L'intervista

La Georgia aprirà un secondo fronte per aiutare l'Ucraina?

Kiev spinge affinché Tbilisi si riprenda le regioni separatiste e filo-russe dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud – Ne parliamo con il Dottor Shota Kakabadze
Marcello Pelizzari
17.05.2022 13:08

La Georgia entrerà in guerra? Riformuliamo: Tbilisi deve ascoltare l’invito di Kiev, che più o meno apertamente auspica l’apertura di un secondo fronte con la Russia affinché l’esercito di Mosca si sfianchi ulteriormente? La situazione, fra il Mar Nero e le montagne del Caucaso, è tesa. A maggior ragione se pensiamo che il 17 luglio l’Ossezia del Sud, repubblica separatista georgiana, indirà un referendum per confermare l’annessione alla Federazione Russa. Per capirne di più ci siamo rivolti al Dottor Shota Kakabadze, analista presso il Georgian Institute of Politics. 

Dottor Kakabadze, partiamo appunto dagli appelli che l’Ucraina ha rivolto alla Georgia dall’inizio della guerra: Kiev, nello specifico, ha chiesto a Tbilisi di riprendersi l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Quanto è plausibile un’operazione militare contro Mosca?
«Ritengo le dichiarazioni dell’Ucraina comprensibili: se la Georgia o qualsiasi altro Stato che ha dispute territoriali con la Russia usasse la forza militare contro Mosca, Kiev ne trarrebbe beneficio poiché l’esercito russo dovrebbe concentrarsi su più fronti aperti. Detto ciò, mi pare irrealistico che la Georgia sia capace di un confronto diretto con la Russia per riprendersi Abkhazia e Ossezia del Sud. Innanzitutto, in termini di capacità militari e prontezza all’azione la Georgia non è minimamente comparabile all’Ucraina. Kiev ha resistito per settimane prima che il supporto dell’Occidente attraverso l’invio di aiuti e armi si concretizzasse. Per Tbilisi, beh, una resistenza simile sarebbe una sfida. In secondo luogo, si tratterebbe di riconquistare i cuori degli abitanti di quelle regioni. La reintegrazione delle due repubbliche dovrebbe avvenire in maniera pacifica: non si tratta solo di territori occupati dalle forze russe, ma di territori in cui vivono molte persone». 

Come stanno reagendo le forze politiche georgiane?
«C’è stato un tentativo da parte del partito al governo di demonizzare il principale partito all’opposizione, accusato di essere un partito della guerra che insiste per un coinvolgimento della Georgia. Detto ciò, l’élite politica rimane piuttosto unita e l’opzione militare, ad oggi, non è sul tavolo». 

Qual è la linea adottata da Tbilisi con Mosca? Da una parte la condanna all’invasione dell’Ucraina, dall’altra relazioni storiche ed economiche che, al momento, sono in sospeso. Pensiamo alle esportazioni di vino o al caso dell’acqua Borjomi, per tacere del turismo russo. 
«In generale, la linea adottata dal governo georgiano è sempre stata pragmatica. Con Mosca, ad esempio, l’obiettivo era e rimane quello di abbassare i toni del confronto. Sull’altro fronte, invece, Tbilisi ha puntato e punta sull’integrazione euro-atlantica. L’economia, va da sé, ne ha beneficiato negli anni. Ma la forte dipendenza dalle esportazioni verso la Russia, ora, è un problema. Perché rende il Paese vulnerabile e lo obbliga, complice la guerra, a cercare nuove relazioni per diversificare le sue fonti di guadagno. Rispetto alla Moldavia, che condivide un confine diretto con l’Unione Europea, la posizione geografica della Georgia e alcuni problemi logistici rendono questa ricerca complicata. Eppure, le sanzioni occidentali imposte alla Russia offrono un’opportunità unica al Paese: quella di fare da tramite fra Europa e Asia».

