Perché Trump sta cambiando idea sulle isole Falkland

Le Isole Falkland, da tempo al centro di dispute e tensioni tra l’Inghilterra (che le detiene) e l’Argentina (che le rivendica), hanno da sempre implicato anche l'interesse degli Stati Uniti. Questi ultimi, nel corso degli anni, hanno mostrato il proprio sostegno al Regno Unito sulla questione, seppur mantenendo una certa - per lo meno apparente - neutralità. Almeno fino ad ora. Di recente, infatti, il presidente americano Donald Trump ha lasciato intendere di «stare riconsiderando» il proprio appoggio al Regno Unito sulla questione. Una mossa che, secondo gli esperti sentiti dal Guardian, potrebbe «mettere a dura prova la ''relazione speciale'' tra Washington e Londra».
Leve e pressioni
In un incontro con i giornalisti, avvenuto alla Casa Bianca negli scorsi giorni, Trump è stato messo di fronte a una domanda sul tema: il presidente sta forse rivedendo la posizione degli Stati Uniti sulle Isole Falkland? E il Tycoon ha tenuto a puntualizzare: «Esamino sempre ogni posizione, questa è solo una delle tante». La status ufficiale degli Stati Uniti sulla sovranità delle isole, va ricordato, è sempre stata improntata alla neutralità anche se «in pratica, riconoscono l'amministrazione britannica sul territorio». Le dichiarazioni fatte dal presidente degli Stati Uniti sono state, per il quotidiano britannico, «il segnale più chiaro dato finora della disponibilità dell'amministrazione a usare questa disputa come leva per fare pressione sul Governo del nuovo primo ministro britannico Andy Burnham affinché aumenti la spesa per la difesa e i contributi alla NATO». Questo sarebbe il nodo della questione.
Non un fulmine a ciel sereno
Un cambiamento di rotta, quello statunitense, che non è proprio giunto come un fulmine a ciel sereno. Delle voci in tal senso sarebbero già iniziate a circolare da qualche giorno. Tra gli addetti ai lavori si vociferava infatti di un possibile cambio di schieramento da parte di Washington. A rendere lo scenario ancora più realistico, le dichiarazioni un funzionario statunitense (rimasto anonimo) rilasciate al Telegraph. In sostanza, «Washington avrebbe potuto cambiare la propria posizione sulle isole qualora Londra non avesse rispettato gli impegni di spesa per la difesa». Un strategia già messa in campo dal Tycoon durante entrambi i suoi mandati presidenziali. Trump, infatti, «ha fatto pressione sugli alleati degli Stati Uniti affinché aumentassero i bilanci della difesa e i contributi alla NATO, accusando altri Paesi di ''sfruttare'' le risorse a proprio vantaggio». Ora questo ventilato cambio di posizione sull'arcipelago conteso che «rappresenterebbe un duro colpo psicologico per la sovranità britannica sulle Falkland».
Radici lontane
Le Falkland (o Isole Malvine, Islas Malvinas in spagnolo) sono un arcipelago piuttosto sperduto nelle acque dell'Atlantico meridionale, al largo della punta sud dell’Argentina. Un arcipelago il cui status britannico è da tempo al centro di tensioni: questo viene infatti contestato dal Paese latinoamericano, che ne rivendica la sovranità, considerandolo come parte integrante del proprio territorio nazionale. Il conflitto che oppone Argentina e Regno Unito sulle isole ha radici lontane nel tempo. Bisogna tornare infatti indietro fino al 1833, quando l'Inghilterra ha rivendicato il suo possesso sull’arcipelago. Nel 1982 la dittatura militare presente in Argentina (dal 1976 al 1983) decise di occupare a sua volta quei territori, scatenando così un conflitto militare conclusosi quello stesso anno, dopo 74 giorni, con la resa del Paese latinoamericano.
Simpatie tra presidenti
A giocare un ruolo su questo cambio di rotta di Trump rispetto alle Falkland potrebbero essere anche le amicizie tra i rispettivi presidenti dei Paesi in causa. In effetti, nel corso del tempo, i rapporti tra i leader di Stati Uniti, Regno Unito e Argentina, sono cambiati. Dopo l'invasione argentina delle isole nel 1982, il Governo britannico guidato da Margaret Thatcher inviò una task force navale che permise la riconquista dell'arcipelago alle sue forze armate. L'operazione, in quel frangente, fu rafforzata dal fermo sostegno diplomatico dell'allora presidente statunitense Ronald Reagan, schieratosi subito dalla parte del Regno Unito e, questo, «nonostante Washington fosse anche un alleato della giunta militare al potere in Argentina». In tempi molto più recenti, l'attuale presidente Trump ha dimostrato molta vicinanza e sostegno all'omonimo argentino Javier Milei. Quest'ultimo stato pure presente tra gli invitati alla seconda cerimonia di insediamento del Tycoon avvenuta nel gennaio 2025. In questo contesto è utile ricordare come la questione delle Falkland stia particolarmente a cuore a Milei, il quale ha «apertamente sostenuto la rivendicazione argentina sulle isole».
Anche ai Mondiali
A testimonianza di tensioni mai sopite tra i due Paesi, anche i recentissimi Mondiali disputati in Stati Uniti, Messico e Canada. Dopo la vittoria per 2-1 dell'Argentina sull'Inghilterra nella semifinale, uno striscione parecchio eloquente ha fatto la sua comparsa tra i tifosi festanti con la scritta: «Las Malvinas son Argentinas» – le Falkland sono argentine. Neanche a dirlo è arrivata prontamente la difesa dello striscione argentino da parte della Casa Bianca. Il direttore esecutivo della task force per i Mondiali, Andrew Giuliani, aveva a tal proposito dichiarato che l'Albiceleste aveva tutto il diritto «di fare quelle dichiarazioni» in virtù del primo emendamento della Costituzione che sancisce la difesa della libertà di parola e di opinione.
