«Il riscaldamento globale sta accelerando, bisogna eliminare al più presto i gas serra»

Marco Gaia, meteorologo e Responsabile del settore Previsioni e consulenze di MeteoSvizzera, analizza con il CdT l’ondata di caldo che sta investendo l’Europa e la Svizzera.
Signor Gaia, il
caldo sta soffocando un po’ tutti ma per voi studiosi del clima, forse, non è
un fenomeno inatteso. È così?
«L’aumento delle
ondate di caldo è una delle conseguenze del riscaldamento globale. Da due
secoli bruciamo combustibili fossili in modo intensivo e quando si usano i
combustibili fossili, alla fine, è una legge della natura, si genera anidride
carbonica, la famosa CO₂. L’anidride carbonica interagisce con gli scambi di
energia nell’atmosfera fra quella che arriva dal Sole e quella che riparte
dalla Terra, e l’effetto netto finale è di “intrappolare” energia
nell’atmosfera, che dunque si riscalda. La CO₂ rimane nell’atmosfera per
centinaia di anni. Quella da noi emessa si sta sta accumulando da circa
duecento anni, motivo per cui l’effetto dell’aumento delle temperature in tutte
le stagioni è la manifestazione più evidente del riscaldamento globale».
Che in estate si
fa particolarmente sentire.
«Certo. Se le
temperature salgono a ottobre, gennaio o febbraio, non dà così tanto fastidio,
anzi: siamo forse contenti, perché dobbiamo riscaldare meno le nostre case. Ma
quando le temperature crescono d’estate, soffriamo. Perché raggiungono valori,
di giorno e di notte, a cui il nostro organismo, e anche le nostre
infrastrutture, non sono veramente abituati».
L’attuale ondata
di caldo ha caratteristiche particolari? È maggiore delle precedenti? Ed era
prevedibile nella sua intensità?
«I bilanci si
fanno a bocce ferme, e l’ondata di caldo non è ancora terminata. Tuttavia, la
precocità, intensità e l’estensione dell’ondata sono particolari. In Svizzera
le temperature medie sono 8 – 10 gradi sopra quelle usuali di giugno. Siamo ai
livelli dell’ondata di giugno 2003 , se non anche qualcosa in più».
Le persone si
chiedono quando finirà questo terribile caldo. Si può fissare un termine?
«Sappiamo che il
picco è atteso per la fine della settimana, poi arriverà sulla Svizzera aria
leggermente meno calda. Le temperature tenderanno lentamente a rientrare verso
valori più normali, dapprima al Nord delle Alpi e poi in seguito anche a Sud».
Tutti hanno visto
l’impressionante rappresentazione grafica dell’ondata di calore, una fascia
rossa scurissima che tagliava in due l’Europa. Perché il Vecchio continente è
stato colpito in maniera così forte?
«L’Europa non è
colpita statisticamente più di altre regioni. Semplicemente, poiché ci riguarda
in modo diretto, l’ondata fa più notizia rispetto a quando sono interessate
altre regioni. Simili situazioni si stanno manifestando sempre più. in tutto il
mondo. Che aree vaste come l’Europa siano colpite da questo fenomeno,
purtroppo, è assolutamente normale. Le ondate di caldo sono fenomeni
meteorologici molto vasti e per questo motivo sono anche quelli che provocano
in assoluto più vittime».
Si parla con
insistenza anche del Niño, che sta per arrivare e che potrebbe essere ancora
più disastroso. Può spiegare ai nostri lettori di che cosa si tratta?
«ElNiño è un
fenomeno naturale ricorrente che si verifica ogni 5-7 anni in una zona
abbastanza precisa dell’Oceano Pacifico, fra l’Australia e il Cile, e si
manifesta come un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico. Essendo la
regione toccata estremamente ampia, gli scambi tra oceano e atmosfera fanno sì
che El Niño abbia un impatto anche sui fenomeni meteorologici delle regioni
circostanti. In Europa non c’è da temere impatti diretti, siamo
sufficientemente lontani. Ma impatti indiretti, non si possono escludere, ad
esempio attraverso le catene di approvvigionamento. Tanti chiedono in questi
giorni se El Niño possa essere all’origine dell’attuale ondata di caldo in
Europa. La risposta è no, perché El Niño si sta sviluppando adesso e il suo
picco arriverà solo verso l’autunno».
