La Romania tra Francia ed Europa, al bivio della Grande Guerra

Con il precedente articolo avevamo lasciato la Romania a un crocevia della sua storia: il primo Novecento, quando Bucarest diventa la «Ville Lumière» dell’Europa orientale. Per comprendere l’intensità delle relazioni tra Romania e Francia, che in quel momento fanno di Bucarest l’avamposto balcanico della cultura europea di conio francese, riprendiamo il racconto a partire dalla Prima guerra mondiale. La partecipazione al conflitto offre alla Romania la collocazione europea che la lega alla Francia e la segnerà nel tempo.
Europa e Romania alla Prima guerra mondiale
L’Europa in cui si apre la Prima guerra mondiale è spartita fra le due «Triplici»: la Triplice intesa e la Triplice alleanza. Quest’ultima include Italia, Germania e Austria-Ungheria; la Triplice intesa nasce per contrastarla, una ventina d’anni dopo, e unisce invece Francia, Gran Bretagna e Russia. La guerra comincia nel 1914, l’Italia si dichiara prima neutrale, poi vi entra nel 1915 e spariglia l’accordo: abbandona la Triplice alleanza e scende in campo unendosi all’intesa opposta. Germania e Austria-Ungheria – gli «imperi centrali» – combattono affiancati da un ormai declinante Impero ottomano.
Lo Stato unitario romeno, fondato da pochi decenni, in quel momento è un Paese a forma di boomerang, esteso circa la metà di quello attuale. Mancano, a nord, la Bessarabia (la parte settentrionale della Moldavia) e la Bucovina; al centro, la Transilvania, cuore dell’antica Dacia. Sono territori abitati a maggioranza da romeni ma soggetti alla Russia e all’Austria-Ungheria.
All’interno dell’Impero austro-ungarico i romeni costituiscono una minoranza numerosa, ma le loro relazioni con Vienna e Budapest sono aspre, anche se molti le rimpiangeranno, quando parte di quei territori passerà sotto controllo sovietico. A sud, intanto, la Romania si confronta con la Bulgaria: il vicino meridionale avanza pretese sulla Dobrogia, la regione romena che sbocca sul mar Nero.
Le esitazioni di Re Carlo
Re Carlo di Romania esita: di casata tedesca, si unisce all’alleanza con Germania e Austria-Ungheria, ma non entra in guerra. Teme la battaglia sui due fronti ed è consapevole della debolezza militare ed economica del suo giovane regno. Muore pochi mesi dopo l’inizio del conflitto.
Suo nipote Ferdinando, erede al trono, vede le cose in altro modo. Diffida degli imperi centrali e guarda all’alleanza con Francia, Gran Bretagna e Russia, alla quale si è aggiunta l’Italia; un orientamento condiviso da parti influenti di opinione pubblica liberale.
Ferdinando punta a sconfiggere l’Austria-Ungheria, per ottenere la Transilvania e la Bucovina. Da queste regioni molti romeni sono già partiti in guerra, intanto. Devono obbedire a Vienna e combattere contro la Romania. Molti disertano e si uniscono all’esercito romeno o agli alleati, chi viene scoperto subisce penose condanne; momenti drammatici che rivivono nelle opere dello scrittore transilvano Liviu Rebreanu (1885-1944).
La Romania in guerra e la sconfitta
Nel 1916 la Romania entra in guerra contro gli imperi centrali e chiede che le siano assegnate, in cambio, Transilvania e Bucovina. Il supporto alleato della Russia, però, si mostra debole e la Romania è sconfitta. I bulgari sono risaliti da sud in Dobrogia, i tedeschi occupano il Paese fino a Bucarest. Ferdinando e il suo governo devono riparare a Iași, città storica della Moldavia che diventa capitale provvisoria dello Stato.
La Romania si rialza con l’aiuto di Parigi. Il generale francese Berthelot riorganizza l’esercito romeno e lo riarma con dispositivi provenienti da Francia e Inghilterra, trasportati compiendo un lungo giro attraverso la Russia.
Nel 1917, però, lo zar cade sotto i ferri della Rivoluzione d’ottobre e la Russia si ritira dal conflitto. Senza il retroterra russo, la Romania è circondata da territori nemici, separata dagli alleati occidentali. Deve arrendersi giocoforza agli imperi centrali. L’armistizio, firmato nel 1918 a Bucarest, non sarà mai ratificato né dal re né dal parlamento romeni.
È il momento in cui la Francia comincia a operare per sfilare la Romania dall’isolamento a cui la condanna la geografia della guerra.
Il ruolo di artisti e intellettuali
Sin dal 1917, Francia e Romania avevano riconosciuto nella cultura un mezzo per rinsaldare le relazioni fra i due Paesi e vincere l’emarginazione in cui Bucarest era precipitata con la perdita dell’alleato russo. Lo storico Florin Țurcanu descrive quel contesto nel suo lungo contributo dedicato ai viaggi degli intellettuali francesi nella Romania degli anni ’20 (Voyages d’intellectuels français dans la Roumanie des années 1920 – Révue d’Histoire, Parigi, 2021): «La Francia e la Romania – scrive Țurcanu – scoprono durante la guerra il ruolo che gli intellettuali e gli artisti possono svolgere nella propaganda nazionale e internazionale».
