Il punto

Militare francese morto in Iraq: e ora come reagirà Parigi?

La Francia può invocare l'Articolo 5 della NATO? E che cosa c'entra l'Articolo 6? Di nuovo: perché i soldati francesi si trovano a Erbil? Proviamo a fare chiarezza
Immagini di un attacco all'aeroporto di Erbil. © AP/Leo Correa
Marcello Pelizzari
13.03.2026 09:15

La notizia, innanzitutto. Presa direttamente dalle agenzie di stampa: un militare francese è morto durante un attacco con drone nella regione di Erbil, in Iraq, come annunciato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron su X. La vittima è il maresciallo Arnaud Frion del 7. battaglione Cacciatori Alpini di Varces, mentre l'attacco è stato rivendicato da una milizia pro-iraniana, Ashab Al-Kahf. «Alla sua famiglia e ai suoi commilitoni – ha scritto Macron – porgo le mie più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione». E ancora: «Diversi nostri militari sono rimasti feriti. La Francia è al fianco loro e dei propri parenti. Questo attacco contro le nostre forze impegnate nella lotta contro l'ISIS dal 2015 è inaccettabile. La loro presenza in Iraq si inserisce nel quadro della lotta al terrorismo. La guerra in Iran non può giustificare tali attacchi».

Base sovrana o no?

La domanda, ora, circolata con forza sui social: la Francia, visto quanto accaduto, può chiedere l'intervento della NATO invocando l'Articolo 5 del Patto Atlantico? In breve, no. Innanzitutto, perché l'Articolo 5 non scatta automaticamente se viene attaccata una base di un Paese NATO in un territorio non appartenente all'Alleanza. In seconda battuta, perché la Francia ha sì una presenza militare a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ma non una base sovrana. Il contingente transalpino è ospitato all'interno di strutture locali o basi della cosiddetta coalizione internazionale. Per «base sovrana» s'intendono, ad esempio, Akrotiri e Dhekelia a Cipro, a tutti gli effetti territori del Regno Unito.

Perché c'entra anche l'Articolo 6?

A stabilire questi limiti geografici, se così vogliamo chiamarli, è il Trattato stesso. Per comprendere appieno l'Articolo 5 è utile leggere l'Articolo 6, che limita la protezione della NATO a: territori dei Paesi membri in Europa o nell'America Settentrionale; Turchia; Isole sotto la giurisdizione di un membro nell'area dell'Atlantico settentrionale, a nord del Tropico del Cancro; Forze, navi o aeromobili di uno dei Paesi membri che si trovino in questi territori, nel Mediterraneo o nell'Atlantico settentrionale. Di conseguenza, una base situata in Asia, Africa o Sudamerica, in linea di principio, è considerata fuori dall'area di applicazione «automatica» della difesa collettiva.

Che cosa succede in caso di attacco «fuori area»?

Detto che l'Articolo 5, in un caso simile, non può essere invocato, la Francia ha altre opzioni a disposizione. L'Articolo 4, nello specifico, quello della consultazione. Parigi, detto in altri termini, può convocare gli alleati se ritiene che la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza sia minacciata. Si discute una risposta comune che può essere politica, logistica o militare, ma non è obbligatoria per gli altri.

Non solo, secondo l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ogni Stato ha il diritto intrinseco di difendersi da un attacco armato, indipendentemente dalla NATO.

Quando fu invocato l'Articolo 5?

L'Articolo 5 è riemerso, con prepotenza, in questi giorni, in particolare quando la Turchia ha intercettato un missile iraniano riaccendendo, di riflesso, la discussione circa un possibile intervento della NATO. Mesi fa, a settembre, era invece stato lo sconfinamento di droni russi in Polonia a spingere media ed esperti a (ri)parlare del Trattato.

L'unica volta che l'Articolo 5 è stato concretamente invocato fu sulla scia degli attentati dell'11 settembre 2001. E questo perché gli attacchi avvennero su suolo statunitense, rientrando dunque pienamente nei criteri geografici citati in precedenza. 

Come reagirà, davvero, la Francia?

Fatte le dovute premesse, e al di là della NATO, la domanda finale è: come reagirà la Francia? Difficile a dirsi. Ashab Al-Kahf, la milizia filo-iraniana responsabile dell'attacco, ha dichiarato di aver reagito e di voler continuare a reagire al dispiegamento, dal 4 marzo, della portaerei francese Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale. Un dispiegamento volto a rafforzare i legami con i Paesi con cui Parigi ha accordi di difesa nella regione, tra cui l'Iraq. La presenza francese in Iraq rientra nell'ambito dell'Operazione Chammal, che coinvolge un totale di circa 600 soldati dislocati in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, Giordania, Kuwait e in mare. Il momento, di per sé, è delicato. Non soltanto per il perdurare della guerra in Iran, ma perché nella regione iracheno-siriana stiamo assistendo a una transizione complicata nel contesto del ritiro militare degli Stati Uniti. Nelle ultime settimane, infatti, Washington ha abbandonato tre basi in Siria, una delle quali il 23 febbraio.