L'esperto: «Attacco preventivo all'Iran? No, Israele punta a decapitare il regime»

Quali conseguenze avrà l'attacco di Israele e Stati Uniti all'Iran? La risposta, immediata, di Teheran ha fatto sprofondare nel caos l'intero Medio Oriente, basti pensare alle esplosioni registrate in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Non solo, più o meno ovunque lo spazio aereo per il traffico commerciale è stato chiuso o, nella migliore delle ipotesi, limitato. Al di là dei disagi per i passeggeri e della sicurezza, ad esempio, dei turisti occidentali nella regione, a cominciare da quelli svizzeri, la situazione venutasi a creare è, da un lato, pericolosa e, dall'altro, imprevedibile. Ne abbiamo parlato con Riccardo Redaelli, professore ordinario di Storia e istituzioni dell'Asia presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nonché docente di Geopolitica e di Post Confict e gestione delle emergenze.
Professore, che lettura ha dato all'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti? Lo Stato ebraico ha usato il termine «preventivo», contestato da molti.
«Di preventivo non c'è nulla, dal momento che l'Iran non stava attaccando Israele o pianificando di farlo. Anzi, stava trattando con gli Stati Uniti per ridurre il proprio programma nucleare. Parlerei, quindi, di un attacco deliberato da parte di Israele. Non tanto al citato programma nucleare o a quello missilistico, ma agli uomini. Israele ha messo in piedi una caccia all'uomo, cioè l'assassinio sistematico dei vertici della Repubblica islamica dell'Iran. Di questo, insomma, stiamo parlando. Gli americani stanno colpendo le infrastrutture militari mentre gli israeliani, forti della loro rete di intelligence dentro il Paese, stanno dando la caccia alla dirigenza. A cominciare da Khamenei. Il fatto che, ora, sembra che Israele possa colpire indiscriminatamente tutte le figure politiche e militari del Paese mi porta a dire che anche gli Stati Uniti vogliano il cosiddetto regime change».
In passato, Israele era solito colpire attraverso operazioni mirate, puntuali, precise. Questo, invece, è un attacco pesantissimo.
«Pesantissimo e poco mirato. Si parla, ad esempio, di decine di morti in una scuola. Oltre a centinaia di siti colpiti. La reazione iraniana, con le basi americane nella regione quali obiettivi, fa capire quali siano le volontà di Israele e Stati Uniti. Anche se, con Donald Trump, parlare di strategie è complicato considerando che l'uomo è volatile. Washington sta andando al traino di Israele in quella che, appunto, è una decapitazione sistematica dei vertici iraniani. Non è detto che avvenga il regime change, considerando che il sistema è radicato e che, da tempo, gli stessi vertici hanno delegato molti poteri e duplicato i centri di comando».
Che ruolo può giocare la popolazione iraniana, ora, alla luce anche dell'invito di Trump a prendere in mano il proprio destino?
«Il regime è odiato dall'80% della popolazione ed è stato definito, da qualcuno, un regime zombie. Un regime che ha fallito a tutti i livelli: politico, economico, sociale. Se i danni collaterali fossero estesi, forse, le simpatie verso gli Stati Uniti diminuirebbero, ma il problema alla radice è un altro».
Quale?
«In realtà, puntare all'eliminazione di Khamenei fa il gioco dei Pasdaran. Perché togliere l'unica persona in grado di porre un freno alle Guardie della Rivoluzione? Non solo, le stesse Guardie hanno una forte pluralità. Lo abbiamo visto con i generali uccisi in passato. C'è sempre qualcun altro pronto a subentrare, spesso più capace».
Ci sta dicendo che il regime change non sarebbe automatico?
«Il punto è: chi potrebbe governare? Un conto è cercare di uccidere i radicali per favorire l'ascesa dei democratici, o dei moderati per garantire una transizione. Ma qui, beh, mi pare che Israele voglia agire contro tutti. Qual è, ancora, l'opposizione in grado di controllare il Paese? Israele e Stati Uniti spingono per Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, ma non ha una struttura, non ha un'amministrazione e non ha mai condannato i crimini commessi dal padre, un dittatore criminale e crudele. Io non vedo un'opposizione organizzata in grado di gestirsi, a meno che l'obiettivo non sia sfasciare l'Iran e portarlo nel marasma. Ma non mi sembra una strategia molto intelligente».
I proxy dell'Iran, da Hamas agli Houthi passando per Hezbollah, possono aiutare Teheran in questo momento?
«No, se non pochissimo. Israele può attaccare l'Iran, in questo modo, proprio perché ha disarticolato completamente l'Asse della Resistenza. Non c'è più quasi nulla. Hamas è polverizzata, Hezbollah è l'ombra di quello che era, decapitata politicamente e militarmente. Non c'è più la Siria. Le milizie filo-iraniane in Iraq si fanno gli affari loro e sono in mezzo a una crisi politica del Paese. Restano gli Houthi, che potrebbero lanciare qualche missile. Ma la superiorità militare di Israele è talmente schiacciante da renderlo tracotante e iper-aggressivo. Ci vorrebbe, al di là delle azioni militari, un piano politico».
A proposito di politica, anzi di diplomazia. La Svizzera ha ribadito di essere a disposizione delle parti per risolvere la crisi. Il ruolo di Berna può avere un senso in un mondo sempre più muscolare e dominato dalla legge del più forte?
«La Svizzera cura gli affari dell'Iran con i Paesi con cui non ha rapporti, quindi ha un ruolo diplomatico molto forte ed è bene che continui ad averlo. La diplomazia deve sempre avere un ruolo, anche se il mondo sta tornando alla legge della giungla. Quello che preoccupa, ed è giusto che la Svizzera continui a dirlo, è che esiste un diritto internazionale e questo diritto internazionale in questo momento è stato calpestato. Per l'ennesima volta. Ripeto: devono esistere canali diplomatici, soprattutto perché il disprezzo per il diritto e per la diplomazia di questi tempi non viene solo da Paesi dittatoriali, ma anche da una parte dell'Occidente e in particolare dall'amministrazione Trump. Il quale irrita il diritto, insulta gli alleati e procede in una maniera quasi incomprensibile, assecondando gli estremismi. E questo è negativo».
Quanto può espandersi, concludendo, il conflitto? Pensando a una mossa economico-diplomatica, l'Iran chiuderà davvero lo Stretto di Hormuz?
«Non è chiaro quanto si espanderà il conflitto e quanto andrà avanti. A un certo punto, bisognerà comunque parlarsi e, quindi, è bene che rimangano dei canali aperti. Venendo allo Stretto, se questa è una guerra invocata per eliminare il regime, è ovvio che il regime cercherà di farla pagare il più possibile. L'Iran, tecnicamente, non è in grado di chiudere lo Stretto. A livello militare, è complicato mettersi lì e dire: non passa nessuno. Il discorso cambia se, come hanno fatto gli Houthi nel Mar Rosso, vengono prese di mira le navi commerciali con i missili. Basta colpire qualche nave che il traffico si paralizza. Perché? Semplicemente, i prezzi delle assicurazioni sulle navi – e una nave non si può muovere se non è assicurata – schizzano alle stelle. Aumentano di dieci, quindici volte. Parliamo di costi economico-finanziari spaventosi. Ma questo aspetto interessa pochissimo a Israele e Stati Uniti, perché il grande flusso di energia va verso Cina, Giappone ed Europa».
