Il caso

Ma quanto costa, ora, un pieno di benzina?

È la domanda delle domande che, negli Stati Uniti, sta dominando tanto il dibattito politico quanto le conversazioni da bar: Donald Trump ha promesso soluzioni brevi, ma sarà davvero così?
©George Walker IV
Marcello Pelizzari
10.03.2026 15:17

Quanto durerà, ancora, la guerra in Medio Oriente? E ancora: quali sono, davvero, le intenzioni di Donald Trump? Difficile a dirsi. Anche perché il presidente degli Stati Uniti, al riguardo, non è stato chiarissimo. Lunedì, ad esempio, ha detto che il conflitto può considerarsi «praticamente» concluso, mentre il Dipartimento della Difesa, su X, ha annunciato che la lotta «è appena iniziata» e che Washington non avrà «alcuna pietà». Lo stesso Trump, in seguito, ha corretto il tiro. Affermando di aver ottenuto molto, «ma non abbastanza». 

Ma quanto costa fare il pieno?

La questione, concretamente, per i cittadini americani si sta traducendo in aumenti, anche forti, del prezzo della benzina. E dire che, solo due settimane fa, nel suo discorso sullo stato dell'Unione, al Congresso, il presidente si era preso non pochi meriti per i numeri, bassi, fatti registrare alle pompe. Inciso: aveva ragione, dal momento che il carburante era più economico rispetto a mesi prima. La situazione, per dirla con il Tages-Anzeiger, è cambiata. All'improvviso e rapidamente. Di più, con i prezzi del greggio salito oltre i 100 dollari al barile, negli scorsi giorni, la preoccupazione degli americani è salita di conseguenza. A inizio settimana, secondo il quotidiano zurighese, un gallone di benzina verde (3,78 litri) costava circa 3,5 dollari nel Maryland, circa 50 centesimi in più rispetto al periodo pre-operazione Epic Fury. Numeri che, rispetto alla Svizzera, rimangono competitivi. Ma il pieno di benzina, in America, da sempre è una questione di sensibilità e, ancora, politica.

Stando alle stime, gli Stati Uniti spendono un miliardo di dollari, o quasi, per ogni giorno di guerra. Una cifra monstre, accompagnata dalla domanda delle domande: perché? Alcuni analisti, Economist in testa, ritengono che il tycoon non abbia una vera strategia. I sondaggi, intanto e per quanto valgano, iniziano a far traballare Trump: se è vero che la base elettorale MAGA e la maggioranza dei Repubblicani rimangono fedeli e saldi al fianco del presidente, è altrettanto vero che il 60% degli americani si oppone, fermamente, all'offensiva contro l'Iran. Di nuovo: solo quattro intervistati su dieci considerano buone ed efficaci le sue politiche economiche e la gestione dell'immigrazione.,

Nei primi due giorni di raid contro Teheran, riporta il Washington Post, sono stati spesi 5,6 miliardi di dollari in munizioni. In media, dicevamo, ogni giorno di conflitto costa un miliardo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, fedelissimo di Trump, ha elogiato l'esborso: «È il denaro meglio speso». Anzi, è un investimento per, citiamo, «rovesciare un regime nazista religioso che sta cercando di costruire un'arma nucleare». Detto della politica, la cosiddetta pancia del Paese è meno convinta. Molti, anche fra chi ha votato per Trump, si stanno domandando: ma il presidente non aveva promesso di abbassare i prezzi e di tenere gli Stati Uniti fuori dalle guerre? Il tutto mentre l'inflazione è sì scesa, ma di pochissimo, e molti prodotti alimentari sono diventati più cari. Le parole di Trump, e nello specifico quel «praticamente conclusa» rispetto alla guerra contro l'Iran, hanno favorito nell'immediato un calo generalizzato dei prezzi di greggio e gas. Un calo, scrive la BBC, che ha permesso ai trader di «tirare un sospiro di sollievo», nonostante i mercati energetici siano in uno stato di «tiro alla fune totale», per dirla con Alberto Bellorin, fondatore e amministratore delegato di InterCapital Energy.

«Presto, molto presto»

Mentre il Wall Street Journal parla dei possibili profitti che la famiglia Trump poterbbe fare con le armi, a immagine degli investimenti in Powerus, azienda fondata nel 2025 e con sede non lontano dal quartier generale di Trump a Mar-a-Lago, la partita – politicamente parlando – che sta giocando il presidente potrebbe essere rischiosa. Una, in sostanza, la domanda: e se alle elezioni di metà mandato i Repubblicani perdessero la maggioranza alla Camera, al Senato o addirittura in entrambe?

Trump, sin qui, si è difeso spiegando che «i prezzi del petrolio scenderanno rapidamente dopo l'eliminazione della minaccia nucleare iraniana» e, parallelamente, che gli aumenti alla pompa «sono un prezzo molto basso da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati Uniti e del mondo». Restano, al di là delle frasi e della narrativa, non pochi dubbi circa le intenzioni, reali, del presidente: gli attacchi all'Iran vanno davvero interpretati come un'azione per distruggere il programma nucleare iraniano, teoricamente già distrutto nel giugno del 2025, o Washington sta perseguendo l'obiettivo del regime changeLa nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema della Repubblica islamica, di certo, non gli è piaciuta. Anzi, gli è «servita» per rilanciare le accuse secondo cui Teheran avrebbe preso di mira, direttamente, Washington se avesse posseduto armi nucleari.

Al di là dei prezzi alla pompa, i consiglieri di Trump gli avrebbero suggerito una soluzione in tempi brevi in Medio Oriente per calmierare anche l'opinione pubblica. Una mossa politica traducibile in quel «presto, molto presto» diventato, in queste ore, un mantra che il tycoon ripete a chi, fra i giornalisti, gli chiede quando finirà la guerra in Iran. Quantificare quel presto, tuttavia, appare problematico.

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