L'analisi

In Iran è arrivata la fine del regime, dunque?

Teheran si preparava da tempo a un simile scenario per garantire la continuità, mentre la popolazione abbozza un sorriso carico di speranza pensando al domani
©ABEDIN TAHERKENAREH
Marcello Pelizzari
01.03.2026 09:45

Prima le rassicurazioni, se non una vera e propria smentita. Poi, addirittura, l’annuncio: «La Guida Suprema parlerà a breve alla nazione, in televisione». Nulla di tutto ciò. Anzi, alla fine, dopo le indiscrezioni dei media israeliani, le parole di Benjamin Netanyahu e, soprattutto, quelle di Donald Trump, l’Iran ha infine ammesso che Ali Hosseini Khamenei è morto. Gli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti, fra gli obiettivi, avevano anche quello di eliminare il leader politico e religioso del Paese. Detto, fatto: una delle persone «più malvagie al mondo», per dirla con il tycoon, è stata eliminata.

La fine o no?

È la fine del regime, dunque? Riccardo Redaelli, uno dei massimi esperti di Iran, contattato dal Corriere del Ticino ha mantenuto un profilo basso al riguardo: «Il punto è: chi potrebbe governare? Un conto è cercare di uccidere i radicali per favorire l'ascesa dei democratici, o dei moderati per garantire una transizione. Ma qui, beh, mi pare che Israele voglia agire contro tutti. Qual è, ancora, l'opposizione in grado di controllare il Paese? Israele e Stati Uniti spingono per Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, ma non ha una struttura, non ha un'amministrazione e non ha mai condannato i crimini commessi dal padre, un dittatore criminale e crudele. Io non vedo un'opposizione organizzata in grado di gestirsi, a meno che l'obiettivo non sia sfasciare l'Iran e portarlo nel marasma. Ma non mi sembra una strategia molto intelligente».

Le autorità, immediatamente dopo aver confermato la morte dell’Ayatollah, hanno proclamato un periodo di quaranta giorni di lutto. Non solo, sono già stati organizzati eventi filo-governativi per celebrare la figura di Khamenei. Nella notte, tuttavia, sui social hanno iniziato a circolare anche scene di festa in alcune città iraniane, a cominciare da Teheran. Lo stesso Redaelli, d’altro canto, ha affermato che un buon 80% della popolazione odia il regime. Un regime, va ricordato, che ha fallito sul piano politico, economico e sociale. 

La preparazione

L’Iran, dall’esterno, potrebbe sembrare sull’orlo di crollare. E Trump, con le sue parole, sta certamente contribuendo a questa sorta di «wind of change», volendo parafrasare gli Scorpions: il presidente degli Stati Uniti, in sostanza, ha detto di avere già in mente qualche nome per l’Iran che verrà. Attenzione, però: la risposta, violenta, di Teheran testimonia di un regime sì alle strette ma, ancora, capace di colpire un’intera regione. Con tutte le conseguenze del caso per commerci, turismo, in generale normalità. Il blocco di Hormuz, in questo senso, potrebbe consentire al regime di sopravvivere e di trasformare questa guerra in un conto salatissimo (per gli altri). 

C’è di più: lo scorso giugno, quando Israele condusse una prima, massiccia ondata di attacco contro l’Iran, Khamenei comprese di essere a sua volta un obiettivo dello Stato ebraico. Di qui il concetto di decoupling, allo scopo di allargare compiti e poteri ma, anche, di individuare funzionari della sicurezza in grado di insediarsi immediatamente per evitare pericolosi vuoti di potere. Lo stesso Khamenei avrebbe istruito, a suo tempo, l'Assemblea degli Esperti — l'organo di circa 88 religiosi di alto rango incaricato di scegliere una Guida Suprema — di essere pronto per ogni eventualità. Stando al New York Times, tre religiosi di alto livello erano già stati scelti come possibili sostituti. 

Il messaggio del regime

In queste ore, chi si trova ancora in carica in Iran sta inviando un messaggio chiaro. Sia a chi, all’interno del Paese, sta timidamente festeggiando sia a chi, all’esterno, preme per il cosiddetto regime change. E il messaggio è chiaro: il controllo è nelle mani del regime e la successione avverrà senza problemi. 

Tanto Netanyahu quanto Trump hanno spronato gli iraniani a prendere in mano il proprio destino e a porre fine a un regime violento e repressivo. La scossa inferta con gli attacchi di queste ore peserà, e tanto, sull’élite politico-militare del Paese, a partire dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il cui compito è difendere la Guida Suprema e la Rivoluzione islamica. In patria e all’estero. La domanda nella domanda, però, è: basterà la volontà popolare per rovesciare, davvero, un regime che da anni ha quale unico scopo la sua stessa sopravvivenza?