L’intesa è facilitata dalla comune radice latina delle lingue francese e romena: un caso unico, nell’Europa dell’Est. Gli intellettuali dei due Paesi si ambientano senza fatica tra le due culture. Nel 1917, al venir meno della Russia sul teatro di guerra, il governo romeno decide di utilizzare gli intellettuali, per mantenere viva, in Francia e in Occidente, l’attenzione sul Paese. Teme che la Romania, in quell’angolo di mondo, cada dimenticata, mentre le potenze vincitrici forgiano gli equilibri del Dopoguerra.
In quell’anno, approfittando delle ultime opportunità di passaggio attraverso la Russia, parte per Parigi dalla Romania una delegazione universitaria composta da accademici di varie discipline. La maggioranza di essi aveva compiuto gli studi proprio in Francia.
La propaganda romena e gli scambi universitari
Gli accademici si aggregano al buon numero di giornalisti e politici romeni già presenti o in procinto di giungere in Francia. «Alla fine del 1917 – aggiunge Țurcanu – la propaganda romena dispiegata a Parigi è pronta a prendere il posto della guerra d’armi, ormai impossibile dopo l’armistizio […] La difesa degli interessi della Romania presso la Francia e gli altri alleati acquista nuova importanza e la Francia è al centro di quest’impresa».
Nel gennaio 1918 comincia a circolare negli ambienti universitari francesi «La Roumanie», un settimanale a distribuzione gratuita che fa conoscere al largo pubblico di accademici gli obiettivi territoriali e politici della Romania per la fine della guerra. Molti intellettuali romeni emigrati in Francia partecipano ai lavori della Conferenza di pace di Parigi (1919).
Nasce in quel medesimo contesto un’iniziativa di grande modernità: uno scambio universitario, con l’obiettivo di promuovere attraverso la collaborazione tra atenei lo sviluppo dell’insegnamento delle discipline tecniche in Romania, Paese di tradizione rurale.
Si getta così la base dell’intesa che deve preparare la cooperazione franco-romena del dopoguerra. Ecco perché, mezzo secolo dopo, saranno proprio i francesi che animeranno il sorgere dell’industria automobilistica romena.
Verso la vittoria e la «Grande Romania»
I destini del conflitto sono segnati, finirà a breve. Per gli imperi centrali si profila una sconfitta, l’Impero ottomano marcia verso la dissoluzione. L’Armata francese del Danubio e l’esercito romeno muovono verso Bucarest e la liberano a fine 1918; Germania, Austria-Ungheria e i loro alleati capitolano; anche l’impero di Vienna si smembra negli Stati dell’Europa orientale che conosciamo oggi.
Il Trattato del Trianon (1920) fissa per la Romania dei confini che cambieranno ancora, ma includono finalmente tutti i territori che si riconoscono nell’eredità latina lasciata dall’imperatore Traiano nella Dacia del secondo secolo dopo Cristo. È nata la «Grande Romania» («România Mare»).
Le regioni di Transilvania e Bucovina, appena incorporate dopo la lunga dominazione austro-ungarica, devono essere integrate nello Stato romeno. La maggioranza della popolazione è di lingua romena, ma entrambi i territori hanno vissuto per secoli nella preminenza culturale del tedesco e dell’ungherese. Versa nella stessa condizione, ma con la lingua russa, la Bessarabia, rimasta sotto la dominazione degli zar da inizio Ottocento. In tutte queste regioni, lingua e cultura romene, benché prevalenti nella popolazione, restavano ai margini.
Grazie alla cooperazione universitaria con la Francia, la Romania realizza una rete d’istruzione che riporta nell’alveo della latinità i territori riconquistati e contribuisce alla crescita culturale di tutto il Paese.
Le relazioni con l’Europa si consolidano
Tra i tanti, il geografo Emmanuel de Martonne visita la città transilvana di Cluj nel 1919, scrive trattati sulla morfologia della regione e tiene corsi nella storica università cittadina, fino a quel momento centro di cultura ungherese.
I docenti ungheresi rifiutano di giurare fedeltà allo Stato romeno e abbandonano l’ateneo. Il concorso di Parigi alla rinascita culturale del territorio è essenziale e lascia tracce profonde in tutta la Romania moderna.
La cooperazione accademica è alla radice delle relazioni tra Francia e Romania che s’intensificano tra le due guerre. Resteranno vive anche oltre, benché provate dalla Seconda guerra mondiale e dall’instaurarsi del regime comunista. Conosceremo presto alcuni protagonisti di quel fecondo tessuto culturale. I loro nomi legano la Romania alla scena intellettuale d’Europa e d’Occidente.
