Le contromanifestazioni in Iran non frenano la volontà popolare

La capitale iraniana ieri si è svegliata velata dalla solita foschia, una cappa di smog che avvolge sempre tutto, nonostante gli oltre 1200 metri di altitudine. Internet continua a essere bloccato, e nelle strade si vede il solito traffico impazzito di questa metropoli sconclusionata. Il governo, sempre più in difficoltà, ha cercato di organizzare contro manifestazioni in molti centri minori, soprattutto nelle zone più arretrate e conservatrici della nazione. Anche la capitale ha visto scendere in piazza i sostenitori del regime degli Ayatollah, ma nonostante i commentatori della tv nazionale parlino di migliaia e migliaia di persone, un’ondata di sostegno che dovrebbe annientare ogni tipo di protesta, la realtà appare profondamente diversa. Si tratta di una serie di manifestazioni orchestrate dal governo nella speranza di consolidare un seguito che appare sempre più ridotto.
La propaganda
Piazza Enghelab è storicamente il luogo dove il regime riafferma il suo potere e celebra vittorie, o presunte tali. L’accesso alla piazza è fortemente presidiato e dalle campagne arrivano decine di minivan carichi di famiglie a cui vengono consegnate le bandiere della Repubblica Islamica appena scese dai pullman. Le donne sono tutte vestite di nero e stanno da una parte, mentre i membri maschi della famiglia discutono con gli organizzatori. La maggior parte di queste persone ha legami diretti con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione e con i Basij, la milizia agli ordini dei Pasdaran, dove finiscono tutti quelli troppo anziani o troppo giovani per essere arruolati. Questo gruppo paramilitare ha fatto dell’indottrinamento la sua forza e nelle sue file militano i più radicali e oscurantisti. Durante la guerra fra Iran ed Iraq erano i giovanissimi membri dei Basij che sminavano i campi minati correndoci sopra e morendo per la gloria del loro capo Ruhollah Khomeini. Oggi vengono utilizzati per aggredire i manifestanti e, insieme ai loro fratelli maggiori delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto della fede il loro lavoro. Slogan, canti religiosi e pieno sostegno alla guida suprema Ali Khamenei sono il risultato di questa contromanifestazione, totalmente ignorata dagli abitanti delle strade attorno che non si affacciano nemmeno alle finestre, dimostrando così il loro mancato sostegno. La tv di stato manda ininterrottamente in onda la manifestazione pro-governo, definendo i partecipanti come iraniani uniti contro il terrorismo ed etichettando le proteste anti governative come rivolte appoggiate da USA e Israele.
Il tentativo di frenare i giovani
Intanto, il movimento che chiede la fine del regime non si ferma. Un ragazzo mi mostra i messaggi che arrivano sui cellulari da parte della polizia. I destinatari sono soprattutto i genitori dei giovani scesi in strada, e si consiglia di tenere i figli lontani dai rivoltosi. Il testo continua dicendo che vista la presenza di gruppi terroristici e individui armati in alcuni raduni dei giorni scorsi e i loro piani di causare vittime e la ferma decisione di non tollerare alcun atteggiamento di pacificazione e di affrontare con decisione i rivoltosi, si consiglia vivamente alle famiglie di prendersi cura dei loro giovani e adolescenti. Un tentativo disperato di convincere le famiglie a intervenire sulle scelte dei propri figli, visto che la situazione sul terreno appare difficilmente recuperabile per il regime. Intanto rimbalzano notizie su contatti con l’amministrazione Trump che avrebbe aperto uno spiraglio di trattativa con gli Ayatollah. Il ministro degli Esteri ha detto alla televisione che i canali di comunicazione con un emissario americano sarebbero aperti, confermando quanto il tycoon statunitense aveva già detto. Donald Trump aveva infatti dichiarato che l’Iran aveva chiesto di negoziare e che un incontro era in preparazione tramite l’inviato speciale Steve Witkoff, che stando a quanto scrive l’Iran International, aveva mantenuto canali di contatto aperti anche in passato. Esmaeil Baghei, portavoce del ministero degli Esteri, visto in piazza con i manifestanti pro governo a gridare slogan, ha cercato di riportare la questione sul piano diplomatico, accettando la presenza di un negoziatore, ovviamente gradito da tutti.
Pochi soldi in tasca
Fra i ragazzi di Teheran resta però un grande scetticismo sull’eventualità dell’apertura di un tavolo con la Repubblica Islamica, soprattutto dopo le centinaia di morti e le migliaia di arresti degli ultimi giorni. I mercanti del grande bazar sono più possibilisti in merito all’apertura di una trattativa, ma nessuno compra nulla da un paio di giorni e la gente ha paura di avvicinarsi ai banchi perché è proprio da qui che è scattata la scintilla dell’ondata di proteste. I commercianti per anni erano sempre rimasti molto fedeli al regime, mi racconta un tassista che ha un cugino con un banco di spezie al bazar, ma nessuna delle promesse fatte è mai stata rispettata. Il governo ha anche provato con sussidi alla fine di dicembre, quando la miccia era già accesa, ma nelle tasche degli iraniani sono arrivati pochi soldi, che non bastavano nemmeno per fare la spesa. Il mio tassista fa anche il sarto insieme alla moglie e al cognato, i clienti sono gli abitanti del quartiere e tutti sono costretti a fare almeno due lavori per arrivare a fine mese. La guida suprema aveva anche promesso un aumento di stipendio per le forze dell’ordine, ma soltanto l’esercito è composto da 800mila uomini e i gruppi paramilitari sono altri 200mila, senza contare gli almeno 12 milioni di Basij, numeri che non permettono alle esangui casse iraniane di concedere aumenti decenti a nessuno.
La moschea di Abuzar
Nella tv di Stato si trasmettono da ore anche le immagini di un video di sorveglianza dell’interno della moschea di Abuzar, nella periferia est di Teheran, mentre viene vandalizzata da alcune persone vestite di nero. Un gruppetto distrugge gli arredi interni, e la moschea sarebbe anche stata data alle fiamme. Nel movimento di protesta, in molti hanno dubbi sull’autenticità del video che potrebbe essere una disperata mossa del regime per denunciare falsi attacchi a luoghi sacri nel tentativo di screditare i manifestanti, bollandoli come terroristi che vogliono distruggere la religione. Impossibile andare a vedere, perché l’intero quartiere è considerato scena di un crimine contro lo Stato e la moralità. Nessun tassista è nemmeno disposto ad avvicinarsi. L’Iran intanto continua a ribollire, e adesso le migliaia di persone scese in strada si aspettano un segnale dal resto del mondo.
