Gregory Bovino o «Gestapo Greg»? Perché il cappotto del comandante della Border Patrol fa discutere

Chi è, davvero, Gregory Bovino? E perché i suoi modi, così come il suo stile, richiamano paragoni (addirittura) con il nazismo? Comandante in capo della United States Border Patrol, il 55.enne ha affrontato critiche durissime dopo quanto accaduto a Minneapolis, con l'uccisione di due cittadini americani nell'ambito delle operazioni anti-immigrazione volute da Donald Trump.
«L'uniforme delle SS via eBay»
Bovino, dicevamo, ha attirato l'attenzione. Per quel taglio di capelli militare e, soprattutto, per quel cappotto che ha spinto non pochi esperti e analisti a fare paragoni con la Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista. Affiancato da agenti dell'ICE, la «Polizia dell’immigrazione», mascherati e in tenuta tattica, Bovino in queste settimane, caotiche, ha percorso le strade della citata Minneapolis con un trench verde oliva lungo fino al ginocchio. Gavin Newsom, governatore della California a metà fra l'antidoto e l'alternativa a Donald Trump, almeno secondo l'immagine che lo stesso Newsom ha proiettato, ha ironizzato, amaramente, su Bovino: «Si è vestito elegantemente» ha detto al WEF di Davos, riferendosi appunto al cappotto doppiopetto con ampi risvolti, spalline e grandi bottoni di metallo. «È come se avesse comprato su eBay un'uniforme delle SS».
Il New York Times, ripreso dalla Neue Zürcher Zeitung, si è spinto oltre, affermando che è «impossibile ignorare» il contesto attuale e il paragone con il passato. Sebbene il generale americano Douglas MacArthur indossasse effettivamente un cappotto simile, scrive il quotidiano newyorkese, il capo è «strettamente associato all'esercito tedesco sotto Hitler». Un'associazione, allargando il campo, risalente alla fine del 2025, quando Bovino comandava le operazioni dell'ICE a Chicago e a Los Angeles. Il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) aveva pubblicato un video per celebrare il comandante in capo quale protettore dei cittadini americani. Nel montaggio, evidentemente, figurava anche il cappotto verde. Di nuovo Newsom, su X, all'epoca dei fatti: «Se pensate che le accuse di fascismo e autoritarismo siano esagerate, fermatevi e guardate questo video». Di qui il soprannome: «Gestapo Greg».
«Solo» militarizzazione?
Bovino, dal canto suo, ha allontanato ogni paragone. Spiegando, fra le altre cose, di aver indossato il capo d'abbigliamento anche durante l'amministrazione Biden. Politico, per certi versi, ha dato ragione al comandante. Affermando, però, che il cappotto «potrebbe essere simbolo di qualcos'altro». Ovvero, della crescente militarizzazione del controllo dell'immigrazione. Un simbolo che, indirettamente, Bovino ha fatto suo, a immagine del Mean Green Team con cui si è ripromesso di «ripulire» le città a stelle e strisce. Un giorno prima che Alex Pretti, infermiere di 37 anni, venisse ucciso a Minneapolis, il comandante in capo aveva scritto a proposito della sua squadra «verde» e «cattiva»: «MeanGreen pattuglia Minneapolis al freddo, nella neve, arrestando immigrati clandestini finché la missione non sarà compiuta».
Bovino è stato criticato, evidentemente, anche per i metodi utilizzati. Duri, se non durissimi. Violenti, anche. Secondo i documenti del Tribunale, quando guidava le operazioni dell'ICE a Chicago ha lanciato personalmente due granate lacrimogene sulla folla. Lui, però, ha sempre mantenuto la linea. Come se fosse in missione per «liberare gli Stati Uniti dai cattivi», volendo riprendere una sua espressione. E pazienza se è pronipote di un immigrato italiano. Il suo volto, i suoi modi, le sue dichiarazioni e, ancora, il suo stile non lasciano trasparire alcuna empatia. Un clandestino, insomma, è un clandestino, poco importa se è un membro di una pericolosa gang o un lavoratore che non ha mai commesso un reato.
Il cinema come influenza
Bovino, pubblicamente, ha spesso elogiato il presidente Dwight Eisenhower, colui che negli anni Cinquanta supervisionò la più grande deportazione nella storia degli Stati Uniti, la cosiddetta operazione Wetback. Le sue scelte di carriera, ribadisce la NZZ, sono state fortemente influenzate dal cinema e, più precisamente, da Frontiera, film del 1982 di Tony Richardson con protagonisti Jack Nicholson e Harvey Keitel. La trama, ripresa da Wikipedia: un agente di confine corrotto, con una moglie superficiale e spendacciona, decide di cambiare vita e fare la cosa giusta, aiutando una clandestina messicana quando il figlio di lei viene rapito e messo in vendita sul mercato nero. Un'influenza al contrario, nella misura in cui Bovino non apprezzò, a suo tempo, il fatto che gli agenti della Border Patrol venissero dipinti come i cattivi in quel film.
Via da Minneapolis
Bovino, il ruolo del cattivo, agli occhi di molti l'ha interpretato fino in fondo. Quando gli era stato chiesto, a Minneapolis, quando sarebbe terminata l'operazione, o meglio se ci fosse un numero specifico di persone da arrestare, il comandante aveva risposto: «Sì, c'è un numero specifico. Beh, tutti». L'amministrazione Trump, ora, sembrerebbe più propensa a una de-escalation. Bovino, di riflesso, verrà richiamato da Minneapolis a El Centro. Ma non verrà rimossso dal suo ruolo, come invece indicavano alcune indiscrezioni. Tradotto: il cappotto, presto, potrebbe tornare...
