La fine di Londongrad, oppure no?

Un anno fa, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina e dello scoppio della guerra, il Regno Unito fu pesantemente criticato per i suoi rapporti stretti, troppo stretti con l’oligarchia russa. Ne aveva parlato anche Antonio Caprarica (qui e qui). Ora, però, la cosiddetta Londongrad sembrerebbe morta e sepolta. A dirlo sono diverse inchieste, in primis quella del Sole 24 Ore, secondo cui la Londra dei miliardari abituati a caviale e vodka e dal forte, fortissimo accento russo è scomparsa.
Prima occupavano i migliori club e ristoranti, i negozi di lusso, le migliori scuole private del Paese. Erano perfino amati, perché «facevano girare l’economia». La mossa di Vladimir Putin ha cambiato tutto. Facendo letteralmente precipitare le quotazioni di questi ricconi. Di certo, a chi li definiva villani, caciaroni, arroganti e simil-mafiosi – se non addirittura mafiosi – non mancano affatto.
Il motivo del disimpegno, beh, è presto detto: il Regno Unito, come Stati Uniti e Unione Europea, ha varato decine e decine di sanzioni contro Mosca. Sanzioni che hanno colpito i leader politici più in vista, come Vladimir Putin e Sergei Lavrov, ma anche la plutocrazia. Ovvero, gli oligarchi. Londra, al riguardo, ha sequestrato beni per 20 miliardi di sterline. Mica male. D’accordo, ma che ne è stato dei jetsetter russi? Dove sono finiti?
La caduta di Abramovich
Il simbolo della caduta degli dèi, se così vogliamo definirla, è Roman Abramovich. Figlio putativo di Boris Berezovksy, il patriarca degli oligarchi, nelle prime settimane di guerra ha tentato una goffa mediazione proponendosi come uomo di pace. Tuttavia, la sua vicinanza a Vladimir Putin lo ha costretto a vendere il Chelsea (per 2,5 miliardi di sterline) e ad abbandonare in fretta e furia Londra, dove ha (aveva) proprietà per 200 milioni. Oggi, Abramovich fa la spola fra Istanbul, in Turchia, Mosca, Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Si muove dove le sanzioni non esistono, insomma.
Dove sono andati?
Gli Emirati, con Dubai, sono diventati un vero e proprio rifugio per gli oligarchi. Tant’è che un quartiere sarebbe stato ribattezzato «Piccola Mosca». Oleg Deripaska, un londinese doc oramai, è tornato invece in Russia. Ma ha pensato bene di criticare la guerra in Ucraina, affermando in particolare che «sarebbe un errore distruggerla», scatenando le ire del Cremlino. Il risultato? Un suo albergo di lusso a Sochi è stato sequestrato.
Fra chi è rimasto, sottolinea il Sole 24 Ore, c’è Mikhail Fridman. Proprietario, fra le altre cose, di Alpha Bank, dell’operatore di telefonia Vimpelcom e di una catena inglese di negozi di vitamine. Nato in Ucraina, ha avviato una battaglia legale per riappropriarsi dei beni confiscatigli – a suo dire – illegalmente. Di cause, in questo senso, il Regno Unito ne rischia molte. Ha contestato le sanzioni anche Alisher Usmanov, miliardario riparatosi in Uzbekistan dopo l’addio a Londra. Musulmano, diventato ricchissimo grazie al trading di metalli, sebbene abbia sempre negato è considerato l’oligarca più vicino a Putin. Si mormora, addirittura, che sia il proprietario ombra dell’Everton, l’altra squadra di Liverpool, in lotta per mantenere il proprio posto in Premier League. Mesi fa, balzò agli onori della cronaca per il sequestro del suo mega-yacht, il Dilbar, al porto di Amburgo.
Da un anno a questa parte, poi, di richieste immobiliari per Londra e dintorni – da parte di facoltosi clienti russi – nemmeno l’ombra. Il peso delle sanzioni, già.
C'è un «ma»
Come sempre, secondo esperti e analisti ci sarebbe un grosso ma. Un rapporto di Transparency International, ad esempio, rivela che oltre 90 mila proprietà – nel Regno Unito – sono detenute in modo anonimo nonostante siano entrate in vigore norme che richiedono la rivelazione dell’identità. Si parla, a tal proposito, di proprietà offshore. ClampK, un’associazione antiriciclaggio fondata da Roman Borisovic e Arthur Doohan, riferisce che per molti oligarchi rimasti a Londra la vita va avanti come se nulla fosse. Fra questi, ci sarebbe Andrei Gurjev, divenuto miliardario – come molti, se non tutti – sfruttando la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Le malelingue sostengono che la possibilità, per molti, di continuare a vivere nell’agiatezza e nel lusso dipenda dalle donazioni fatte al Partito Conservatore attualmente al governo.
