Lo shock di Hormuz spaventa il mondo

«Anche se è difficile immaginare un mondo in cui lo Stretto di Hormuz non sarà mai riaperto, è altrettanto difficile immaginare che l’economia mondiale dipenda di nuovo da quella regione per il 20% del suo fabbisogno di petrolio e gas. Gli acquirenti disperati riescono sempre a trovare nuovi venditori quando quelli vecchi non riescono a consegnare. Più a lungo il mondo vive senza le riforniture del Golfo, più diventerà facile». Christopher Smart, economista, già docente ad Harvard e assistente speciale del presidente Barack Obama dal 2013 al 2015, ha lanciato giovedì scorso dalle colonne del New York Times una previsione dal retrogusto urticante.
Hormuz, ha scritto, sta confermando quanto già accaduto con la pandemia di Covid-19 o con i dazi di Donald Trump. Ogni evento straordinario costringe a un rapido aggiustamento. Impone una significativa riorganizzazione del sistema. In questo caso, delle catene globali di approvvigionamento di idrocarburi.
Una provocazione, quella di Smart, in controtendenza però con le analisi di quasi tutti gli osservatori e specialisti del mercato del greggio. I quali, invece, da giorni lanciano rumorosi e insistenti allarmi su una possibile, imminente, crisi petrolifera. Chi ha ragione?
Gli attacchi statunitensi e israeliani che hanno dato inizio, il 28 febbraio, alla guerra in Iran hanno ridotto significativamente le forniture globali di petrolio e gas. Secondo l’International Energy Agency (IEA), la quantità di greggio spedito a livello mondiale è diminuita di 12,8 milioni di barili al giorno, oltre l’11% rispetto ai livelli prebellici. La chiusura, di fatto, dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha dato inizio alla più grande interruzione dei flussi di greggio di sempre.
Ovunque si stanno riducendo scorte per compensare la carenza di forniture provenienti dal Medio Oriente. Scorte che, sostiene la maggioranza degli esperti, diminuiscono pericolosamente, facendo prevedere un possibile aumento verticale dei prezzi nel giro di pochi mesi, forse addirittura settimane.
Oxford Economics, una grande società di consulenza fondata nel 1981 come iniziativa business della storica università britannica, commentando questa rapidissima diminuzione delle scorte di petrolio ha scritto martedì scorso, in un rapporto destinato ai propri clienti, che se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso fino a luglio, i prezzi del greggio salirebbero a livelli «difficili da tollerare a lungo». Sulla stessa linea Bob McNally, presidente del Rapidan Energy Group ed ex assistente speciale di George W. Bush nel Consiglio economico nazionale, il quale, intervistato dal Financial Times, ha detto che i prezzi potrebbero raggiungere i 200 dollari al barile quest’estate a meno che lo Stretto di Hormuz non sia riaperto subito alle petroliere.
Danni alla produzione
«Le scorte potrebbero presto scendere abbastanza da rischiare danni permanenti alla produzione e alla raffinazione in alcune parti dell’Asia e del Medio Oriente - ha detto poi al Washington Post Mark Finley, ricercatore del programma energia e petrolio globale del Baker Institute presso la Rice University di Houston, in Texas - E anche l’Europa potrebbe subire conseguenze se il conflitto si protraesse oltre l’estate».
Secondo l’analisi di Finley, in Giappone, le importazioni di petrolio sono diminuite di oltre il 60% rispetto allo scorso anno, e la nazione insulare ha esaurito quasi un terzo della sua riserva di emergenza.
Il Vietnam, che ha visto anch’esso crollare le importazioni, ha meno di un mese di scorte di petrolio. Mentre l’Europa ha fatto ampio affidamento sulle riserve d’emergenza degli Stati Uniti e di altri Paesi per mantenere operativo il proprio sistema.
Anche le scorte d’emergenza stanno però diminuendo, e i governi sono restii a ricorrervi ulteriormente. «Il petrolio deve fluire costantemente attraverso il sistema per mantenerlo in funzionamento - ha aggiunto Finley - Devi tenere pieni i gasdotti, il sistema di distribuzione in funzione, le raffinerie in attività. Nessuno sa esattamente quanto si possa scendere in basso, ma una volta che si scende un barile sotto il minimo, il sistema smette di funzionare».
Riserve strategiche
Le raffinerie di tutto il mondo, nel tentativo di mantenere l’economia globale rifornita di carburante, hanno acquistato greggio ovunque lo trovassero, ma in un centinaio di giorni hanno comunque perso oltre un miliardo di barili di rifornimento. E i Paesi industrializzati sono stati quasi costretti a intaccare le proprie riserve strategiche.
Secondo Jim Burkhard, vicepresidente e responsabile globale della ricerca sul petrolio greggio presso S&P Global Energy (citato dal portale Politico.com), le scorte globali di petrolio sono diminuite di circa 5,8 milioni di barili al giorno dall’inizio della guerra. Le scorte mondiali ammontano ora a circa 7,5 miliardi di barili, un calo di circa 500 milioni rispetto all’inizio della guerra. Anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha avvertito che le scorte globali di petrolio dovrebbero scendere il prossimo mese al minimo degli ultimi cinque anni. La portavoce dell’FMI, Julie Kozack, ha confermato alla stampa USA la previsione di circa 7,5 miliardi entro luglio.
Pure la riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti non è mai stata così bassa da almeno 20 anni a questa parte.
I dati del Governo degli Stati Uniti, pubblicati mercoledì scorso, hanno mostrato che le scorte totali di greggio e prodotti petroliferi come la benzina sono diminuite di 10,6 milioni di barili la scorsa settimana, raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.


