L'analisi

«La guerriglia in autostrada? Arriva da lontano»

Primo grosso scontro dell'anno in Italia tra ultras romanisti e napoletani: «Non è un caso, molti cercano vendetta per Ciro Esposito» spiega l'esperto Domenico Mungo
Domenico Mungo, conoscitore e divulgatore del mondo ultras; sullo sfondo, gli scontri di domenica nei dintorni dell'area di servizio di Badia al Pino, in provincia di Arezzo
Jona Mantovan
10.01.2023 14:45

Domenica 8 gennaio. Italia, autostrada del Sole. L'arteria principale del Paese è bloccata a causa degli scontri tra tifosi di Napoli e Roma nell'area di sosta di Badia al Pino. Proprio la stessa dove, nel 2007, è rimasto ucciso il tifoso laziale Gabriele Santi, 26 anni, raggiunto da una pallottola sparata dall'agente Luigi Spaccarotella. È il primo, grosso scontro dell'anno tra ultras. Già, i sostenitori più sfegatati. Seguaci, se si vuole, che considerano la loro squadra al pari di una fede religiosa. Centinaia di persone si riversano sulla lingua d'asfalto. Molti hanno il volto coperto. Occhiali scuri, passamontagna. Lanciano fumogeni brandendo spranghe. Urla, spintoni, botte. Mazzate, vetri rotti. Tra le due tifoserie corre sangue amaro. Il Napoli cerca la vendetta di Ciro Esposito, «uno di loro», morto nel 2014. L'ultras Daniele Gastone De Santis, all'epoca, era stato condannato a 26 anni di carcere, ma non basta. Tensione alle stelle, che fa sollevare un sopracciglio anche agli esperti, come Domenico Mungo. Cinquant'anni, grande conoscitore dell'ambiente grazie a un passato trascorso in questa realtà, oggi docente di scuola media, scrittore e divulgatore. Autore di vari libri sul tema, risponde tra una pausa e l'altra da un'aula della sede scolastica in cui lavora: «Questa notizia ha ricevuto un ampio risalto», racconta al Corriere del Ticino. «E i fatti sono avvenuti in un luogo simbolico per il movimento ultras italiano».

Guarda il video — Domenico Mungo, ex ultras: «Questi scontri tra tifosi permettono poi di far passare leggi più stringenti sul controllo sociale»

«Negli ultimi anni, la recrudescenza è salita a una fase superiore tra le tifoserie di romanisti e napoletani. Sembra che i fatti di domenica siano dovuti a un incontro fortuito, ma c'è chi dice il contrario. Sta di fatto che è successo in una domenica che segnava il rientro dalle vacanze natalizie per milioni di italiani. Ma non solo. Siamo anche nel centro Italia, che segna pure una linea di demarcazione geografica. Inevitabili, viste le condizioni, i disagi alla circolazione con code lunghe dieci, dodici chilometri. Gli autogrill come le stazioni ferroviarie sono una sorta di zona franca, di terra di nessuno. Luoghi perfetti per questo genere di sfoghi», dice Mungo.

«E sono anche una delle poche opzioni rimaste dato che, negli ultimi anni, il contatto vero e proprio all'interno degli impianti sportivi o in prossimità diventa più difficoltoso per tutta una serie di nuovi dispositivi di sicurezza», aggiunge. 

L'area di sosta di Badia al Pino, dove nel 2007 perse la vita il tifoso laziale 26.enne Gabriele Santi
Non sto parlando né da moralista, né tantomeno da giornalista o da accademico. Sto parlando da conoscitore del movimento ultras dal suo interno

Un'occasione per cercare vendetta

«Ma ci tengo a precisare che non sto parlando né da moralista, né tantomeno da giornalista o da accademico. Sto parlando da conoscitore del movimento ultras dal suo interno e delle sue dinamiche. Il luogo di questi ultimi scontri? Non mi stupisce. La modalità? Non è assolutamente nuova».

C'è, però, un elemento che Mungo valuta in maniera diversa rispetto al recente passato. «È la consistenza numerica. Questi scontri, di solito, si risolvono sempre in scaramucce o, comunque, cose di poco conto. Parliamo di una cinquantina di esagitati. Qui, però, siamo di fronte a centinaia di ultras. Ce lo potevamo aspettare? Certo. Le tifoserie di Roma e Napoli, da quel che era stato un antico gemellaggio negli anni Ottanta, oggi hanno dato vita a una delle rivalità più acerrime e ostili del campionato italiano. In questi ultimi tempi abbiamo visto più che altro un odio mediatico ma, ahimè!, prima o poi era prevedibile che una delle due tifoserie avrebbe trovato l'opportunità di scontrarsi fisicamente. Soprattutto, in questo caso da parte dei tifosi napoletani, un'occasione per vendicarsi di quel che è, a torto o a ragione, l'omicidio di Ciro Esposito».

La legge anti-rave colpisce in una certa misura quelle fasce sociali di disagio, marginali o 'borderline' che i governi, di qualunque segno politico, tendono a emarginare e non a integrare

Pretesto per il controllo sociale

L'esposizione mediatica è stata molto forte. L'esperto, tuttavia, respinge l'ipotesi di una salita di livello nelle risse tra bande di tifosi. «Piuttosto, vedrei le cose con una prospettiva differente. Vale a dire quella della logica, consolidata, da parte dei diversi esecutivi che si alternano alla guida del Paese. Questi, periodicamente, usano la violenza degli ultras per poter far passare leggi speciali o di controllo sociale».

Il riferimento di Mungo è alla famigerata legge anti rave italiana e alle polemiche che ha trascinato con sé. «Va a stigmatizzare una parte della popolazione, i frequentatori dei rave party, alla quale sono poi assimilati tutti gli elementi che appartengono in una certa misura a quelle fasce sociali di disagio, marginali o borderline, che i governi, di qualunque segno politico, tendono a emarginare e non a integrare».

Non sono un complottista, ma fatti come quelli di domenica prestano il fianco affinché poi possano essere varate delle norme di sicurezza ancora più rigide

Negligenza delle autorità

Le accuse dell'esperto sono pesanti, tanto che arriva a dubitare della buona fede delle autorità. «Sento una certa negligenza un po' sospetta da parte delle forze dell'ordine, penso soprattutto al controllo blando del passaggio di queste due tifoserie. Sia chiaro, non sono un complottista, ma fatti come quelli di domenica prestano il fianco affinché poi possano essere varate delle norme di sicurezza ancora più rigide». Il divulgatore accenna anche al modo in cui, grazie all'esposizione nei media, sia possibile ingenerare nell'opinione pubblica l'esigenza e la necessità di un giro di vite più draconiano.

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