L'intervista

«Con Magyar maggiore dibattito, ma non ci sarà una svolta radicale»

Insieme a Piero Graglia, ordinario di Storia e politica dell'integrazione europea alla Statale di Milano, analizziamo il risultato delle elezioni in Ungheria
©Denes Erdos
Paolo Galli
14.04.2026 06:00

Domenica Peter Magyar è riuscito a conquistare la supermaggioranza dei due terzi dei seggi in Ungheria, scalzando Viktor Orbán. Una vera e propria impresa per il leader dell’opposizione. Con Piero Graglia allarghiamo l’analisi al peso di questa elezione in ottica europea

Professore, per anni abbiamo dato per spacciata la società ungherese sotto Orbán, eppure ha dimostrato di avere ancora gli anticorpi per difendere la democrazia.
«Interpreto questa reazione come una grande novità, ed è stata determinante la modalità con cui Magyar stesso ha condotto la campagna. Non dico porta a porta, però ha usato tecniche inedite di penetrazione presso l’elettorato, salendo fino a Nord-Ovest, dove il voto sembrava particolarmente orientato su Orbán. È andato a stanare gli elettori là dove Orbán era più forte. Non va dimenticato, comunque, che Magyar viene da Fidesz, dal partito di Orbán. E quindi se è stata una novità la sua tecnica elettorale, le sue idee non sono poi così distruttive rispetto a quanto fatto da chi lo ha preceduto. Diciamo che sono più presentabili, più moderate, ma lui viene dalla stessa area politica».

Ecco, la vittoria di Magyar cambia davvero la linea dell’Ungheria in Europa, o è solo un cambio di stile, di toni, rispetto a Orbán, di cui Magyar era un delfino?
«Secondo me non sarà un cambiamento radicale. Facendo un paragone, è un po’ quel che è successo in Italia con Giorgia Meloni, la quale viene da una storia molto radicale dal punto di vista politico, anche se poi si è adattata alla presenza dell’Unione europea, contando di poter avere i suoi vantaggi da questa vicinanza. Allo stesso modo, Magyar non porta valori totalmente diversi rispetto a quelli di Orbán, ma avrà comunque maggiore attenzione nei confronti delle dinamiche dell’Unione europea. Ha più interesse a recuperare quel rapporto, quei finanziamenti: gli serve l’UE, insomma. Ma non possiamo prevedere un cambio radicale».

Subito abbiamo tutti pensato al rapporto con la Russia. Che cosa rappresenta la sconfitta di Orbán agli occhi di Vladimir Putin?
«Nel 1823, il presidente statunitense James Monroe presentò alla sua nazione la “dottrina Monroe”. L’essenza era chiara: “Gli europei non vadano nel continente americano a brigare perché il continente americano è nostro”. Io credo che l’Europa dovrebbe abituarsi a ragionare in questo stesso modo: l’Europa è nostra, quindi gente come Putin che ha effetti distruttivi e vuole distruggere l’Unione europea, oppure come Donald Trump, che ha gli stessi intenti di Putin nei confronti dell’Unione europea, devono stare a distanza. Quindi, nei confronti di Putin il messaggio è chiaro: l’Ungheria non è più in vendita. Ma è un messaggio chiaro anche nei confronti di Trump, il quale nei giorni scorsi aveva mandato addirittura il vicepresidente, non un portaborse, in Ungheria ad appoggiare Orban. Mi sembra, in effetti, una sconfitta più significativa per Trump che non per Putin».

Sull’asse Russia–Ucraina, dobbiamo aspettarci una svolta concreta e immediata da Budapest e, di conseguenza, da Bruxelles alla luce di quelle che saranno le posizioni dell’Ungheria?
«Credo che l’Ungheria non sarà più ostruttiva nei confronti dell’appoggio europeo all’Ucraina. Questo sarebbe un bel messaggio, un messaggio di chiarezza e di fermezza, per tutta l’Unione europea».

L’impronta di Orbán in Ungheria è, comunque, più profonda e ha contagiato le strutture del potere ben oltre la sua stessa presenza. Magyar promette cambiamenti, e aver ottenuto la supermaggioranza può rivelarsi determinante, ma quanto sarà complesso, per lui, trasformare davvero il Paese?
«Lui ha i voti per portare riforme addirittura costituzionali, per intervenire quindi sulle leggi fondamentali, leggi cardine del Paese, che devono essere approvate proprio dai due terzi del Parlamento. Magyar ha questa forza. Il problema, semmai, è che gran parte del sistema giudiziario è stato infiltrato dagli uomini di Orbán, e quindi la Magistratura, che come sappiamo in Ungheria è molto sensibile al potere politico, potrebbe fare ostruzione, potrebbe mettersi di traverso. Da questo punto di vista, prossimamente ci dobbiamo aspettare riforme da parte di Magyar, ma anche maggiore dibattito all’interno della società ungherese, maggiore confronto inevitabilmente anche sui rapporti con l’Unione Europea. E questo può essere soltanto utile nella situazione attuale».

In questi giorni ci concentriamo soprattutto sul contributo che l’Ungheria ora potrà dare all’Europa, ma che cosa può fare invece l’UE per accompagnare la trasformazione del Paese?
«Avrebbe dovuto fare qualcosa prima, cioè far capire che in gioco non c’era soltanto l’ingresso in un mercato unico, ma un ingresso in un sistema di solidarietà complessa, che non era solo economia e benessere, ma era anche solidarietà e valori condivisi. Questo non è stato fatto nel 2004, quando c’è stato un grande allargamento a dieci Paesi dell’Est e forse sarebbe il caso di ricominciare a farlo adesso, cioè far capire ai Paesi nuovi entrati che l’Unione europea non è soltanto fondi europei e vantaggi, ma è anche impegni e obbligazioni sul piano dei diritti e sul piano dei valori. Condividere valori, insieme, essere una comunità di destino. Ecco, non è tardi per farlo capire, ma bisogna cominciare a lavorare in questa direzione».

Possiamo considerare questo risultato come un indebolimento del blocco sovranista?
«Sì e no. Mi spiego meglio: l’unico sovranista intelligente sarebbe quello che si rendesse conto che solo nell’ambito dell’Unione europea, si può essere sovranisti. È l’Unione europea l’esempio di sovranismo con i mezzi e con le capacità di risolvere problemi che vanno oltre la dimensione dei singoli stati. Magyar sembra aver capito che supportare l’Unione e portarla ad assumere determinate decisioni, determinate politiche, è un modo per risolvere i problemi non solo dell’Ungheria, ma anche di tutto il continente. E quello è un modo intelligente di essere sovranisti. Ma qui si torna al Manifesto di Ventotene e alla linea di demarcazione tracciata da Altiero Spinelli, con l’ideale di un solido Stato internazionale».

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