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La dedica

Michael J. Fox, non un coccodrillo in vita, ma un grande grazie

L'attore americano ha ricevuto il Bob Hope Humanitarian Award sul palco dei premi Emmy, confermandosi un'icona per un'intera generazione, e poi oltre
Paolo Galli
15.09.2026 18:00

«Quando le cose si fanno davvero difficili, ti presenti, aiuti e, se riesci ad aggiungere un po’ di gioia, è ancora meglio». L'essenza di Michael J. Fox si può riassumere così, in una sola frase del discorso che ha tenuto, nella notte scorsa, in occasione della consegna dei premi Emmy. 

Michael J. Fox è molto più di questo. È un esempio, oggi, ed è stato un modello generazionale. Scriverne oggi è per sottolinearne l'importanza, l'importanza del modello che ha rappresentato, e non certo per una sorta di «coccodrillo in vita». È malato, Michael J. Fox, ma è vivo. Ed è brillante, come dimostra ogni volta, come ha dimostrato anche nella notte scorsa. E poi, comunque, vivrà per sempre. È ciò che capita alle icone.

Da ragazzino, Michael J. Fox non era particolarmente bello, non era alto, né muscoloso, aveva un volto anzi molto comune, eppure pulito, perfetto per la sua epoca, per gli anni Ottanta che spingevano, negli Stati Uniti, in due diverse direzioni. Da una parte le ambizioni di una generazione rampante, dall'altra i riflessi di una cultura giovanile che cercava comunque un'alternativa meno scontata. Non i fiori che caratterizzarono la gioventù dei loro genitori, non per forza neppure il rampantismo dei loro fratelli maggiori. Da lì sarebbero nate derive underground, una nuova era del rock. Ma Michael J. Fox non era neppure questo, non ancora.

È Marty McFly. Lo è dal 1985 a oggi. Lo sarà in eterno. Uno studente di 17 anni nell'America più profonda, in una provincia ancora soffocante e che, però, continuava a sognarsi diversa, più aperta e cosmopolita. O almeno lo sognavano i suoi ragazzi, usciti dall'incubo di una chiamata in Vietnam e finalmente liberi di immaginare una propria autodeterminazione. Marty suona il rock rumoroso, è omologato ma al tempo stesso creativo. È come poi siamo stati molti di noi, in quel periodo, di rimando, anche in Europa, con quell'immaginario in testa. Che non era il nostro, eppure lo abbiamo fatto nostro.

Stando a internet, la prima trasmissione in tv in Italia di Ritorno al futuro risale al 9 gennaio del 1989. Passarono quindi più di tre anni dall'uscita al cinema (ottobre 1985). Ricordo l'attesa. E ricordo l'emozione nel guardare, finalmente, quel film, magico. In cui ogni dettaglio ha un senso, tutti, dal primo all'ultimo. E ogni volta è una scoperta di un particolare. Marty McFly si è preso lo schermo e non lo ha più lasciato. 

Michael J. Fox non è solo Marty McFly, è anche Casa Keaton, e poi Voglia di vincere e Il segreto del mio successo. È persino altre cose, quindi il soldato di Vittime di guerra, per De Palma, e lo sbandato di Le mille luci di New York, trasposizione cinematografica del romanzo di McInerney. E poi Doc Hollywood. Fu durante le riprese di questa commedia che scoprì il Parkinson. Da lì in poi la sua carriera non è più stata la stessa. Ma ha piazzato ancora alcuni ruoli di primo piano, come in Insieme per forza, in Mars Attack per Tim Burton o nella commedia romantica Il Presidente, una storia d'amore di Rob Reiner. E ancora in tv, prima con Spin City - che forse rappresenta l'anello di congiunzione tra il «prima» e il «dopo» - e poi con The Good Wife.

Il Parkinson è entrato nella sua vita, ma non lo ha definito. Il Bob Hope Humanitarian Award, riconoscimento assegnatogli la notte scorsa per il suo impegno nella ricerca e nella sensibilizzazione sul Parkinson, ci ha permesso di sottolinearlo. E di dedicargli, una volta di più, il nostro grazie. Perché è stato tanto, per noi. E lo è ancora, specie quando le cose si fanno più «pesanti» e non riusciamo a immaginare «abbastanza strada per raggiungere gli 88 miglia orari».

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