Romania: cominciamo un nuovo viaggio in un Paese che ci assomiglia

Arrivai la prima volta in Romania all’inizio degli anni Duemila, in un ruolo diverso da quello di oggi, per gestire una pratica amministrativa. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca, che abbiamo raccontato qui l’anno scorso, avevo viaggiato in molti Paesi dell’Est Europa come traduttore e consulente d’azienda. La Romania, però, mi aveva lasciato un altro retrogusto.
La rivolta che nel 1989 aveva segnato la fine del regime di Nicolae Cecaușescu era stata la prima rivoluzione vissuta dal mondo in diretta televisiva. Anch’io avevo passato la notte davanti alle immagini sbiadite che scorrevano sugli schermi nelle nostre case, in Occidente, e chiudevano, nell’altra metà d’Europa, un ciclo di eventi epocali. I regimi comunisti si erano dissolti in rapida successione, finiva l’Europa divisa in cui noi «boomer» eravamo nati e diventati giovani adulti.
Cominciamo un nuovo viaggio
Anni più tardi, quando decisi di lasciare la professione di allora per tornare alla ricerca, fu il ricordo di quella notte di rivoluzione in TV a suggerirmi di ricominciare dalla Romania. Dopo decenni passati a rincorrere i miei clienti e i loro affari, fu in una sala della Biblioteca nazionale romena, nella sede storica, poco distante dall’Università di Bucarest, che tornai a sentire l’inconfondibile silenzio delle biblioteche, rotto appena dal frusciare delle pagine sfogliate dai pochi altri presenti ai lunghi tavoli di lettura. Mi fermai qualche istante ad ascoltare quell’assenza di suono: la accolsi con gratitudine spontanea; mi parve, pur in un luogo così lontano, un bentornato a casa.
Cominciamo con questi ricordi un nuovo viaggio su queste pagine, per i prossimi dodici mesi, attraverso la Romania dal Novecento a oggi. Il viaggio in Germania est l’avevamo intrapreso a bordo di una scoppiettante Trabant; cominciamo anche questo con qualche aneddoto automobilistico. Tra Bucarest e l’aeroporto di Otopeni, la prima volta che vi arrivai, salii su un taxi «Dacia 1300» che sbandava da far paura; sui vialoni della periferia cittadina si fermò con il motore fumante, costringendomi a trasbordare su un altro mezzo.
Le automobili, specchio di un regime
L’industria automobilistica romena moderna prende le mosse a metà degli anni Sessanta negli stabilimenti di Mioveni, vicino a Pitești, un centinaio di chilometri a nordovest di Bucarest. Il primo modello prodotto è la «Dacia 1100», a motore posteriore: la si vede in una celebre fotografia che ritrae un fiero Cecaușescu seduto nell’auto, fresca di produzione, nell’agosto 1968. È seduto al volante, al suo fianco s’intravede un tecnico in camice bianco. È una finzione che diventa metafora del suo regime: Cecaușescu siede ai comandi, ma non sa guidare e non ha la patente.
Un’auto Dacia segna anche gli ultimi giorni della sua presidenza, nel 1989. Fugge da Bucarest con la moglie, a rotta di collo, contestato dalla folla dinanzi all’edificio del Comitato centrale del Partito comunista, quello che oggi ospita il Ministero dell’interno. Una gragnuola di sassi sfonda le finestre, uno attraversa il suo ufficio e vola fino alla scrivania, racconta un testimone.
Cecaușescu scappa in elicottero, poi continua la fuga fermando alcune automobili private: sono delle «Dacia 1300». I loro proprietari strabuzzano gli occhi, quando vedono che a fare autostop sono il capo dello Stato, sua moglie e due guardie del corpo.
Le Dacia restano per decenni quasi monopoliste, sulle strade romene, anche dopo la fine del regime ceausista; riparate alle bell’e meglio, le carrozzerie multicolore che rivelano rattoppi realizzati cannibalizzando sorelle ormai defunte, le sospensioni sfinite dalle buche.
La Romania rurale, vent’anni dopo il comunismo
Le «Dacia 1100» e poi le «Dacia 1300» diventano simbolo involontario della miseria in cui il regime precipita il Paese. Erano prodotte su licenza della francese Renault, che forniva ai romeni i kit di montaggio: l’esito era che i modelli Dacia erano fotocopie dei modelli «Renault 8» e «Renault 12» – mio padre, fedele acquirente di auto Renault, le aveva possedute entrambe. Questo dato trasformava ogni mio viaggio in Romania in una curiosa rievocazione d’infanzia. Quei modelli, che in Romania circolavano ancora, da noi erano scomparsi da decenni.
Da Pitești, luogo di produzione delle Dacia, passai in auto nel 2009. Andavo a Scorniceşti, abitato di campagna in cui Cecaușescu era nato. Avevo cominciato a studiare il processo che aveva deciso la sua condanna a morte e volevo capire, andando sul posto, da quali atmosfere provenisse colui che aveva guidato la Romania socialista col pugno di ferro, per finire crivellato di colpi dinanzi al muro di una caserma di Târgoviște.
