Le mine nello Stretto di Hormuz: la strategia (economica) dell'Iran per sconvolgere il mondo

Premessa: rispetto a Israele e Stati Uniti, l'Iran ha una potenza militare e risorse finanziarie (decisamente) inferiori. Tuttavia, Teheran ha un vantaggio strategico importante: il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto dell'approvvigionamento mondiale di petrolio. Detto in altre parole, attaccando le navi commerciali l'Iran può chiudere, anche per mesi, la rotta. Di più, la Repubblica islamica avrebbe anche minato lo Stretto. Scoraggiando, di riflesso, le imbarcazioni a tentare il passaggio e segnando una nuova escalation nella guerra in Medio Oriente. Ma come stanno, davvero, le cose? Proviamo a fare chiarezza.
Perché lo Stretto è importante?
Lo Stretto di Hormuz è uno stretto che divide la penisola arabica dalle coste dell'Iran. Mette in comunicazione il Golfo di Oman a sudest con il Golfo Persico a ovest. È una delle strozzature strategicamente più importanti al mondo: Hormuz è il solo passaggio marittimo dal Golfo Persico all'Oceano.
Le mine sono state davvero posate?
Secondo fonti consultate dalla CNN, l'Iran come detto avrebbe iniziato a posizionare alcune decine di mine nello Stretto. Il posizionamento delle mine, va detto, non sarebbe esteso, tuttavia Teheran dispone ancora dell'80-90% delle sue imbarcazioni posamine, al netto dei continui attacchi statunitensi e, soprattutto, delle dichiarazioni di Donald Trump secondo cui l'Iran «non dispone più di una Marina militare».
L'operazione, evidentemente, potrebbe costituire una svolta nel conflitto. Le mine marine, infatti, viste le loro caratteristiche rappresentano uno strumento efficace e, soprattutto, economico. Non finisce qui: sono difficili da neutralizzare. Teheran, stando agli esperti, non dovrebbe neppure sforzarsi per bloccare lo Stretto da qui ai prossimi mesi: basterebbe il 5% dell'arsenale disponibile.
Mercoledì, Trump ha affermato che l'Iran non è riuscito a piazzare alcuna mina e che, «praticamente», gli Stati Uniti hanno eliminato tutte le navi posamine della Repubblica islamica. Anche la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), un'organizzazione britannica gestita dalla Royal Navy che fornisce informazioni sulla sicurezza alle parti interessate, ha dichiarato che «non vi sono prove confermate di posizionamento o detonazione di mine» nello Stretto. In aggiunta, il viceministro degli Esteri di Teheran, Majid Takht-Ravanchi, in un'intervista concessa ad AFP a precisa domanda ha negato che l'Iran sta minando lo Stretto: «Assolutamente no. Questo non è vero».
Quante mine ha l'Iran?
Uscendo dal gioco delle dichiarazioni, è interessante sottolineare che l'Iran, secondo una stima citata in un rapporto del Congresso statunitense del 2025, possiede fra le 5 e le 6 mila mine navali. Ve ne sarebbero di vario tipo: a ventosa, di galleggiamento, di profondità.
L'IRGC, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, i cosiddetti Pasdaran per intenderci, dispone di una propria Marina ed è in grado di dispiegare un'ulteriore barriera di mine, imbarcazioni suicide cariche di esplosivi e batterie di missili costieri. Una fonte statunitense, scrive la CNN, parla dello Stretto come di una Death Valley, la Valle della Morte.
Che cosa dice l'America?
Martedì, gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver distrutto diverse navi militari iraniane, fra cui sedici posamine. Riguardo alla presenza effettiva di mine nello Stretto, Washington ha mantenuto un profilo basso. Bisogna risalire a un precedente post di Trump su Truth, ad esempio, per avere un'idea al riguardo: «Se l'Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo segnalazioni in tal senso, vogliamo che vengano rimosse immediatamente».
Quali sono le conseguenze per l'economia?
Detto del conflitto, l'impraticabilità dello Stretto di Hormuz ha conseguenze, gravi, sull'economia globale. Il blocco, affermano in coro gli analisti, si traduce in circa 15 milioni di barili al giorno di greggio e 4,5 milioni di barili di petrolio raffinato bloccati nel Golfo. Se questa via è già complicata, da percorrere, in tempi di pace, figuriamoci con l'eventuale presenza di mine.
Trump ha proposto di scortare le navi che transitano nello Stretto, ma ciò comporterebbe mettere in pericolo le navi militari al solo scopo di proteggere le petroliere, senza alcun evidente vantaggio strategico per il conflitto ribadisce, fra gli altri, la CNN.
Giorni fa, il più grande esportatore mondiale di petrolio, Saudi Aramco, ha avvertito delle potenziali «conseguenze catastrofiche» per i mercati petroliferi se i flussi non riprenderanno con regolarità attraverso lo Stretto.
Negli Stati Uniti, ma non solo, il prezzo della benzina alla pompa ha subito variazioni, anche sensibili, verso l'alto, scatenando di riflesso ampie discussioni politiche.
Ci sono precedenti?
La situazione di questi giorni non è una novità assoluta, anzi. Durante la guerra fra Iran e Iraq, negli anni Ottanta, entrambi i Paesi presero di mira le rispettive petroliere. La Marina iraniana posizionò delle mine vicino allo Stretto di Hormuz. Una di queste colpì una nave da guerra americana, la USS Samuel B. Roberts, nell'aprile 1988. L'amministrazione Reagan reagì danneggiando o affondando tre navi da guerra iraniane e tre piattaforme petrolifere, riducendo drasticamente la capacità di Teheran di operare nel Golfo.
Nel 2024, sulla scia delle tensioni fra Israele e Iran, in particolare dopo l'attacco dello Stato ebraico in Siria contro un edificio consolare iraniano, i Pasdaran sequestrarono una nave «legata a Israele», la MSC Aires, proprio nello Stretto di Hormuz.
