E se l'Iran catturasse il pilota americano?

«Se catturate vivo il pilota nemico e lo consegnate alla polizia e alle forze armate iraniane, riceverete una ricompensa generosa». Il messaggio inviato alla popolazione, a seguito dell'abbattimento da parte delle forze di difesa aerea dell'Iran di un jet da combattimento F-15 americano a Kohgiluyeh, nella provincia di Boyer-Ahmad, è chiaro. Le forze iraniane e americane continuano a darsi battaglia per trovare il pilota ancora disperso (l'altro è stato recuperato dalle forze degli Stati Uniti con una operazione di salvataggio). «È la guerra. Siamo in guerra«, ha dichiarato da una parte Donald Trump durante un’intervista telefonica con NBC News. Dall'altra, come detto, le autorità iraniane offrono ricompense generose (di oltre 60 mila dollari, secondo i media locali).
Secondo Laurel Rapp, direttrice del programma Stati Uniti e Nord America presso Chatham House, il salvataggio del membro dell'equipaggio disperso dal jet abbattuto è «una missione cruciale». La cattura del pilota – ha dichiarato alla BBC – rappresenterebbe un «enorme bottino» per l'Iran, offrendogli una «potentissima carta da giocare nelle trattative». Il generale di brigata Alireza Elhami, comandante della Base congiunta di difesa aerea iraniana, ha affermato che la perdita degli aerei statunitensi – un secondo aereo americano, un A-10, caduto nel Golfo, è stato colpito – è stata «il risultato di tattiche, dell'uso di attrezzature moderne e di innovazioni nei sistemi di difesa aerea iraniani» che «hanno causato confusione e disorientamento nel nemico».
Che fine ha fatto il pilota?
Ieri sera, alcuni media iraniani riferivano che «i commando delle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRCG) hanno condotto vaste operazioni sul campo nella zona in cui si è schiantato il caccia americano, riuscendo a identificare e catturare il pilota statunitense». Ma l'indiscrezione non ha mai ricevuto conferma ufficiale.
Alcune fonti indicano che il sedile eiettabile potrebbe essere stato ritrovato da civili iraniani. Ma, al momento, neppure questa informazione può essere verificata.
L'assalto all'ambasciata di 46 anni fa
Ma che cosa accadrebbe se l'Iran catturasse il pilota americano (vivo)? La mente va inevitabilmente alla crisi degli ostaggi americani in Iran di 46 anni fa.
Il 4 novembre 1979, un gruppo di studenti, denominati "seguaci del sentiero dell'Imam" (il defunto leader della Rivoluzione islamica Ayatollah Ruhollah Khomeini), attaccarono l'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, in segno di protesta contro gli USA per aver dato rifugio al detronizzato Shah Mohammadreza Pahlavi (accolto in un ospedale di New York per sottoporsi a un trattamento antitumorale). I membri dello staff dell'Ambasciata furono presi in ostaggio. Un sequestro protrattosi per 444 giorni, fino al 20 gennaio 1981.
Una crisi sotto gli occhi del mondo intero, fra infruttuosi tentativi di mediazione, apprensioni per la sorte degli ostaggi e un clima di fortissima tensione. La Svizzera assunse in quel periodo la rappresentanza degli interessi degli Stati Uniti in Iran, dopo la rottura delle relazioni fra i due Paesi. Gli ostaggi, con gli occhi bendati, vennero mostrati alle televisioni. Gli studenti iraniani chiesero che il governo degli Stati Uniti consegnasse il deposto scià alle autorità iraniane e che si scusasse per le ingerenze negli affari interni dell’Iran. Ma il presidente Jimmy Carter rifiutò e, anzi, impose sanzioni economiche, tra cui l’embargo del petrolio iraniano. Il 24 aprile, le forze speciali americane provarono a liberare gli ostaggi con una missione segreta. L’operazione, denominata Eagle Claw (“Artiglio dell’Aquila”), fu però un fiasco: due tempeste di sabbia e diversi guasti tecnici impedirono agli otto elicotteri della marina statunitense di raggiungere Teheran. Un elicottero si schiantò al decollo contro un aereo da trasporto, causando la morte di otto soldati.
La crisi contribuì ad affondare la presidenza di Carter e le sue speranze di rielezione. E così i 52 ostaggi (inizialmente erano 66, ma 13 furono liberati) rimasero prigionieri per 444 giorni. Tornarono liberi il 20 gennaio 1981, immediatamente dopo l'insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Un accordo firmato il 19 gennaio 1981 ad Algeri che prevedeva la liberazione degli ostaggi, lo scongelamento dei fondi iraniani depositati presso banche americane e bloccati all'indomani dello scoppio della crisi (miliardi che servivano a Teheran con lo scoppio della guerra con l'Iraq, nel settembre del 1980), nonché la riaffermazione del principio di non ingerenza. Nel frattempo, lo scià era morto negli Stati Uniti.