Percorsi l’unico tratto di autostrada completa allora esistente in Romania, la Bucarest-Pitești, schivando i cani randagi che la frequentavano con nonchalance. Uscito dall’autostrada, sulla stretta strada vicinale verso l’abitato dovetti accodarmi con pazienza a un carro contadino trainato da un cavallo, al cui seguito trotterellava un cagnolino bianco. Erano passati vent’anni dalla fine del comunismo, la Romania rurale era ancora così.
Romania, perché deve interessarci
Vi sono molte ragioni per le quali è utile parlare di un Paese che assomiglia molto a tutti noi che parliamo italiano: muoversi a Bucarest significa immergersi in parole e suoni di una lingua che unisce come nessun’altra radici neolatine e imprestiti slavi. Insieme alla vicina Moldova, alla quale la legano affinità culturali e parti di storia comune, nel Novecento la Romania ha vissuto vicende che sono un concentrato dei rivolgimenti dai quali è nata l’Europa di oggi.
I regimi comunisti dell’Est non erano tutti uguali. Il tenore di vita e le libertà fondamentali erano inferiori ovunque, ma non dovunque allo stesso modo. Nel 1985, appena diplomato, frequentai un corso in una cittadina dell’Ungheria ancora comunista: Michail Gorbačëv era salito al potere da alcuni mesi, si capiva che lo stile, in Unione sovietica, stava cambiando, ma nulla faceva ancora presagire che di lì a pochi anni i regimi dell’Est sarebbero finiti. I negozi di alimentari erano forniti, gli ungheresi vestivano come noi e parlavano senza troppe inibizioni anche di politica, era facile dialogare in inglese o in tedesco.
Sempre nello stesso anno capitai a Praga: un altro mondo. Nelle vetrine semivuote di Piazza Venceslao regnavano meste piramidi di scatolame dalle etichette giallognole, alternate alle foto dei gerarchi di partito; per le vie, un’umanità taciturna dagli abiti uniformi, cupa e sfaccendata, con la quale riuscivo a dialogare, da straniero, solo in russo.
Un tassello oscuro dell’Europa dell’Est
Per quarant’anni la Romania socialista resta uno dei tasselli più sfortunati del mosaico europeo orientale. I momenti peggiori arrivano nell’ultimo decennio di Cecaușescu, finiti gli anni Settanta della «Epoca de aur» – la cosiddetta «epoca d’oro» in cui il regime riesce per qualche tempo – come quello di Honecker in Germania est – a garantire alla popolazione qualche agio.
Non istruito, trasferito giovanissimo a Bucarest dalla campagna con una formazione da artigiano calzolaio, Cecaușescu entra in contatto con la politica e inizia la carriera nel Partito comunista. Sale al potere nel 1965, sorretto da una scaltrezza istintiva che gli permette di far oscillare il suo Paese in perenne ambiguità. Sfida la fedeltà obbligata a Mosca, proponendosi come doppiogiochista con l’Occidente. Ottiene così da Ovest favori e denari che utilizza per blandire la popolazione e farsi forte verso l’Unione sovietica, ben sapendo, però, che Mosca resta garante del suo ruolo al vertice dello Stato.
Con la moglie Elena, che conosce nei ranghi del Partito, Cecaușescu instaura un sistema di potere simile a quello di una coppia regale. Si circonda di un culto della personalità che non ha pari in regimi analoghi, se non in Corea del Nord e nell’Unione sovietica di Stalin.
La lezione della Romania, fino a oggi
Il regime romeno finisce peggio degli altri: negli ultimi anni la luce elettrica e il riscaldamento arrivano poche ore al giorno, gli alimentari non si trovano, migliaia di figli nati dalla propaganda di Stato per stimolare la natalità, mai desiderati davvero da famiglie senza mezzi per mantenerli, finiscono a vivere di espedienti nei sotterranei delle città.
L’immagine di Nicolae ed Elena Cecaușescu cadaveri, piegati su se stessi dinanzi al muro della caserma in cui vengono condannati a morte da un tribunale privo di legittimità, ricorda la fine di Benito Mussolini e Claretta Petacci appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a Milano. È un monito contro le ipocrisie con le quali il mondo guarda alle dittature del nostro tempo: ne condanna alcune, ma si fa complice di altre, come se la fedeltà a qualche ideologia possa giustificarne le brutalità.
La Romania ha molto da dirci anche oggi. Durante le recenti elezioni presidenziali, è stata il Paese in cui la propaganda filorussa è stata più invadente e ha generato clamorose falsificazioni del voto. Il governo ha reagito e ha annullato l’elezione, mostrando al mondo come una democrazia può opporsi alla prepotenza dei nuovi egemoni. Fukuyama aveva torto: la Storia non è finita. Può anche tornare indietro, e questa volta ci siamo in mezzo anche noi.