L’integrazione euro-atlantica è una faccenda legata soprattutto al consenso popolare. E nessun governo, indipendentemente dal partito in carica, può sacrificare questa forte volontà sull’altare dei rapporti con la Russia

Il possibile ingresso della Georgia nell’Unione Europea è legato anche al modo in cui Tbilisi dialoga con Mosca?
«In un certo senso sì, possiamo dire che la linea pragmatica di cui parlavamo prima sia legata anche a questo aspetto. Ma l’integrazione euro-atlantica è una faccenda legata soprattutto al consenso popolare. E nessun governo, indipendentemente dal partito in carica, può sacrificare questa forte volontà sull’altare dei rapporti con la Russia. Non vedo il rischio che Tbilisi riveda la sua politica estera, molto filo-europea». 

Concretamente, quali possibilità ha la Georgia di entrare nell’Unione? Il fatto di non condividere un confine fisico con l’UE non rappresenta uno scoglio?
«Non credo che la mancata condivisione di un confine rappresenti un problema, soprattutto considerando che la Georgia fa parte del Partenariato orientale (un programma di associazione dell’UE, ndr). A frenare l’ingresso del nostro Paese, piuttosto, potrebbero essere la crisi politica interna e l’estremo livello di polarizzazione. Nonostante l’Unione Europea sia stata coinvolta al massimo livello possibile per trovare una soluzione alla crisi, l’accordo mediato da Bruxelles è stato annullato dal partito al potere. La credibilità della Georgia è così stata messa in discussione. Attualmente, pensando proprio al conflitto, è importante che Georgia, Moldavia e Ucraina ottengano al più presto lo status di candidato. Si tratterebbe di una mossa altamente simbolica per l’UE. E di un segnale alla Russia, che vorrebbe assumere un ruolo dominante nella regione. Per l’adesione vera e propria, invece, potrebbero volerci anni. O potrebbe volerci un decennio addirittura». 

Torniamo alle regioni separatiste. Qual è la reale situazione in Abkhazia e Ossezia del Sud e, soprattutto, quali sono le relazioni fra queste due entità è il governo centrale di Tbilisi?
«Di fatto, non esistono relazioni. La Georgia continua a fornire aiuto umanitario a chiunque, nelle due regioni, necessiti di assistenza. Ma i rapporti fra le autorità sono praticamente inesistenti. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio stallo. Tbilisi non intende cedere queste due regioni, l’Ossezia del Sud continua a spingere per essere annessa alla Russia e l’Abkhazia, ancora, insiste per essere indipendente». 

Quanto pesano i conflitti con la Russia negli anni Novanta e nel 2008 nella memoria collettiva dei georgiani?
«Stando ai vari sondaggi di opinione, le dispute territoriali fra le sfide maggiori che attendono la Georgia risultano essere meno importanti rispetto alla disoccupazione o al disagio economico. Gli stessi sondaggi, tuttavia, affermano che la Russia rimane e rimarrà il nemico principale del Paese. E questo nonostante forti relazioni, in particolare turistiche. Significa che l’eredità dei conflitti con Mosca è pesante ed è ben presente nelle menti dei georgiani».

Ma di che cosa parliamo quando scriviamo Abkhazia e Ossezia del Sud? Andiamo con ordine: l’Abkhazia è un territorio della Georgia, situato sul Mar Nero ai confini con la Russia, autoproclamatosi indipendente nel 1992 dopo un conflitto che ha causato circa 20 mila morti. Tra i pochi Paesi a riconoscerne l'indipendenza ci sono, oltre alla Russia, Nicaragua, Siria, Venezuela e Nauru. L’Ossezia del Sud, altro territorio formalmente appartenente alla Georgia, è popolata da discendenti di nomadi iraniani e si è autoproclamata indipendente nel 1991. Come l'Abkhazia, ha goduto del sostegno economico e militare del Cremlino che intende così limitare l’influenza georgiana nel Caucaso, un’area strategica per la Russia. L'Ossezia, a luglio, indirà un referendum per annettersi alla Federazione Russa.
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