Ma Donald Trump non era contro le operazioni di «regime change»?

L'annuncio dell'invio di truppe statunitensi in Venezuela e della cattura di Nicolás Maduro segna un momento di rottura senza precedenti nella storia diplomatica recente, ma rappresenta anche una clamorosa inversione di rotta per Donald Trump. Il presidente, che per anni ha costruito la sua identità politica sul rifiuto categorico delle guerre d'oltremare e delle operazioni di «cambio di regime», si trova oggi a gestire direttamente quello che ha definito un passaggio di potere «sicuro e giudizioso» in territorio sudamericano. Durante la sua ultima conferenza stampa, Trump ha chiarito che gli Stati Uniti «gestiranno» il Venezuela durante questa transizione, un'affermazione che scardina la tradizionale prudenza verso il nation-building che aveva caratterizzato la sua dottrina America First.
Questa mossa appare quasi paradossale se confrontata con la retorica isolazionista che Trump ha cavalcato fin dal 2016. In passato, il leader repubblicano non aveva risparmiato critiche feroci alle amministrazioni Bush e Obama per gli interventi in Iraq, Libia e Siria, definendo la caduta di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi come errori strategici che hanno generato solo caos e morte. Trump aveva ripetutamente promesso che l'era del tentativo americano di imporre la democrazia con la forza era finita, sostenendo che ogni nazione dovesse essere libera di seguire il proprio destino. Tuttavia, il caso venezuelano sembra aver attivato una clausola di eccezione legata alla vicinanza geografica e agli interessi economici nazionali.
Un elemento centrale della nuova strategia di Trump è infatti l'aspetto pragmatico e transazionale. Il presidente ha annunciato che le aziende americane entreranno nel Paese per ricostruire le infrastrutture petrolifere, con l'obiettivo dichiarato di far «fare soldi» al Venezuela e, implicitamente, garantire stabilità al mercato energetico statunitense. È qui che la sua visione si discosta dal passato: mentre le guerre in Medio Oriente venivano criticate da Trump come uno spreco di trilioni di dollari senza alcun ritorno, l'operazione venezuelana viene presentata come una «partnership» profittevole, dove il controllo statunitense è il mezzo necessario per proteggere una risorsa strategica situata nel «cortile di casa».
A giustificare legalmente e moralmente questo intervento davanti all'opinione pubblica è stata la trasformazione della figura di Maduro da avversario politico a criminale comune. Trump ha ribadito che Maduro e sua moglie, Cilia Flores, saranno processati a New York per narcotraffico, dipingendo l'azione militare non come un'aggressione politica, ma come un'operazione di polizia internazionale su vasta scala. Questa narrazione permette a Trump di sostenere di non aver tradito il suo principio anti-interventista, ma di aver agito per proteggere gli Stati Uniti dalla minaccia dei cartelli della droga, pur assumendo di fatto la guida di una nazione sovrana.
Mentre le testate giornalistiche, New York Times in testa, analizzano le implicazioni di un'America che torna a «gestire» un Paese straniero, Trump rimane fermo sulla sua linea di forza, dichiarandosi pronto a un secondo attacco se necessario, pur ritenendolo improbabile. Resta da vedere come questa occupazione temporanea si concilierà con le promesse di indipendenza fatte al popolo venezuelano e come la comunità internazionale reagirà a quello che appare, a tutti gli effetti, come il ritorno di una dottrina Monroe rivisitata in chiave moderna e commerciale.
