Per Trump l'attentato in Pennsylvania «è stato ordito dai Democratici»

Il pugno alzato verso il cielo, quasi in segno di sfida, i rivoli di sangue dall'orecchio lungo la guancia, gli agenti dei servizi segreti che si stringono attorno a quello che sarebbe diventato il prossimo presidente degli Stati Uniti. Le immagini dell'attentato a Donald Trump, avvenuto a Butler in Pennsylvania nel 2024, sono ancora impressi nella mente di molti. Un avvenimento che, dopo più di due anni, è tornato ora di stretta attualità. Sì, perché lo stesso Trump ha detto esplicitamente che quell'attacco alla propria vita sarebbe stato nientemeno che «un complotto ordito dai Democratici» volto a impedirgli di candidarsi alle elezioni presidenziali.
I colpi di fucile, le scarpe e la lotta
Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo per un momento a quel 13 luglio di due anni fa, negli attimi concitati dell'attentato, al comizio tenuto dai Repubblicani a metà estate in Pennsylvania. Appostato sul tetto di un edificio a meno di 150 metri dal palco da cui il Tycoon stava parlando, si trova Thomas Matthew Crooks, 20 anni, in tuta mimetica e armato di un fucile semiautomatico AR-15. In un attimo il primo colpo. Donald Trump si tocca l'orecchio da cui sgorga il sangue e si china, mentre gli agenti dei servizi segreti lo circondano. «Giù, giù, giù», dice uno. Risuona un altro sparo, si sentono le urla di una donna. Poi un agente dice «su!», e un altro fa notare che «le scale sono pronte». Si sente anche Trump, ma le sue parole sono comprensibili. Altri agenti salgono sul palco, alcuni con i fucili d'assalto. I sostenitori di Trump sullo sfondo appaiono scioccati, mentre alcuni riprendono la scena con il telefonino. Dopo aver avuto la sicurezza che l'aggressore è stato colpito ed è a terra, Trump e gli agenti si alzano. A questo punto che il Tycoon, protetto dal cordone di agenti, solleva in aria il pugno e pronuncia per tre volte la parola «Fight!» (lottate!), tra gli applausi della folla che grida in coro: «USA. USA. USA». La sparatoria, alla quale Trump è scampato, si era però conclusa con un tragico bilancio: un morto e due feriti gravi tra la folla che assisteva al comizio. Mentre l'attentatore, che si trovava sul tetto di uno stabile, è stato ucciso da un cecchino del Secret Service. Un avvenimento dall'enorme impatto mediatico, che ha segnato inevitabilmente e profondamente la campagna presidenziale di due anni fa e che ha contribuito a rafforzare l'immagine pubblica di Donald Trump, non senza dare luogo alle più disparate tesi cospirazioniste da parte di tutti gli schieramenti dello spettro politico. Tesi tutte accomunate dalla stessa parola d'ordine: «Staged», ovvero «messo in scena».
Dure critiche all'FBI
E torniamo a oggi e alla teoria del «complotto democratico», supportata nelle ultime ore da Trump. Oltre a vedere la mano Dem dietro l'attentato, il presidente ha anche criticato duramente l'FBI - che all'epoca si trovava sotto la presidenza di Joe Biden - affermando che Christopher Wray, ex direttore dell'Federal Bureau of Investigation, «dovrebbe pagare un prezzo» per l'indagine condotta a suo tempo, come riferisce ABC News. Tornando all'idea che il suo tentato assassinio «facesse parte di un complotto più ampio», il presidente ha affermato che «la maggior parte delle informazioni» sull'indagine erano andate perdute quando si è insediato, ma che di recente erano stati ritrovati nuovi documenti. Trump, però, non ha voluto fornire ulteriori dettagli, né prove a supporto di queste tesi. Quanto allo stato delle indagini sulla sparatoria del 13 luglio, l'attuale direttore dell'FBI Kash Patel ha dichiarato martedì durante un'audizione della Commissione di vigilanza del Senato di aver cercato collegamenti tra Crooks e altre persone, senza averne trovati. «Non abbiamo trovato alcuna prova che quell'individuo stesse parlando con qualsiasi altro essere umano oltre ai suoi genitori, con i quali viveva», ha testimoniato Patel. In pratica, non vi sono prove concrete che vi sia effettivamente stata una cospirazione ordita dietro l'attentato a Trump.
La teoria del complotto MAGA
A ipotizzare teorie complottiste, però in senso opposto, erano stati anche alcuni dei più fervidi sostenitori di Donald Trump, tra le frange del movimento MAGA (Make America Great Again) e questo solo qualche mese fa. Secondo loro, il Tycoon avrebbe «inscenato» il tentato assassinio avvenuto a Butler, e starebbe «cercando di insabbiare la vicenda come ha fatto con i files su Jeffrey Epstein». A spingere in questa direzione era stato Tim Dillon, uno dei più vicini a Trump: «Credo che fosse tutta una farsa», ha dichiarato arrivando perfino a suggerire che il presidente dovrebbe ammettere di aver organizzato l'attentato «per mostrare agli americani quanto fosse importante votare per lui e fin dove fosse disposto a spingersi per loro». Ma testi complottiste simili a questa avevano già iniziato a circolare lo scorso novembre. Il protagonista? l'ex commentatore di Fox News Tucker Carlson. Il quale ha di recente lanciato l'idea di fondare un nuovo partito della destra anti-Trump, chiamato «America first». Una mossa con cui Carlson ha preso definitivamente le distanze sia dal movimento MAGA che dallo stesso presidente. Carlson era arrivato pure a insinuare che l'FBI fosse in qualche modo coinvolto nell'insabbiamento della sparatoria, sostenendo su X che «il Bureau ha mentito» su alcuni dettagli. Un teoria che aveva preso piede anche su alcuni portali social di destra.









