L'approfondimento

Taras Ševčenko: cardine dell’identità ucraina, nel suo e nel nostro tempo

Conosciamo meglio il poeta, scrittore, umanista e pittore ucraino, ritenuto un pilastro dell'identità nazionale
© Shutterstock
Luca Lovisolo
24.03.2023 18:16

Per chi arriva a Kyiv in treno, il primo incontro con Taras Ševčenko è emblematico. Lasciando la via che proviene dalla stazione, si svolta a destra in un viale a sei corsie. Al centro, un largo marciapiede alberato delimitato da un’aiuola e da una lunga, spessa recinzione di ferro battuto. È Viale Taras Ševčenko. Lo si percorre prima in lieve salita e poi, dopo aver costeggiato l’Università, in declivio sino all’incrocio su cui troneggia l’edificio circolare del Mercato bessarabico. La prima volta che arrivai lì ci rimasi un bel po’: a sinistra l’incrocio apre sul vialone Chreščatyk. Con le sue otto corsie, piegando a destra in leggero arco, porta sino alla celebre Majdan Nezaležnosti (Piazza indipedenza), cuore della città. I palazzoni di Chreščatyk tolgono il fiato, al viaggiatore occidentale abituato alle proporzioni più modeste degli edifici nostrani.

Sull’incrocio si nota un’altra particolarità. Un piedestallo cilindrico marrone, monco. È ciò che resta del monumento a Lenin, costruito nel 1946. Fermo sotto quel cilindro, mi accorsi che sulla cartina che avevo appena comprato era rimasto impresso il vecchio nome della via che sale dalla stazione: la toponomastica sovietica riemergeva per la distrazione di un tipografo e faceva balenare un pezzo di storia ucraina. La via si chiamava Ulica Kominterna, Via dell’Internazionale comunista. Oggi si chiama Via Symon Petljura, presidente della Repubblica popolare ucraina, lo Stato che diede breve forma all’indipendenza moderna dell’Ucraina alla fine della Prima guerra mondiale. Viale Taras Ševčenko, invece, prima era dedicato a Dmitrij Bibikov, governatore zarista di Kyiv negli anni in cui Ševčenko vi abitò. Il viale del poeta, così, è stretto fra reliquie di storia ucraina, imperiale e sovietica che emergono dai nomi cangianti di due strade e da un monumento sradicato: il governatore dello zar, un fugace presidente ucraino, Lenin e l’Internazionale. Proprio Lenin convinse gli ucraini a sottomettersi nuovamente a Mosca, aderendo all’Unione sovietica, nel 1922. Promise il rispetto della loro lingua e cultura. La promessa rimase in gran parte un vaniloquio, ma proprio questi fatti ci guidano a parlare di Taras Ševčenko, che per la lingua ucraina è una pietra miliare, come Alessandro Manzoni per quella italiana.

Le origini

Taras Ševčenko nasce nel 1814 a Morynzi, non lontano da Kyiv, da una famiglia asservita al possidente polacco di origini tedesche Pavlo Engelhardt. La vita di campagna lo mette in contatto spontaneo con la lingua ucraina. Nonostante la condizione subordinata, può andare a scuola e apprendere a leggere e scrivere. Legge i principali autori del suo tempo. Tra questi, il filosofo Hryhorij Skovoroda (1722-1794) e Ivan Kotljarevs'kyj (1769-1838), pioniere della lingua ucraina scritta, che lasciò una curiosa versione satirica in ucraino dell’Enea di Virgilio, in cui le divinità greche sono impersonate da cosacchi. Rimasto orfano giovanetto, Ševčenko segue a Varsavia, a Vilnius e infine a San Pietroburgo il possidente Engelhardt. La vita nella grandiosa città sul Baltico gli permette di coltivare la pittura e molti interessi. Tra i 16 e i 24 anni assorbe una cultura multiforme e cosmopolita. Il suo talento attrae ammirazione, ma resta un servo del suo padrone.

A Ševčenko manca la piena libertà di agire. Alcuni estimatori vogliono riscattarlo dal possidente Engelhardt: per pagare l’ingente somma richiesta mettono all’asta un quadro, dipinto per l’occasione dal celebre Karl Brjullov. Ševčenko è libero. Affina il talento poetico ed entra all’Accademia delle belle arti. Nel 1840 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Kobzar (si potrebbe tradurre «Il trovatore»). Il titolo si ispira ai cantori ucraini suonatori di Kobza, uno strumento a corde tradizionale. La raccolta suscita il malumore dei letterati pietroburghesi, perché è scritta in ucraino, lingua che i russi considerano un dialetto contadino.

Sono gli anni più belli di Ševčenko: li racconterà nel romanzo autobiografico Chudožnik («L’artista»). Compie molti viaggi in Ucraina, dei quali lascia preziose memorie pittoriche. Scrive anche in russo, ma la sua attrazione verso l’ucraino non è solo linguistica. La sua gioventù, in bilico tra schiavitù e anelito alla libertà, gli fa vedere chiaro la condizione di asservimento della sua terra al regime zarista, sotto i cui rigori la lingua e la cultura ucraine sono deprecate e vietate.