Da qualche anno,
diciamo dallo scoppio della guerra in Ucraina, l’opinione pubblica sembra
essere meno attenta alla questione del cambiamento climatico. In tal senso, non
aiutano nemmeno scelte politiche precise da parte di alcuni leader del mondo.
Non le chiedo un giudizio politico, ma non crede che si debba tornare a
insistere sul tema, vista anche l’accelerazione del fenomeno forse
sottovalutata?
«Per anni chi si
occupa di cambiamenti climatici è stato accusato di allarmismo. Nella comunità
climatologica iniziamo a chiederci se al contrario non siamo stati troppo
ottimisti. Ondate di caldo come l’attuale ce le aspettavamo fra un paio di
decenni. L’opinione pubblica, è vero quello che lei dice, parla attualmente, e
comprensibilmente da un certo punto di vista, molto più delle crisi legate alle
guerre o all’approvvigionamento energetico messo in crisi dalle tensioni tra
USA e Iran. Ma non possiamo dimenticare che la natura segue il suo corso, e
anche se noi siamo distratti da altri temi, l’accumulo di gas ad effetto serra
causato dall’uso dei combustibili fossili sta continuando. Prima o poi le
guerre termineranno, come sempre accaduto anche in passato, e allora ci
accorgeremo che nel frattempo l’accumulo di gas a effetto serra è continuato,
con tutte le conseguenze del caso. È nel nostro interesse proseguire con
maggiore impegno ogni sforzo verso la decarbonizzazione della società: dobbiamo
abbandonare i combustibili fossili a favore di fonti energetiche che non
emettono gas a effetto serra».
Anche in questo
caso un eccesso di ottimismo?
«Non sarebbe
corretto affermare che non si è fatto niente in questo senso negli ultimi anni.
Si iniziano finalmente a vedere le prime conferme statistiche che dimostrano,
ad esempio, come l’energia elettrica prodotta tramite il solare sia al momento
quella più a buon mercato esistente sulla Terra. In sempre più nazioni
l’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili sta superando la quota
parte prodotta dai combustibili fossili.. Quindi, nonostante vi siano leader
politici che stanno un po’ frenando sullo slancio della protezione del clima,
il movimento verso la decarbonizzazione è partito e sta avanzando. La scommessa
è capire se avanzerà sufficientemente alla svelta. E qui, ognuno di noi può
fare la sua parte, senza aspettare i politici».
In che modo?
«Il più semplice
è non sprecare, laddove si può, l’energia. Un po’ più complesso ma sempre più
alla nostra portata è l’installazione di pompe termiche, la costruzione di
impianti fotovoltaici, l’acquisto di auto elettriche. Insomma: tutto ciò che
aiuta a diminuire la dipendenza dai combustibili fossili. In questo modo non si
protegge solo il clima, ma si rafforza anche l’indipendenza energetica della
Svizzera. Inevitabilmente anche il nostro stile di vita deve cambiare, non
possiamo, per fare un esempio, continuare ad attraversare con l’aereo mezzo
mondo solo per prenderci qualche giorno di ferie. E poi, come diceva Al Gore un
paio d’anni fa, teniamo a mente che anche i politici sono una risorsa
rinnovabile: ogni quattro anni i cittadini possono influenzare il proprio
destino».
Un’ultima
questione: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale presuppone un’enorme
quantità di energia. La preoccupa? Può diventare un problema?
«Mi preoccupava.
Poi sono andato a informarmi. Chi si occupa di questo tipo di tematiche ha
fatto due conti e ha visto che sì, effettivamente i data center hanno bisogno
di grandissime quantità di energia; e tuttavia, rispetto a tutta l’energia che
l’umanità sta utilizzando al giorno d’oggi per spostarsi, per riscaldare o
raffreddare le case, per fare cose molto intelligenti e cose molto stupide,
come la guerra ad esempio, alla fine i data center non stravolgono l’ammontare
dell’energia che utilizziamo. Quindi, vale la pena piuttosto ragionare su come
l’intelligenza artificiale possa aiutarci a migliorare la nostra situazione,
permettendo magari di ottimizzare la produzione di energia tramite l’uso di
fonti rinnovabili. Sistemi relativamente facili da installare, un po’ più
complessi da mettere in rete e gestire. Su questo l’intelligenza artificiale
spero ci potrà aiutare».
