«Destinazione Dubai», ma i pezzi finivano ad Aeroflot: condannato in Florida

Ricordate il caso di Ekaterina Leonova? Arrestata in Francia, estradata negli Stati Uniti, è finita a processo per aver fatto confluire in Russia avionica di fabbricazione occidentale passando per l'Armenia e altri Paesi terzi. Bene, anzi male. Perché lo schema, beh, si è ripetuto. Andiamo con ordine: lo scorso 27 agosto, leggiamo, una giuria federale della Corte distrettuale statunitense per il Distretto Sud della Florida ha riconosciuto Alexander Mamonov colpevole. Parliamo di dodici capi d'accusa. Cittadino russo, sessantaduenne, residente in Florida e un passato come dipendente di Aeroflot, ha smerciato oltre 900 mila dollari in componenti aeronautici di origine statunitense. La destinazione finale? La Russia e, precisamente, la compagnia di bandiera.
Questi i capi d'accusa: associazione per violare l'Export Control Reform Act, la legge americana sul controllo delle esportazioni; esportazione illegale di beni sottoposti a controllo; associazione a delinquere finalizzata al contrabbando; contrabbando di merci; dichiarazioni false o ingannevoli nelle informazioni sull'esportazione; associazione finalizzata al riciclaggio di denaro. Di tutto e di più, insomma. Dalle carte processuali e dalle testimonianze citate dal Dipartimento di Giustizia, emerge un quadro di per sé chiaro: Mamonov acquistava componenti da fornitori statunitensi dicendo che la merce era destinata a Paesi come gli Emirati Arabi Uniti o la Cina, ma la vera destinazione era la Russia. Con Aeroflot, appunto, a recitare la parte del leone. Una pratica illegale, considerando le sanzioni e le restrizioni all'export che Washington ha varato in seguito all'invasione su larga scala dell'Ucraina da parte di Mosca. Le transazioni finanziarie servivano per coprire il giro, anzi il raggiro. Di qui l'accusa di riciclaggio.
La vicenda, evidentemente, va contestualizzata. Dopo il febbraio 2022, il Dipartimento del Commercio ha emesso un Temporary Denial Order, un ordine di diniego temporaneo, che vieta espressamente ad Aeroflot di ricevere beni di origine statunitense. Secondo l'accusa, Mamonov ha aggirato il divieto omettendo il destinatario fdinale e indicando, come detto, destinazioni fasulle ad autorità e fornitori. «Non si può mettere una destinazione falsa su un'etichetta di spedizione e far sparire le leggi americane sull'export» ha dichiarato al riguardo Jason A. Reding Quiñones, procuratore federale per il Distretto Sud della Florida.
Aeroflot, come tutte le compagnie russe, d'altro canto vola (ancora) con una flotta composta in larga, larghissima parte da aeroplani di fabbricazione occidentale. Airbus e Boeing, già. Senza pezzi di ricambio e aggiornamenti software, non è possibile mantenerla attiva (e sicura). Da oltre quattro anni il settore si arrangia come può. Cannibalizzando velivoli, aprendo fabbriche per copiare i componenti Airbus e Boeing, affidando la manutenzione a Paesi come l'Iran o, dicevamo, appoggiandosi su Paesi amici. Per tacere della produzione di velivoli made in Russia. Con tutti i problemi del caso.
Mamonov, giova ricordarlo, era stato incriminato nell'aprile del 2025 con Ignat Vakorin, altro cittadino russo che partecipava allo schema. Vakorin risulta latitante. L'inchiesta è stata condotta dall'ufficio dell'FBI di Miami con il supporto del Bureau of Industry and Security, l'Ufficio per l'industria e la sicurezza del Dipartimento del Commercio. La sentenza verrà pronunciata il prossimo 20 novembre.
