Medio Oriente

USA e Israele non hanno gli stessi obiettivi in Iran: per Trump è un grosso problema

Mentre il presidente americano punta a disarmare Teheran, Netanyahu vuole la fine del regime e colpisce pure importanti impianti energetici: ora Trump deve gestire l'aumento del prezzo del petrolio e il rischio di una escalation in Medio Oriente
©Keystone
Michele Montanari
20.03.2026 12:00

La guerra in Iran scatenata a sorpresa da USA e Israele sta durando più di quanto previsto dal presidente Donald Trump. Mentre il mondo intero traballa di fronte alla crisi energetica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio globale, appare sempre più evidente che una reazione tanto muscolare da parte di Teheran non fosse stata presa in considerazione. Ma, oggi, quella che a prima vista potrebbe sembrare l’assenza di una chiara strategia, rivela invece come Stati Uniti e Israele abbiano obiettivi diversi in Iran. E forse proprio queste divergenze stanno rendendo la situazione in Medio Oriente tanto complicata. Sicuramente per Trump, che ora deve destreggiarsi tra il prezzo del petrolio schizzato alle stelle e il rischio di una escalation nella regione.

Obiettivi diversi

Ieri la direttrice dell'intelligence americana Tulsi Gabbard ha ammesso che le mire del tycoon e quelli del premier israeliano Benjamin Netanyahu non coincidono. «Gli obiettivi delineati dal presidente differiscono dagli obiettivi stabiliti dal governo israeliano», ha affermato durante un'audizione dinanzi alla commissione Intelligence della Camera. E ha aggiunto: «Il governo israeliano si è concentrato sulla neutralizzazione della leadership iraniana. Trump ha invece dichiarato che i suoi obiettivi consistono nel distruggere la capacità dell'Iran di lanciare missili balistici, la sua capacità di produzione di tali missili e la sua marina militare».

Rivolgendosi a Gabbard, il deputato democratico Joaquin Castro ha sottolineato come Israele, avendo ucciso i massimi leader iraniani, di fatto, abbia tolto di mezzo gli unici personaggi nella posizione per negoziare un accordo con gli Stati Uniti: «Il Congresso e il popolo americano non sanno ancora quali siano i veri obiettivi del presidente, eppure abbiamo perso 13 militari statunitensi», ha detto Castro citato da Politico. Senza contare che gli USA stanno spendendo cifre da capogiro: si parla di oltre un miliardo di dollari al giorno dei contribuenti americani impiegati nella guerra.

Le ultime azioni militari dello Stato ebraico, inoltre, sembrano aver parecchio indispettito il tycoon, che ieri ha fatto sapere di aver protestato con Netanyahu per il bombardamento contro uno dei più grandi giacimenti di gas iraniani. Stando al New York Times, Israele starebbe cercando di provocare il «collasso dello Stato» iraniano, decapitandone gli uomini al potere, dalla guida suprema in giù, nonché neutralizzando la sua principale fonte di guadagno: gli idrocarburi.

Trump bacchetta Netanyahu

Interrogato sull'attacco israeliano contro South Pars, il giacimento di gas naturale più grande al mondo, che ha fatto crollare i mercati petroliferi, Trump ha dichiarato: «Gli avevo detto di non farlo», promettendo che azioni militari del genere non si ripeteranno più.

Tre funzionari israeliani informati sull'attacco al giacimento di gas, invece, hanno riferito al NYT che gli Stati Uniti erano stati informati prima dell'attacco. Ma Trump, in un post su Truth Social, ha insinuato di esserne all'oscuro, sottolineando che gli USA non hanno partecipato. Netanyahu, dal canto suo, si è affrettato a dire ai giornalisti che Israele «ha agito da solo».

Ma al di là della questione su chi abbia fatto cosa, appare evidente che i missili sulle infrastrutture energetiche e i contrattacchi iraniani contro gli impianti dei Paesi del Golfo Persico stiano mostrando divergenze tra i due alleati.

Mentre gli Stati Uniti hanno concentrato gran parte dei loro sforzi militari sul depotenziamento delle capacità missilistiche e dei droni iraniani, sull'affondamento della sua Marina e, negli ultimi giorni, sull'attacco a obiettivi lungo la costa iraniana del Golfo Persico, Israele si è impegnato a uccidere i leader iraniani e attaccare centri del controllo statale, comprese le unità paramilitari Basij responsabili di gran parte della violenta repressione delle proteste all'inizio di quest'anno.

Il collasso del regime, sì o no?

