Italia, processo alla Nazionale: le ragioni di un altro fallimento

Dalla generazione dei fenomeni alla generazione degli orfani mondiali. L’ennesimo naufragio della Nazionale non permetterà ai ragazzi italiani nati dopo il 2014 di vedere i propri colori in campo in una partita di Coppa del mondo almeno fino al 2030.
Per un Paese che si considera culla del calcio e che sulla maglietta azzurra sfoggia quattro stelle, l’umiliazione è bruciante, quasi insopportabile. Lo testimoniano le poche parole dette al Corriere del Ticino da Fabio Capello, vincitore di 4 scudetti sul campo e di 7 titoli nazionali (5 in Italia e 2 in Spagna) come allenatore. «La verità è che, per la terza volta consecutiva, non andiamo ai mondiali. Ieri potevamo farcela, ma alla fine è andata male. C’è poco da aggiungere».
«Crisi» è la parola che rimbalza sulle pareti di tutte le stanze in cui, in Italia (e non solo), si parla di calcio. Crisi di gioco. Crisi di talenti. Ma c’è chi non condivide questa analisi. Ad esempio, Filippo Galli, difensore centrale del Milan di Arrigo Sacchi e dello stesso Capello, da qualche anno responsabile dell’area metodologica del Parma e direttore del sito La complessità del calcio.
«In Italia i talenti ci sono, e continueranno a nascere - spiega Filippo Galli - Il problema vero non riguarda la quantità dei talenti, ma il modo in cui vengono educati, accompagnati e formati fin dai primi passi nel settore giovanile».
Gli azzurri che vincono
Difficile dare torto a Galli. Lunedì, nello stesso giorno in cui gli uomini di Rino Gattuso si facevano travolgere ai rigori dalla Bosnia, l’Italia Under 21 di Silvio Baldini vinceva 4-0 contro la Svezia in trasferta, a Boras, facendo un passo decisivo verso la qualificazione all’Europeo di categoria.
Sempre lunedì, a Catanzaro, l’Italia Under 19 - pareggiando 1-1 con la Turchia - strappava anch’essa il biglietto per il torneo continentale. Lo stesso faceva l’Italia Under 17 a Gubbio, battendo 2-1 i pari età della Romania (una vittoria che ha garantito agli azzurrini anche l’accesso alla fase finale dei Mondiali). Infine, come se non bastasse, e sempre lunedì, l’Italia Under 18 batteva 2-1 a Glasgow gli irlandesi con una doppietta di Antonio Arena, oriundo australiano in forza alla Roma di Gian Piero Gasperini, squadra nella quale in questa stagione ha però disputato soltanto due partite.
Inevitabile farsi una domanda: com’è possibile che le gemme delle nazionali juniores non fioriscano in prima squadra? Che cosa impedisce a ragazzi capaci di macinare successi tra i pari età di fare il salto di qualità?
«Il punto è che i talenti giovani non trovano spazio nelle squadre di club. Si disperdono». Claudio Gentile, campione del mondo nel 1982 con Enzo Bearzot e poi ct dell’Under 21 vincitrice dell’Europeo 2004 e del bronzo olimpico ad Atene, nello stesso anno, non ha dubbi: «Gli stranieri nel campionato italiano sono troppi - dice al Corriere del Ticino - e impediscono ai giovani di poter emergere, di entrare nelle rose dei club per giocare. Io vivo a Como e osservo una squadra con 11 stranieri come titolari. Ci stiamo sempre più dimenticando dei nostri giovani».
L’ex difensore della Juventus, capace in carriera di vincere 6 scudetti, ha vissuto come molti una serata da incubo. «La delusione è stata pazzesca - dice Gentile - con tutto il rispetto per l’avversario, tra l’Italia e la Bosnia c’è una differenza enorme. Ma siamo fuori, per la terza volta consecutiva. Ed è molto grave, perché ci mette in una posizione non più di credibilità».
Il calcio azzurro, è questa la diagnosi di Claudio Gentile, non sa più soffrire. Non lotta. «Quando ero giovane, tornavo a casa con le ginocchia che sanguinavano, oggi nessuno vuole più sacrificarsi».
