Disastro di Linate, il ricordo di Patrick Trancu: «Le famiglie delle vittime vagavano senza informazioni»

«Ricordo il blocco della polizia su viale Forlanini. Poi l’ingresso in aeroporto: uno scalo fermo, come in un film in cui tutto si ferma. Un silenzio surreale. Il deserto: non c’era nessuno in giro. Gli spazi interni erano bui». Il 25. anniversario del disastro riporta Patrick Trancu a Linate, dove fu chiamato a occuparsi della comunicazione per conto di SAS. Dopo la commemorazione di questa mattina, il consulente torna con la memoria a un aeroporto immobile e a una scena che gli è rimasta impressa: i familiari in cerca di informazioni.
«Nella vita, quando si affrontano tragedie come questa, ti restano in mente delle Polaroid. E anche degli odori – racconta –. Quando, la mattina, sono uscito di casa a Milano c'era una nebbia talmente fitta che non vedevo dall’altra parte della strada. All'arrivo a Linate, invece, il cielo era di un colore blu terso e c'era un sole che spaccava le pietre. All'interno, il deserto. Poi, ho alzato lo sguardo e ho visto delle ombre che si muovevano all'interno di un corridoio. Ovviamente, non erano ombre: erano i familiari dei passeggeri, che vagavano alla ricerca di informazioni. Senza accoglienza, senza qualcuno che fornisse loro assistenza».
La chiamata di SAS
È il ricordo di Patrick Trancu dell’8 ottobre 2001, quando l'aereo MD-87 della compagnia scandinava SAS si scontrò sulla pista di Linate con un Cessna Citation. Erano le 8.10 di un lunedì mattina. Nell’incidente morirono 118 persone.
All’epoca, Trancu lavorava come consulente esterno per Lufthansa. Fu contattato da SAS circa due ore dopo l’incidente: la compagnia aveva un piccolo gruppo di collaboratori a Milano, circa otto, ma non una figura dedicata alla comunicazione, tantomeno a quella di crisi. Il contatto, ricorda, passò dalla IATA (l'Associazione internazionale del trasporto aereo) a Ginevra. Il suo incarico era occuparsi della comunicazione di SAS in Italia. «Sono arrivato con alcuni colleghi. Salimmo al piano riservato alle compagnie aeree, dove la SAS era pienamente operativa. I colleghi di un'altra compagnia misero a disposizione i loro uffici, che furono trasformati in un centro operativo improvvisato. Ci mettemmo subito all'opera, quasi "in apnea". Lavorammo senza sosta per capire, coordinarci con la sede centrale, ottenere le informazioni e fare quello che fa un ufficio stampa in un momento di crisi».
La prima conferenza stampa fu convocata alle 18. «Avevamo la necessità di aspettare l'arrivo del management dall'estero. Ma prima pubblicammo dei comunicati stampa». Due giorni dopo, mercoledì, Trancu partecipò a una conferenza stampa con l’amministratore delegato di SAS, arrivato insieme ai familiari. «Avevo poco più di trent’anni ed ero seduto al suo fianco, davanti a 150 giornalisti da tutto il mondo. Professionalmente fu un’esperienza unica. Sul piano umano mi lasciò un segno profondo». Da Linate, aggiunge, nacque il suo interesse per la comunicazione di crisi: seguì la compagnia sul tema dell’incidente per i cinque anni successivi.
«Si può non essere pronti, ma bisogna prepararsi»
Trancu distingue il suo mandato — la comunicazione per conto della compagnia — dall’accoglienza dei familiari. A suo giudizio, nella fase iniziale sarebbe spettato al sistema italiano accompagnare i parenti in attesa che arrivasse la squadra di assistenza del vettore. «La compagnia ha fatto, con le risorse che aveva, tutto quello che poteva. È mancata la gestione da parte delle autorità e degli enti italiani. Soprattutto è mancata empatia e attenzione verso persone che soffrivano ed erano sotto shock», aggiunge.
«Si può non essere pronti, ma bisogna prepararsi», spiega oggi Trancu, che vive e lavora a Lugano come consulente nella gestione e comunicazione delle crisi, ed è fondatore di TT&A Advisors. È anche uno degli insegnamenti che, a suo avviso, la tragedia di Linate ha lasciato sul modo di organizzare l’assistenza nelle emergenze.
Dal Comitato 8 ottobre alle nuove regole
Tra gli aspetti che ricorda con maggiore riconoscenza c’è il lavoro del Comitato 8 ottobre 2001, nato per tenere viva la memoria delle vittime e battersi per una maggiore sicurezza del trasporto aereo e per un’assistenza più adeguata alle famiglie. Trancu ne apprezza il lavoro e, dalla commemorazione di questa mattina, porta a casa una frase pronunciata dalla presidente Adele Scarani Pesapane (nella strage perse il marito Maurizio, che aveva 49 anni, e rimase sola con tre figli, ndr.): «Trasformare il dolore in azione».
Nel 2022 Patrick Trancu ha partecipato al gruppo di lavoro istituito dall’ENAC (Ente nazionale per l'aviazione civile) per elaborare il regolamento sull’assistenza alle vittime di incidenti aerei e ai loro familiari, lavorando anche con rappresentanti del Comitato 8 ottobre 2001. Il regolamento è stato approvato nel 2023.
A questo percorso si affianca il lavoro di formazione che Trancu porta avanti con Fabio Sbattella e l’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Attraverso esercitazioni, il personale aeroportuale si prepara a entrare in contatto con familiari e persone colpite da un’emergenza, tenendo conto non solo delle procedure ma anche delle reazioni umane. «Ho avuto anche l'opportunità di avere alcuni dei familiari delle vittime del disastro di Linate come ospiti durante le formazioni che ho tenuto. È un aspetto che mi fa sentire utile ancora oggi».
«Tutto passa dalle persone»
Alla commemorazione per il 25. anniversario, Trancu ha ritrovato persone con cui aveva lavorato in quei giorni. Il manager con il quale ha lavorato nei cinque anni successivi a quell'8 ottobre, e la persona che in SAS Italia ha gestito il rapporto con i familiari delle vittime. «Ci siamo sentiti immediatamente squadra. È stato un momento di ricondivisione emotiva: avevamo dato il massimo in una situazione drammatica».
La riflessione finale si allarga, senza entrare nel merito, anche a Crans-Montana: «Qualcosa da imparare ce l'abbiamo anche noi, in Svizzera», conclude. «Bisogna cambiare paradigma rispetto a come ci occupiamo di disastri e soprattutto a come ci interfacciamo con le persone più colpite». Per Trancu, la preparazione è fondamentale, ma non basta: «Alla fine, ci dimentichiamo una cosa importantissima: tutto passa dalle persone. L’empatia che si è in grado di trasmettere, la comprensione del loro stato d'animo, la capacità di "metterci nelle loro scarpe" ed essere di reale aiuto». Anche nella tragedia di Capodanno, la differenza la fanno «attenzioni e disattenzioni nei confronti dell'altro».