David Satterfield, ex inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, ha affermato che israeliani e americani sono strettamente allineati, tranne quando si tratta di decidere quando porre fine alle ostilità: «Credo fermamente che Trump voglia trovare un modo per dichiarare una vittoria credibile, che non suoni vuota. Non sta cercando un obiettivo donchisciottesco di cambio di regime che non è mai stato realisticamente realizzabile», ha riferito alla BBC. Secondo Satterfield, per Netanyahu il caos e il collasso dell'Iran rappresentano «un obiettivo auspicabile».

Daniel Shapiro, ricercatore dell'Atlantic Council, già ambasciatore degli Stati Uniti in Israele durante l'amministrazione Obama e vice assistente del segretario alla Difesa per le politiche mediorientali durante l'amministrazione Biden, ha spiegato alla CNN che «Israele e Stati Uniti condividono diversi obiettivi, ma esistono anche delle divergenze, e probabilmente queste divergenze aumenteranno con il passare del tempo. Sia gli Stati Uniti che Israele, in momenti diversi e in modi diversi, hanno espresso la speranza che il regime iraniano potesse indebolirsi al punto da cadere o da essere rovesciato dal popolo iraniano. Sebbene nei primi giorni di guerra il presidente avesse espresso la speranza che il rovesciamento del regime fosse imminente, negli ultimi giorni ha ridimensionato tale affermazione. Quindi la vera questione è se questa sia una guerra per il cambio di regime. E credo non ci siano dubbi sul fatto che Israele voglia continuare la campagna e speri che porti alla fine del regime, e per ragioni comprensibili».

Durante il briefing di ieri al Pentagono un giornalista ha chiesto al segretario alla Difesa Pete Hegseth: «Perché stiamo aiutando Israele a condurre questa guerra, se poi punta a perseguire i propri obiettivi?». Hegseth si è limitato a offrire vaghe rassicurazioni sul fatto che gli obiettivi degli Stati Uniti saranno raggiunti. Mentre il direttore della CIA John Ratcliffe ha ammesso che «Israele è entrato in guerra con l'Iran con obiettivi più ampi rispetto agli Stati Uniti»: «Gli obiettivi del presidente non includevano un cambio di regime. Questo potrebbe differire dagli obiettivi di Israele», ha commentato Ratcliffe. Una cosa è certa: il primo centro di Netanyahu è stato convincere Trump ad attaccare Teheran.

Secondo alcuni funzionari europei, che hanno parlato con il NYT in condizione di anonimato, le operazioni militari degli ultimi giorni sono un'ulteriore prova di come Israele, smantellando le principali fonti di finanziamento dell'Iran e decapitando la sua leadership politica, stia puntando al «collasso dello Stato» iraniano. Stando al Washington Post, lo Stato ebraico, nel perseguire i suoi scopi, sta incitando il popolo iraniano a ribellarsi, pur consapevole che senza il supporto via terra dei militari americani verrebbe «massacrato». Per Narges Bajoghli, esperto di Iran presso la Johns Hopkins University, uno dei metodi per far crollare definitivamente il regime degli ayatollah è «creare maggiori opportunità in cui le armi dello Stato vengano puntate contro la popolazione. L'obiettivo non è creare una democrazia liberale per il popolo iraniano, bensì ampliare il divario tra la società e lo Stato». Per Israele, dunque, i manifestanti iraniani sarebbero pedine sacrificabili.

Non sarà un nuovo Vietnam

Oggi Trump sembra molto preoccupato che gli attacchi israeliani portino a un aumento delle contromisure iraniane, con una ulteriore impennata del prezzo del petrolio e del gas. Lo scenario non è affatto distopico: poco dopo il bombardamento israeliano su South Pars, Teheran ha reagito colpendo il complesso energetico di Ras Laffan, in Qatar. «Israele non effettuerà altri attacchi riguardanti questo importantissimo e prezioso giacimento di South Pars, a meno che l'Iran non decida imprudentemente di attaccare un Paese innocente, in questo caso il Qatar» ha tuonato il tycoon.

Ma il Qatar non è il solo a doversi sentire minacciato. Dopo gli attacchi israeliani due ondate di missili balistici iraniani sono state intercettate sopra Riyad, la capitale dell'Arabia Saudita. Questa mattina, invece, è stata nuovamente attaccata la raffineria di Mina al-Ahmadi, in Kuwait.  Il rischio è che i Paesi del Golfo, temendo per le proprie risorse energetiche, possano reagire, portando così a una escalation nella regione. A quel punto la «guerra lampo» prospettata da Washington potrebbe davvero trasformarsi in un pantano senza fine, con un impiego maggiore di risorse militari e probabilmente pure di soldati sul campo di battaglia. Uno scenario da incubo: gli americani mai e poi mai accetterebbero un altro Vietnam.