Clima

El Niño sta per mostrare al mondo il suo volto peggiore

Il fenomeno si sta intensificando e le sue ripercussioni potrebbero susseguirsi fino al prossimo febbraio – Abbiamo contattato Luca Nisi, meteorologo, esperto di MeteoSvizzera, per fare il punto sulla situazione e sulle possibili ripercussioni in Europa
© NOAA
Paolo Galli
08.09.2026 21:30

«El Niño sta assumendo proporzioni gigantesche. Il pianeta si trova in acque inesplorate e quelle acque si stanno riscaldando». Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, negli scorsi giorni non ha usato mezze misure per descrivere il potenziale impatto del Niño sul pianeta. E qualche effetto è già visibile, in particolare nel Pacifico, con tre uragani attivi in contemporanea. «Un evento raro», è stato definito. «Il riscaldamento causato dal Niño crea le condizioni per queste tempeste, che sono alimentate in gran parte dalle acque calde: quando il Pacifico tropicale è più caldo del normale, assistiamo a un aumento delle tempeste violente», ha spiegato Julia Cole, climatologa dell’Università del Michigan. L’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) ha chiarito che El Niño si sta intensificando. E che, quasi certamente, persisterà fino a febbraio. Una «zona ad alto rischio» di fenomeni meteorologici estremi, per dirla con Guterres. «El Niño si è ormai saldamente instaurato e nei prossimi mesi si intensificherà fino a diventare un fenomeno di forte intensità, con ripercussioni significative sui regimi delle temperature e delle precipitazioni, nonché sui rischi associati di inondazioni, siccità e caldo estremo» sempre l’OMM.

Mondo rovesciato

La stessa MeteoSvizzera ha dedicato una scheda dettagliata al fenomeno, che non è un unicum, bensì un evento che si ripete ogni tot anni (si conoscono 47 eventi intensi o molto intensi associati al Niño negli ultimi 450 anni) e che dura diversi mesi. Parliamo di un’inversione delle correnti, che provoca - e citiamo lo stesso Ufficio federale di meteorologia e climatologia - «sulla costa occidentale del Sudamerica precipitazioni molto abbondanti invece di tempo secco, mentre nella regione del Sudest asiatico/Australia siccità devastanti invece di tempo tropicale umido». Un ribaltamento delle «normali» condizioni meteo verso l’estremo opposto. El Niño altera proprio la normale circolazione atmosferica e oceanica del Pacifico equatoriale. In condizioni normali, gli alisei spingono l’acqua calda verso Indonesia e Australia; al largo di Perù e Cile, invece, risale acqua fredda dalle profondità. Quando i venti si indeboliscono, l’acqua calda torna verso Est e raggiunge le coste sudamericane, provocando piogge intense, alluvioni e danni agli ecosistemi marini. Nel Sudest asiatico prevalgono invece siccità, incendi, raccolti compromessi e perdite per agricoltura e allevamento.

Intensità storica

Ora, come evidenziato sempre da MeteoSvizzera lunedì, ci troviamo in una fase «con un’anomalia positiva molto forte della temperatura della superficie del mare nel Pacifico equatoriale orientale. Le previsioni indicano un ulteriore rafforzamento fino alla fine dell’anno e un picco intorno a Capodanno. Secondo gli esperti del Centro per le previsioni meteorologiche e climatiche degli Stati Uniti, c’è una probabilità del 90% che si verifichi un evento estremamente forte per l’inverno 2026/2027. Anche la probabilità di un El Niño di intensità storica è notevolmente aumentata». E si torna alla questione degli uragani. E alla lettura dell’Ufficio federale: «Nel 2026 l’attività degli uragani nel Pacifico centrale è risultata superiore del 181% rispetto alla media (1991-2020). Tale dato viene misurato tramite un indice che non solo confronta il numero di uragani, ma soprattutto la loro intensità e durata. Anche nel Pacifico orientale l’attività nel 2026 risulterà aumentata, del 32%. Nell’Atlantico settentrionale, invece, si attesterà al 90% al di sotto della media». Per dirla in altre parole, con ogni probabilità gli attuali tre uragani, ribattezzati Lowell, Marie e Karina, non resteranno isolati.

