Il caso

Tel Aviv, l'US Air Force sequestra l'aeroporto: gli aerei di El Al non trovano posto

La presenza dei Boeing KC-135 Stratotanker e dei C-17 Globemaster III dell'Aeronautica americana costringono i vettori dello Stato ebraico far «dormire» gran parte dei propri velivoli all'estero
Marcello Pelizzari
14.05.2026 12:45

Lo scorso febbraio, in poche ore, la situazione in Medio Oriente è precipitata. Dapprima l'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all'Iran, quindi la risposta di Teheran. In mezzo, gli spazi aerei della regione chiusi ai voli commerciali. In vista di Epic Fury Roar of the Lionvolendo riprendere le denominazioni date da Washington e Tel Aviv all'operazione, le compagnie aeree israeliane – El Al, Arkia e Israir – avevano spostato le proprie flotte all'estero in vista del primo attacco congiunto. A distanza di mesi, gli stessi vettori vivono una situazione (paradossalmente ma nemmeno troppo) opposta: gli aerei, infatti, non riescono più a tornare a casa.

Da inizio aprile, come ribadisce aeroTELEGRAPH, lo spazio aereo israeliano è parzialmente riaperto e le tre compagnie citate vorrebbero riportare tutte le macchine all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Niente di particolare, di per sé, se non fosse che le piazzole al momento sono occupate. Da chi? Semplice: dai Boeing KC-135 Stratotanker e dai Boeing C-17 Globemaster III della US Air Force, l'Aeronautica militare statunitense. Parliamo, nel primo caso, delle aerocisterne per rifornire i caccia in volo e, nel secondo, degli aerei cargo strategici. Stando al Times of Israel, nelle settimane più intense della guerra – in contemporanea – se ne contavano fino a 14. Di fatto, come è stato sottolineato, lo scalo civile più importante di Israele si è trasformato in una base militare USA.

A mettere in fila e sul tavolo i numeri è stato Uri Sirkis, amminsitratore delegato di Israir, espressosi davanti alla Commissione economia della Knesset, il Parlamento israeliano. Israir, oggi, può lasciare solo quattro aerei la notte a Tel Aviv. Prima della guerra, ne lasciava diciassette. La differenza non è solo numerica. Concretamente, si traduce in costi extra, rotazioni più difficili e voli del mattino colpiti. Se un aereo non può sostare per la notte allo scalo di Ben Gurion, deve essere parcheggiato all'estero e iniziare il volo da lì, ad esempio partendo da Roma per Tel Aviv invece di volare nella direzione opposta come previsto.

Dello stesso avviso Shlomi Zafrany, vicepresidente per le relazioni commerciali e internazionali di El Al, la compagnia di bandiera, citato sempre dal Times of Israel: operare da basi straniere senza gli slot e gli accordi necessari con le autorità locali è un esercizio costoso e, in sostanza, improvvisato. Shmuel Zakai, direttore dell'Autorità israeliana per l'aviazione civile (CAA), al riguardo ha scritto al Ministero dei Trasporti per segnalare il problema. Un problema, leggiamo, doppio: la presenza dei militari americani non solo erode la stabilità economica dei vettori israeliani, ma scoraggia anche il ritorno delle compagnie straniere, come riferisce il portale economico Calcalist.

Detto questo, la cronaca aiuta a leggere il presente ma il filo è decisamente più lungo. Le compagnie europee, Swiss in testa, sono andate avanti per mesi a rinviare la ripresa dei voli su Tel Aviv: prima per la sicurezza degli equipaggi, poi per la chiusura dello spazio aereo, ora (anche) per uno scalo che non ha più posto. Il vettore elvetico è rientrato e uscito più volte dalla rotta Zurigo-Tel Aviv negli ultimi diciotto mesi. Trovare slot e piazzole in queste condizioni, d'altro canto, è un'impresa. Tramite una nota, la stessa Swiss ha comunque garantito di voler riprendere i voli per Israele dal 1. luglio, rimandando invece la ripresa delle operazioni su Dubai e Beirut rispettivamente a metà settembre e alla fine di ottobre.

Resta il conto, salato per di capire, che pesa e non poco sui cittadini israeliani. Capacità ridotta, frequenze tagliate, tariffe in salita per l'estate. Sirkis, davanti alla Knesset, ha posto la questione in termini netti: la durata di questa coabitazione tra cisterne militari americane e aerei di linea deciderà quanto la prossima stagione turistica costerà ai passeggeri. Di qui la domanda delle domande: quanto si fermeranno, i KC-135 e i C-17, al Ben Gurion? Nessuno, per ora, lo dice.