia e la sua legalità» e l'omonimo americano Donald Trump per l'aiuto ricevuto. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, in particolare, il Tycoon si sarebbe adoperato parecchio per l'entrata di Bolsonaro negli Stati Uniti. Sin da subito dichiarandosi disposto all'accoglienza e poi approvando personalmente l'ingresso del politico e della sua famiglia. Ma non solo. Il segretario di Stato Marco Rubio si è attivato nelle scorse ore per il rilascio dei visti. La famiglia Bolsonaro, spiega il WSJ citando alcune fonti, è quindi entrata negli USA con un «permesso umanitario» che consente la permanenza di un anno. Un periodo di esilio nel quale il senatore intenderebbe, come detto, proseguire con la politica. Ora la famiglia si trova in Florida, tra Orlando e Miami, Stato nel quale vive il fratello del politico, l’ex deputato Eduardo, anch’egli latitante. Inoltre l'aiuto fornito da Milei avrebbe aggravato ulteriormente i rapporti già molto freddi tra Brasile e Argentina. Tra i due Paesi, dopo gli insulti del presidente argentino a Lula dello scorso agosto, è scoppiata infatti una grave crisi diplomatica culminata nel fatto che né l'Argentina né il Brasile abbiano un ambasciatore in carica nelle rispettive capitali.

«Una caccia alle streghe»

Flávio Bolsonaro, sempre sul suo canale social citato da Watson, ha tenuto però a precisare che la sua decisione di lasciare la patria insieme alla famiglia non è stata una fuga. «Non sono fuggito dal Brasile», ha scritto. «Ho lasciato il Paese nell'interesse del Brasile». Specificando che dall'estero non intende stare con le mani in mano, con lo scopo di impedire a Lula «di consolidare un regime dittatoriale» e dicendosi appunto pronto a guidare l'opposizione anche dagli Stati Uniti. Ma non solo. Flávio Bolsonaro è arrivato persino a paragonarsi a Charles de Gaulle, militare e politico francese, nonché primo Presidente della quinta Repubblica francese. Il politico ha altresì sottolineato che non esiste alcun mandato di arresto nei suoi confronti, quanto piuttosto «una caccia alle streghe a sfondo politico».

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