La risposta

Ma come ci si prepara a un simile evento? Celeste Saulo, segretario generale della già citata OMM, ha dettato: «Un El Niño eccezionale richiede una risposta eccezionale». Parla di una traiettoria potenzialmente «fuori dalle tabelle» note. «El Niño significa “bambino” perché fu notato per la prima volta dai pescatori peruviani intorno al periodo natalizio. Suona così piccolo e innocente. Ma questo El Niño infliggerà un duro colpo alle comunità, alle economie e alle catene di approvvigionamento di tutto il mondo. Moltissimi settori ne risentiranno: agricoltura, commercio, pesca, sanità, energia, trasporti, risorse idriche, gestione delle emergenze, solo per citarne alcuni. Stiamo già assistendo a sconvolgimenti e devastazioni causati da siccità, inondazioni e fenomeni meteorologici estremi. Prevediamo che questi impatti si moltiplicheranno e si propagheranno a cascata con l’intensificarsi del Niño». Difficile tradurre queste previsioni in una risposta concreta. Tutto passa dallo studio dell’evoluzione del fenomeno e dall’utilizzo delle allerte. L’OMM ha avviato, in questo senso, «una mobilitazione senza precedenti» con i servizi meteorologici e idrologici nazionali. Una sorta di rete di segnalazione e intervento. «El Niño non deve necessariamente tradursi in una catastrofe. Abbiamo le previsioni e la lungimiranza necessarie per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza». La stessa Celeste Saulo ha quindi concluso la sua riflessione con l’elemento, se si vuole, più politico: «La scienza è chiara. Abbiamo le conoscenze e gli strumenti per impedire che i pericoli legati a El Niño si trasformino in una crisi. Uniamoci e assicuriamoci di non lasciare indietro nessuno». Sì, politico, a fronte dei disinvestimenti di alcuni leader politici - Donald Trump in primis - nei sistemi scientifici di analisi e previsione.

«L’effetto sull’Europa è meno diretto»

Abbiamo contattato Luca Nisi, meteorologo, esperto di MeteoSvizzera, per fare il punto sulla situazione e sulle possibili ripercussioni in Europa.

Luca Nisi, che cosa dobbiamo aspettarci in questo senso?
«L’effetto sull’Europa è meno diretto rispetto a quello che si registra nelle zone equatoriali o tropicali, pensando soprattutto al Sud America o all’Oceania. In Europa, gli effetti non sono chiari a livello scientifico e sono ancora molto dibattuti da chi studia questo fenomeno. L’unica indicazione a livello statistico, in passato, riguardava un effetto sulle precipitazioni, soprattutto sull’Europa occidentale: questo poteva favorire l’arrivo di perturbazioni in modo un po’ più frequente e quindi un incremento delle precipitazioni nel periodo invernale. Ma non tutti i fenomeni di El Niño, durante l’inverno alle nostre latitudini, hanno prodotto questo effetto. Possiamo dire che El Niño ha sicuramente degli effetti, ma questi si mescolano con i fenomeni tipici delle nostre latitudini. Noi siamo influenzati principalmente dalle correnti occidentali, quindi arrivano probabilmente in forma attenuata e molto irregolare».

Dopo il caldo record dell’estate, temiamo gli effetti proprio in questo senso. Li considera timori fondati?
«Il timore è comprensibile. Associa due fenomeni estremi. Da una parte l’estate 2026, che ha praticamente spodestato la famosa estate del 2003 in molti Stati d’Europa, soprattutto nell’Europa centro-occidentale e anche in Svizzera. Dall’altra questo fenomeno di El Niño, il Super El Niño, che si iniziava a intravedere già lo scorso inverno. La previsione di questo fenomeno è però molto incerta, soprattutto in primavera; diventa più affidabile con le previsioni estive per l’inverno successivo. E il prossimo inverno sarà il momento in cui, secondo le previsioni attuali, raggiungerà la massima intensità. A livello mondiale una preoccupazione c’è: negli ultimi anni registriamo, ogni volta, uno degli anni più caldi mai visti, siamo praticamente sempre nella top tre. Si sa che El Niño contribuisce in modo molto marcato all’aumento di temperatura sulla superficie dell’oceano Pacifico e contribuisce a riscaldare i bassi strati dell’atmosfera su ampie regioni. Durante El Niño, in particolare se potente, il rischio di avere l’anno più caldo mai registrato dall’inizio delle misurazioni aumenta esponenzialmente. Quindi, se vogliamo, non è direttamente legato all’estate 2026, ma di caldo - o di caldo record - si parla comunque».

Quanto pesa oggi il cambiamento climatico nel rendere più intensi gli effetti di El Niño?
«Innanzitutto El Niño e la sua controparte, La Niña, sono fenomeni naturali, che avvenivano anche in un mondo non riscaldato, non sotto l’influsso del cambiamento climatico. Con il riscaldamento globale abbiamo già modifiche a livello climatologico in alcune zone: periodi molto siccitosi, oppure eventi alluvionali anche in aree che magari non erano propense a questi fenomeni. È chiaro che l’arrivo di El Niño va a evidenziare ulteriormente queste problematiche: si sa che con El Niño aumentano i pericoli alluvionali in Sud America, mentre aumentano i problemi di siccità verso l’Oceania. Andando verso l’inverno europeo, in Australia è estate: già negli ultimi anni, anche senza El Niño, abbiamo visto problemi di incendi dovuti al gran caldo e alla siccità. Durante El Niño questo fenomeno supplementare va ad accentuare il periodo siccitoso, e quindi a peggiorare la stagione degli incendi. Guarderei piuttosto al fatto che El Niño aumenta l’energia a disposizione nell’atmosfera, soprattutto sull’oceano Pacifico, e contribuisce a innalzare ulteriormente le temperature, oltre al fatto che il cambiamento climatico le sta già facendo salire. Al contrario, su quali effetti abbia il cambiamento climatico su El Niño ci sono diverse teorie, ma a livello scientifico è ancora tutto dibattuto».