«Il sogno della divisa da Locarno mi ha portato qui, nei Balcani»

Da adolescente, Antonio Stojanov immaginava il proprio futuro per le strade di Locarno, in uniforme da poliziotto. Dalla nascita, nel febbraio 1998, fino all’ottenimento dell’attestato necessario per realizzare quel progetto, non aveva mai lasciato la sua città natale, frequentando prima le scuole elementari ai Saleggi, poi la scuola media alla Morettina.
«Certi compagni di allora si sono spostati durante gli anni dopo la scuola. lo no, ho deciso di dar priorità alla carriera», dice al Corriere del Ticino con un tono scherzoso. Eppure, oggi è in una piccola città del Kosovo, a 1.600 chilometri dal Lago Maggiore, che ci accoglie. In uniforme, sì - ma militare - con tre barrette da capitano sul petto. Sotto contratto con Swissint, il centro di competenze dell’Esercito svizzero che gestisce gli impieghi all’estero, «Toni» sta attualmente svolgendo la sua quinta missione semestrale come osservatore nell’ambito della KFOR, la forza di mantenimento della pace della NATO in questo giovane Paese dei Balcani centrali.
È durante la scuola ufficiali nelle truppe d’artiglieria che il desiderio di fare dell’esercito la sua professione ha progressivamente superato quello di entrare in polizia. «Ma un ufficiale di carriera lavora soprattutto alla scrivania, e questo non mi attirava molto. Ho sentito parlare delle missioni all’estero, mi sono candidato e sono partito subito dopo la promozione», racconta. Dal 2021 svolge due missioni in Kosovo come osservatore, rifiutando la funzione di comando che pure gli viene proposta («volevo prima acquisire esperienza»); cinque anni più tardi è al suo terzo contingente come comandante di team. Sempre in buona compagnia, tra l’altro: quest’inverno sono tre i capigruppo ticinesi, e diciotto militari svizzeri presenti in Kosovo provengono dal cantone.
Una proporzione eccezionale che, assicura Swissint, è dovuta unicamente al caso e al buon livello d’inglese dei candidati. Da ottobre 2025 Antonio Stojanov è dunque installato in una field house, una casa affittata dalla Svizzera per ospitare un piccolo gruppo di soldati. La grande maggioranza degli osservatori, infatti, non vive nei campi della KFOR, ma in mezzo alla popolazione.
Nel suo caso, a Suva Reka (Suharekë secondo la grafia albanese), Toni guida la sua squadra, incaricato di percepire il clima politico e sociale della regione attraverso contatti quotidiani con rappresentanti della società civile e delle istituzioni. «Conosco il Kosovo meglio della Svizzera», dice con una battuta.
Un impiego esigente
Se da un lato dedica molto tempo alla comunicazione con il comando svizzero e con quello della KFOR, dall’altro svolge lo stesso compito di osservatore dei suoi subordinati. Un lavoro esigente: «Bisogna mantenere la mente aperta, non giudicare, saper mettere tra parentesi i propri riferimenti svizzeri… E naturalmente possedere un minimo di conoscenze storiche, politiche e culturali dei Balcani. Ma la cosa più importante è amare il contatto con le persone». Su questi ultimi due aspetti, Toni si sente favorito dalle sue radici. Ticinesi, ma anche balcaniche: i suoi genitori si rifugiarono in Svizzera negli anni Ottanta per fuggire da un’ex Jugoslavia che scivolava nell’instabilità e, di lì a poco, in una serie di sanguinosi conflitti interni.
Oltre trenta nazionalità
Durante i periodi di vacanza si reca regolarmente nella casa che la famiglia possiede tuttora, a poche centinaia di chilometri dal Kosovo. «Forse ho ereditato dalle mie origini una certa disinvoltura», riflette. «E con gli anni ho imparato a entrare facilmente in contatto con le persone». Qualità preziose per operare all’interno di una grande organizzazione militare: oltre trenta nazionalità - e lingue - differenti. Nessun problema per Toni, che ne parla più di sei. E quando si reca in uno dei campi della KFOR, c’è sempre qualche collega straniero pronto a invitarlo per un espresso o a sedersi a tavola davanti a una pizza. In aprile l’attuale contingente della Swisscoy rientrerà in Svizzera, lasciando il posto ai successivi. Il capitano Stojanov, invece, oltrepasserà il confine e inizierà la sua sesta missione, prolungando il proprio impegno nella vicina Bosnia - passando così dalla KFOR all’EUFOR, sotto l’egida dell’Unione europea e non della NATO. Non ci sarà tempo per andare a trovare i genitori e il suo cane, né tantomeno per una di quelle traversate continentali in moto.
La prossima meta? Chissà
Entro il 2027 partirà poi per uno dei Paesi in cui la Svizzera invia ufficiali come osservatori militari dell’ONU. Siria, Libano, Sahara occidentale, Kashmir o altrove: Toni non sa ancora dove sarà destinato, ma una cosa è certa - questa volta il contratto sarà di almeno un anno. E dopo? «Faccio progetti con un orizzonte di dodici mesi, ma oltre è difficile. So però che prima o poi rientrerò in Svizzera per proseguire la mia vita professionale. Magari a Locarno», esclama.