Gli fa eco Dino Zoff, il portierone che in Spagna, nel 1982, sollevò la coppa accanto al presidente Sandro Pertini: «È difficile pensare alla sfortuna dopo tre volte che non vai ai Mondiali. Vuol dire che c’è qualcosa che non va».
Presenze con il contagocce
Sì, ma che cosa non va? Torniamo ai giovani. Ai loro successi nelle giovanili e alla loro successiva impalpabilità nella Nazionale maggiore. Per le due partite dei playoff, Gattuso ha convocato 6 Under 23: Riccardo Calafiori, Giorgio Scalvini, Diego Coppola, Niccolò Pisilli, Marco Palestra e Pio Esposito. Tra questi, soltanto Calafiori ed Esposito hanno giocato sin dal primo minuto. Palestra è stato mandato in campo negli ultimi minuti sia in con l’Irlanda del Nord sia in Bosnia, dove ha giocato benissimo. Pisilli ha calcato il campo a Bergamo per uno scampolo di partita. Coppola e Scalvini non si sono nemmeno tolti la tuta.
Adriano Galliani, 82 anni, dopo aver guidato Milan e Monza oggi siede in Senato per Forza Italia. Ma è considerato il grande vecchio del calcio italiano. Molti lo vorrebbero in Federazione al posto di Gabriele Gravina. La sua analisi è chiara: «È cambiato veramente tutto. Prima avevamo i grandi campioni in Serie A, i palloni d’oro italiani e stranieri. Ricordiamoci che negli anni ’90 l’Italia vinceva Coppa Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa UEFA. Le finali erano sempre giocate da squadre italiane. È tutto il fenomeno calcistico che si è abbassato. La Serie A è un campionato di transito. E solo il 30% dei giocatori è convocabile. Io amo guardare le statistiche - aggiunge Galliani - Nel campionato italiano, il giro palla è uno dei più lenti dei campionati europei, e così anche il top delle velocità. I settori giovanili sono cambiati, con i ragazzi che possono andar via a qualsiasi età, così i club sono meno propensi a spendere sui vivai».
I numeri danno ragione a Galliani. Ma non bastano, da soli, a spiegare le ragioni della disfatta patita dal calcio italiano. Nella stagione 2025-2026, gli stranieri in Serie A (su 547 calciatori) sfiorano quota 69%, contro il 31,2% degli italiani. Ma in Premier League, la percentuale di giocatori stranieri è del 72,2%. Eppure, l’Inghilterra non fallisce mai una qualificazione europea o mondiale.
In Francia, Paese che vanta una delle Nazionali più forti, il totale degli stranieri in Ligue1 supera quota 62,1%. Anche nella Bundesliga tedesca la distanza tra stranieri e giocatori con passaporto germanico è nettamente a favore dei primi (59%). Soltanto la Spagna riesce, al momento, a garantire ai propri calciatori una presenza maggioritaria: 56,3% contro il 43,7% di stranieri.
Troppi stranieri, quindi. Ma in Italia c’è anche un problema di qualità delle proprie leve. Problema emerso in modo drammatico, ancora una volta, lunedì sera.
Sempre meno risorse
Una cosa è evidente: la Federcalcio italiana dovrà necessariamente porre rimedio al disastro sportivo di cui è protagonista da più di un decennio. Ma dovrà farlo con sempre meno risorse. Nelle casse della FIGC non entreranno, infatti, decine di milioni di euro di sponsor, premi di partecipazione e merchandising.
La FIGC, ha scritto il Corriere della Sera, aveva sottoscritto un contratto di 30 milioni di euro con Adidas per la sponsorizzazione tecnica. Una cifra legata però alle prestazioni. Adesso, oltre al malus di 9,5 milioni per il 2026 in caso di assenza dal Mondiale, la mancata vendita di magliette potrebbe costare un’altra decina di milioni. Senza contare i premi di qualificazione e i premi partita della FIFA.
