Che cosa significa riconoscere lo Stato di Palestina?

Regno Unito, Australia e Canada, dunque, hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Anche la Francia e altri Paesi, nei prossimi giorni, si pronunceranno in questo senso mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che una simile mossa, in sostanza, «premia il terrorismo mostruoso di Hamas». La posizione dello Stato ebraico è la stessa degli Stati Uniti. Fatte le dovute premesse, che cosa significa «riconoscere lo Stato di Palestina»? Quali conseguenze avrà o potrebbe avere questo annuncio a tre? Proviamo a fare chiarezza.
La situazione attuale
La Palestina, scrive al riguardo la BBC, al contempo esiste e non esiste. C’è, attorno allo Stato di Palestina, un largo consenso internazionale. Di più, i palestinesi possono vantare missioni diplomatiche all’estero e squadre sportive riconosciute, ad esempio, dalla FIFA o dal Comitato olimpico internazionale.
I confini dello Stato, per contro, non sono universalmente riconosciuti e accettati, complice il conflitto israelo-palestinese. L’occupazione militare della Cisgiordania da parte di Israele, riassumendo al massimo, fa sì che l’Autorità palestinese – formatasi nel 1994 in seguito agli Accordi di Oslo per governare la Striscia di Gaza e le aree A e B della citata Cisgiordania – non sia in pieno controllo della sua terra e del suo popolo. A Gaza, con Hamas che governa de facto la Striscia dal 2007, Israele sta combattendo una guerra terribile e sanguinosa.
Venendo alla domanda, riconoscere lo Stato di Palestina di per sé è un passo (oggi) puramente simbolico. Ma dai forti, fortissimi connotati politici e morali. David Lammy, ex Segretario di Stato per gli affari esteri per il Regno Unito, lo scorso luglio ha sottolineato che i britannici hanno una responsabilità speciale. Quella, cioè, di sostenere la Soluzione a due Stati.
La Soluzione a due Stati
Con la creazione dello Stato di Israele, nel 1948, gli sforzi per istituire un parallelo Stato di Palestina, per una moltitudine di ragioni, sin qui sono risultati vani.
La citata Soluzione a due Stati si riferisce alla creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, lungo i confini precedenti la guerra arabo-israeliana del 1967, con Gerusalemme Est quale capitale. La colonizzazione di larghe porzioni della Cisgiordania da parte di Israele – contro il diritto internazionale – ha finito per trasformare la Soluzione a due Stati in uno slogan (politicamente) vuoto.
Chi riconosce la Palestina?
D’accordo, ma chi – concretamente – riconosce la Palestina oggi? Circa il 75% dei 193 membri delle Nazioni Unite. La Palestina, all’ONU, gode dello status di osservatore permanente: può partecipare alle sessioni ma non ha diritto di voto.
Detto del Regno Unito, con l’aggiunta della Francia (che si pronuncerà a breve sul riconoscimento) la Palestina godrà del sostegno di quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Cina e la Russia, all’epoca Unione Sovietica, avevano riconosciuto la Palestina già nel 1988. Il solo membro permanente a non riconoscere la Palestina, di riflesso, sono gli Stati Uniti, storico alleato di Israele. Washington, per contro, ha riconosciuto l’Autorità palestinese, guidata da Mahmoud Abbas, sin dalla sua creazione negli anni Novanta. Da allora, diversi presidenti americani hanno espresso il loro sostegno all’eventuale creazione di uno Stato palestinese. Ma Donald Trump non è uno di loro. Sotto le sue due amministrazioni, infatti, la politica degli Stati Uniti ha pesantemente favorito Israele.
E Israele, che ne pensa?
Altra domanda: ma perché riconoscere lo Stato di Palestina adesso? Quanto sta accadendo a Gaza, con scene oramai quotidiane di devastazione e morte, evidentemente ha avuto e sta avendo un ruolo. A colpire, pensando allo scacchiere geopolitico, è il fatto che in difesa dei palestinesi si sia mossa Londra, altro storico alleato dell’America. Trump, non senza un certo imbarazzo, nella conferenza congiunta di giovedì, a margine della sua visita nel Regno Unito, si è limitato a dire di essere in disaccordo con il primo ministro Keir Starmer su questo punto.
Gli Stati Uniti, basta scorrere fra le dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, temono che un forte sostegno alla causa palestinese, a livello internazionale, si traduca in un rafforzamento di Hamas. Una posizione, questa, del tutto sovrapponibile a quella di Benjamin Netanyahu, il quale vede nel riconoscimento dello Stato di Palestina una «ricompensa al terrorismo» come detto. Non solo, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, teme che Israele possa rispondere a questa ondata di riconoscimenti annettendo la Cisgiordania. Un timore, paradossalmente ma nemmeno troppo, fondato: i falchi del governo israeliano, con Ben Gvir in testa, hanno infatti bollato l’iniziativa a tre da parte di Regno Unito, Australia e Canada annunciando di voler «presentare una proposta alla prossima riunione del governo per l'immediata applicazione della sovranità israeliana» anche sulla Cisgiordania. A proposito della Cisgiordania, lo scorso agosto il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, aveva annunciato l’approvazione definitiva del controverso progetto di insediamento «E1» in Cisgiordania. Una decisione che, di fatto, dividerebbe in due la Cisgiordania. L’approvazione del progetto, aveva detto Smotrich, «rappresenta un passo significativo che cancella praticamente l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra d’Israele».
Di certo, Israele sfrutterà il momento, questo momento, per allontanare un possibile cessate il fuoco a Gaza.
