In Iran «uccisioni di massa senza precedenti»

Mentre le proteste in Iran sembrerebbero essersi placate, inizia a delinearsi la reale portata delle violenze perpetrate dalle forze di sicurezza governative: le vittime confermate sono oltre 2.600, ma la conta dei morti non si è ancora fermata. E questa volta pure i funzionari iraniani hanno ammesso il massacro di manifestanti, parlando però di «terroristi». Dopo le denunce della ONG HRANA, oggi Human Rights Watch (HRW) pubblica una serie di testimonianze che aiutano a meglio inquadrare la repressione attuata dal Regime degli ayatollah: le autorità hanno compiuto uccisioni di massa di manifestanti dopo l'escalation delle proteste nazionali, esplosa lo scorso 8 gennaio (le dimostrazioni erano iniziate a fine dicembre a causa del carovita). Come detto, appare sempre più evidente il massacro di migliaia di manifestanti e semplici passanti. Atrocità in parte nascoste dalla Repubblica islamica tramite il blocco di Internet e di altri canali di comunicazione, come le linee telefoniche e i messaggi di testo (le testimonianze sono arrivate all'estero soprattutto grazie al servizio satellitare Starlink di SpaceX).
Human Rights Watch ha fatto sapere di aver esaminato prove di civili uccisi o feriti da colpi d'arma da fuoco alla testa e al torace. I funzionari iraniani citati dai media dalla Reuters hanno confermato la morte di qualche migliaio di dimostranti. Un numero che sarebbe tremendamente sottostimato rispetto a quanto denunciano gli attivisti dei diritti umani. Stando alla ONG norvegese Iran Human Rights, nelle strade del Paese mediorientale si starebbe consumando una carneficina da almeno 12 mila morti. Più cauta invece HRANA, che ha confermato la morte di 2.677 persone, consapevole però che il bilancio sia verosimilmente peggiore. Senza contare poi i numerosi feriti e le decine di migliaia di manifestanti arrestati (più di 19 mila secondo HRANA, anche se il governo parla di soli 3 mila «terroristi» fermati), molti dei quali a rischio pena di morte, in quanto considerati «nemici di Dio».
La giornalista e ricercatrice Lama Fakih, esperta di Medio Oriente presso Human Rights Watch, ha spiegato che «le uccisioni di massa perpetrate dalle forze di sicurezza iraniane dall'8 gennaio non hanno precedenti nel Paese e ricordano con forza che i governanti che massacrano il proprio popolo continueranno a commettere atrocità finché non saranno chiamati a risponderne». Fakih ha poi chiesto agli Stati membri delle Nazioni Unite di «convocare urgentemente una sessione speciale del Consiglio per i diritti umani dell’ONU per porre i diritti umani e la responsabilità in Iran al centro della risposta internazionale».
Dal 12 al 14 gennaio, HRW, nonostante le difficoltà, è riuscita a mettersi in contatto con 21 persone, tra cui testimoni, parenti delle vittime, giornalisti, attivisti dei diritti umani, operatori sanitari e altre fonti informate sulla situazione in Iran, riuscendo ad ottenere e verificare messaggi audio e 51 immagini, tra foto e video, poi sottoposte al Gruppo di esperti forensi indipendenti dell'International Rehabilitation Council for Torture Victims. La ONG è riuscita ad analizzare prove dell'uccisione di manifestanti in diverse province iraniane, tra cui Teheran, Alborz, Kermanshah, Razavi Khorasan, Gilan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Markazi e Mazandaran.
Oltre all’ormai tristemente noto filmato dell’obitorio di Kahrizak, in cui si vedono i parenti delle vittime tra una distesa di sacchi per cadaveri, HRW ha esaminato altri video simili, arrivando a contare in tutto circa 400 cadaveri. Una cifra comunque sottostimata, poiché, si legge, «i corpi erano ammucchiati uno sopra l'altro, rendendo difficile il conteggio».
«Le immagini orribili di famiglie che esaminano centinaia di sacchi per cadaveri in un obitorio a cielo aperto dovrebbero scuotere la coscienza del mondo e spingerlo a prendere provvedimenti per chiamare a rispondere i responsabili, anche ai massimi livelli», ha denunciato ancora Fakih.
I parenti dei manifestanti uccisi nella sanguinosa repressione hanno inoltre dichiarato alla BBC che le autorità di Teheran chiedono ingenti somme di denaro per la restituzione dei corpi per la sepoltura. Si parla di cifre fino a 7 mila dollari.
Negli scontri non sono rimasti uccisi solamente manifestanti e forze di sicurezze governative (almeno 163, stando a HRANA), ma pure civili, tra cui minorenni, che non prendevano parte alle proteste.
Human Rights Watch ha intervistato testimoni che hanno descritto l'uso letale della forza da parte delle forze di sicurezza contro persone disarmate in diverse province del Paese. E poi c'è l'ampio capitolo della pena di morte inflitta ai manifestanti arrestati. Stando alle informazioni in possesso della ONG HRANA, nonostante l'imposizione di severe restrizioni alle comunicazioni a livello nazionale, le esecuzioni in queste settimane sono continuate senza interruzioni. Si parla di almeno 52 persone giustiziate in 42 carceri in diverse province dell'Iran.
Secondo il rapporto annuale di HRANA sulla situazione dei diritti umani in Iran, almeno 2.063 persone sono state giustiziate in Iran nel periodo compreso tra il primo gennaio 2025 e il primo gennaio 2026. Stando al rapporto, le esecuzioni sono aumentate del 119% rispetto al 2024. In molti di questi casi, evidenzia la ONG, ai prigionieri è stato persino negato il diritto di un'ultima visita alle proprie famiglie.
Il presidente USA Donald Trump ieri ha fatto sapere che Teheran ha sospeso 800 esecuzioni programmate, evidenziando come tutte le «opzioni» siano ancora sul tavolo.
Nelle ultime ore, dopo le insistenti minacce di un possibile attacco statunitense, le proteste in diverse città, tra cui la Capitale iraniana, sembrano essersi attenuate, stando a quanto riporta la Reuters, citando fonti di una ONG e alcuni testimoni. Lo stesso capo della polizia iraniana ha dichiarato a Press TV che l'ordine nel Paese è stato ripristinato, affermando che la «cooperazione tra la popolazione e le forze di sicurezza» è stata fondamentale per sedare i disordini: «Per grazia di Dio e con la presenza consapevole del popolo, l'ultimo chiodo è stato piantato nella bara del terrorismo», ha commentato.