Arresti ed esili

Dal 1846 Ševčenko è a Kyiv come insegnante di pittura alla scuola d’arte dell’università. È ancora in buoni rapporti con il governatore zarista Bibikov. Su incarico di questi viaggia in Ucraina occidentale. Cade in disgrazia quando si scopre che fa parte della «Confraternita di Cirillo e Metodio,» un’associazione clandestina che promuove la parità e autonomia dei popoli slavi, contro il monopolio dell’Impero russo. Il movimento s’inserisce nel risveglio nazionale che in quegli anni innerva anche il Risorgimento italiano e le rivolte nell’Impero austroungarico. A Kyiv, la Confraternita di Cirillo e Metodio è uno strumento di promozione della cultura ucraina. Nel 1847 Ševčenko e gli altri suoi componenti vengono arrestati. In uno studio pubblicato dall’Università di Monaco nel 1961, Jurij Boiko riporta tratti dell’atto di accusa contro Ševčenko. Una frase fotografa il ruolo del poeta e la posizione dell’Impero russo verso l’Ucraina: «Con la diffusione delle sue poesie, in Ucraina si potrebbero radicare idee sulla possibilità di esistenza dell’Ucraina come Stato indipendente».

Da quel momento la vita di Ševčenko è un alternarsi di arresti ed esili. Scrive e dipinge comunque, alcune opere vengono pubblicate sotto pseudonimi. Riabilitato grazie all’intervento di suoi influenti estimatori, torna a San Pietroburgo, ma non riottiene piena libertà. Può rientrare in Ucraina nel 1859, ma viene di nuovo arrestato e rimandato a San Pietroburgo. Qui muore nel 1861, a soli 47 anni. A fianco della già citata raccolta Kobzar, uno dei suoi componimenti più celebri è Zapovit («Testamento»), scritto all’età di 31 anni, oggi tradotto in più di 150 lingue. Nel mondo si contano più di mille monumenti a Taras Ševčenko.

La lingua ucraina

I provvedimenti dell’Impero russo per reprimere la lingua ucraina non si contano. I più ricordati sono quello del 1863 e il «Decreto di Ems» del 1876. Ciascuno causa condanne, epurazioni di insegnanti dalle università e distruzioni di libri in ucraino. In epoca sovietica le cose non cambiano molto. La Costituzione riconosce le lingue non russe all’interno dell’Unione, purché restino subordinate al russo. Di fatto sono guardate come una curiosità folcloristica, la parlata del buonuomo di campagna in costume tradizionale. Il vero homo sovieticus veste all’occidentale, scala le gerarchie del partito e, soprattutto, parla russo. Chi parla le lingue delle Repubbliche non fa nulla di illegale, ma è in perenne condizione di minorità psicologica e sociale.

Dal 1985, con l’arrivo di Michail Gorbačëv, il potere centrale si allenta e i conflitti etnici esplodono. Il nuovo leader, educato in un sistema che guarda alle rivendicazioni etniche come attentati alla sicurezza dello Stato, fa intervenire l’esercito: è la peggior sbandata della sua Perestrojka. Gorbačëv tenta allora di controsterzare: con una legge promulgata il 24 aprile 1990 promuove una «rivoluzione delle lingue» per valorizzare le culture locali. Troppo tardi: l’URSS vivrà ancora poco più di un anno.

L’Ucraina si dichiara indipendente il 24 agosto 1991. L’opera di Taras Ševčenko diventa il nervo della sua identità culturale, ora libera di esprimersi. I tormenti non finiscono, però. L’anello che unisce Ševčenko ai nostri giorni è ancora nell’atto d’accusa per il suo arresto del 1847: la sua opera può diffondere «l’idea che l’Ucraina potrebbe esistere.» Per l’Impero russo l’Ucraina non esisteva, se non come nozione geografico-folclorica. Lo stesso afferma oggi Putin, quando proclama che secondo lui russi e ucraini sono un solo popolo. Le truppe russe in Ucraina svuotano i musei e bombardano università e biblioteche. Fa meno notizia di altre distruzioni, ma la Russia vuole cancellare ogni traccia di cultura ucraina. È recente la decisione del governo russo di vietare l’uso della lingua ucraina nei territori ucraini occupati. In Russia, chiunque metta fiori a un monumento a Ševčenko (ben noto anche lì), o ad altre icone della cultura ucraina, viene arrestato seduta stante.

Le sue parole

Nell’Ucraina in guerra, Taras Ševčenko è cardine di un’identità che lotta per esistere: in una breve autobiografia uscita il 18 febbraio 1860 per la rivista Narodnoe Čtenie («Lettura popolare»), troviamo le parole che meglio collocano Ševčenko nel suo e nel nostro tempo, lasciate da lui stesso un anno prima di morire: «La mia sorte, raccontata nella giusta luce, potrebbe ispirare non solo negli uomini comuni, ma anche in quelli dai quali dipende il popolo più semplice, una riflessione profonda e utile per entrambe le parti, [...] a maggior ragione perché la storia della mia vita contiene una parte di storia della mia patria».

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per la seconda clicca qui.

In questo articolo: