Migranti a Ceuta e Melilla, Ambrosini: «Più che un’invasione, è un simbolo utile a una certa narrazione»

Più che la prova di un’Europa sotto assedio, Ceuta e Melilla sono per Maurizio Ambrosini soprattutto «un simbolo», un episodio che «si presta a una rappresentazione politica e mediatica ben precisa». «L’idea è quella di un’Europa a rischio di invasione», spiega il sociologo delle migrazioni, invitando però a guardare oltre l’immagine, fortemente evocativa, dei giovani che tentano di superare le barriere alle enclavi spagnole in Nordafrica. Nel frattempo – è bene precisarlo –, oltre 48.300 migranti dei 50 mila entrati in massa dall'alba di ieri hanno fatto rientro in territorio marocchino alle 18.00 di oggi.
Per Ambrosini – professore all’Università degli Studi di Milano e direttore della rivista Mondi Migranti –, infatti, il punto centrale è che l’immigrazione irregolare non coincide soltanto con il «passaggio spettacolare» di un confine fisico, nelle immagine che stanno circolando nelle ultime ore. Lo dimostrano, a suo avviso, anche i numeri della recente regolarizzazione promossa dal Governo spagnolo: un milione e 170 mila domande d'asilo, in gran parte presentate da persone provenienti dall’America latina – anche dal Venezuela –, entrate non via mare o con «assalti», ma «alla spicciolata, senza fare rumore mediatico», spesso attraverso canali turistici o comunque legali, almeno in una prima fase.
Spagna contraddittoria
È qui che, secondo il professore, emerge una prima contraddizione. Da una parte ci sono migranti che, potendo entrare più facilmente, vengono letti come una risorsa economica e lavorativa – «si sprecano le dichiarazioni di Sánchez e dei suoi ministri sul fatto che contribuiscono e contribuiranno all’invidiabile incremento del PIL spagnolo, 3% all’anno, e pagheranno tasse e contributi» –. Dall’altra, chi non dispone degli stessi canali o dello stesso passaporto viene percepito come minaccia, soprattutto se arriva in modo visibile e concentrato, come a Ceuta. «L’immigrazione irregolare è un fenomeno multiforme, che utilizza diversi canali, perlopiù regolari», riassume Ambrosini. Secondo il sociologo, la Spagna mostra così un doppio volto. «Su altri dossier migratori ha assunto posizioni anche coraggiose e relativamente liberali», nota, ricordando le aperture alla regolarizzazione. Ma sul confine di Ceuta e Melilla Madrid mostrerebbe invece «un’infelice continuità con il passato»: reti sempre più alte, barriere fisiche, guardie di frontiera e, soprattutto, accordi con il Marocco per fermare gli ingressi, delegando alle autorità marocchine gran parte del controllo sul terreno.
I due fattori alla base dell'attuale crisi
Secondo Ambrosini, a spiegare quanto accaduto concorrono almeno due fattori. Il primo è una recente sentenza della Corte Suprema spagnola, che limita i respingimenti sommari e impone di ascoltare chi, arrivato a Ceuta, presenta domanda d’asilo. Una decisione che può aver alimentato rapidamente, attraverso il passaparola, l’idea di una finestra di opportunità per chi tentava l’ingresso. Questo è importante perché aiuta a capire un punto: non serve pensare a una regia sofisticata per spiegare l’aumento degli arrivi. Basta che circoli la percezione di una finestra di opportunità — «se arrivi, non ti possono respingere subito» — perché il passaparola faccia il resto.
Il secondo fattore è, invece, geopolitico. La crisi è esplosa pochi giorni dopo la visita di Pedro Sánchez ad Algeri, letta da molti osservatori come un segnale di riavvicinamento all’Algeria, storica rivale del Marocco e principale sostenitrice del Fronte Polisario sul dossier del Sahara Occidentale. In questo quadro, il sospetto è che Rabat abbia usato – ancora una volta – la pressione migratoria come leva diplomatica, allentando i controlli alla frontiera o lasciando comunque filtrare che, per qualche ora, il passaggio sarebbe stato meno sorvegliato. Un copione che richiama da vicino la crisi del 2021, quando migliaia di persone entrarono a Ceuta dopo il ricovero in Spagna del leader del Polisario Brahim Ghali.
Da qui discendono, a giudizio di Ambrosini, due lezioni più generali. La prima è che esiste una tensione permanente tra tutela dei confini e diritti umani. «Se si vogliono difendere a tutti i costi i confini, bisogna abbassare la salvaguardia dei diritti fondamentali», chiarisce. La seconda è che, quando i Paesi europei si affidano a governi dalle credenziali democratiche dubbie per fermare i migranti, diventano ricattabili. Il sociologo cita il precedente della Turchia: chi trattiene i profughi per conto dell’Europa finisce per acquisire un forte potere negoziale.
«Non credo nell’operazione coordinata e nelle regie occulte»
Sull’ipotesi di una regia criminale – per Sánchez i responsabili dell'entrata in massa di migranti nell'enclave di Ceuta sono «le mafie», fonti diplomatiche dell'ambasciata marocchina a Madrid ha puntato il dito contro «organizzazioni criminali» – o di un’operazione organizzata dall’alto, il professor Ambrosini si mostra prudente. «Non credo a una regia occulta», spiega. Più probabile, semmai, che abbiano agito catene di voci, passaparola, aspettative e mutuo aiuto, magari favorite dal fatto che per qualche ora le autorità marocchine abbiano scelto di allentare la pressione per inviare un messaggio politico a Madrid.
Anche la retorica della lotta ai trafficanti, secondo Ambrosini, andrebbe maneggiata con cautela. «È una giustificazione che spesso serve a rafforzare chiusure e repressione, ma che non coglie il nodo vero: i trafficanti prosperano proprio perché mancano canali legali accessibili per arrivare e chiedere asilo». E nel caso di Ceuta e Melilla, aggiunge, è persino difficile sostenere la tesi delle grandi organizzazioni criminali: «Si tratta in gran parte di giovani marocchini che si accampano, aspettano e cercano "l’occasione giusta" per passare. Ho letto di che si esercitano a saltare la rete, fanno ginnastica per essere pronti».
Le reazioni dall'UE
«Non possiamo permettere a nessuno di entrare nella nostra Unione senza rispettare le nostre regole», ha chiosato la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. L'Italia ha disposto la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna. La Finlandia ha dichiarato di appoggiare la proposta italiana di chiudere l'area Schengen alla Spagna. La premier danese Mette Frederiksen ha chiesto all'Unione Europea di esaminare tutte le opzioni, compresa l'esclusione della Spagna dal trattato di Schengen.
Ma, Ambrosini invita a diffidare delle reazioni più drastiche sul fronte europeo. «Il tema si presta molto alla strumentalizzazione politica. L’immigrazione è una materia che acchiappa voti, soprattutto se si promettono chiusura e sicurezza». Un irrigidimento reale, avverte, avrebbe soprattutto costi: per il turismo, per gli scambi economici, per i viaggi di studio e per la libertà di movimento all’interno dell’Europa. Senza contare che, nel caso di Ceuta, non vi sono nemmeno prove che i nuovi arrivati vogliano davvero proseguire verso altri Paesi europei, «è più probabile che cerchino di sistemarsi in Spagna. Il ministero dell'Interno spagnolo ha chiarito che i migranti arrivati a Ceuta sono stati circa 50 mila e oltre 48.300 sono già tornati in territorio marocchino. «Non è difficile credere. È una popolazione disorganizzata, che insegue speranze. Poi riesce ad attraversare e capisce che le speranze non si realizzano. Viene lasciata lì senza cibo, né acqua, né riparo. C’è chi ci ripensa. La stessa mancanza di accoglienza è una forma di deterrenza».
Come andrà a finire?
«Le dichiarazioni costano poco, danno un messaggio alla popolazione di "governi risoluti a fronteggiare la cosiddetta invasione" – conclude il sociologo –. Che cosa penso? Che Madrid si piegherà a 90 gradi rispetto alle rivendicazioni marocchine. Chiuderà, se ha davvero dato aperture, sulle rivendicazioni del Fronte Polisario e dell'Algeria che lo fiancheggia, e probabilmente fornirà aiuti economici al Marocco e alle sue guardie di frontiere. E questi torneranno a fare la guardia con i modi che conosciamo».



