L'idea

Quei tre ponti da smantellare saranno in parte riutilizzati

I materiali dei vecchi viadotti di Minusio Remorino, Fontile e Navegna, ormai da ricostruire, non finiranno tutti in discarica: un progetto promosso dal Dipartimento del territorio, per la prima volta in Ticino, prevede di impiegarli per nuove costruzioni
Le opere hanno subito vari interventi nel tempo, ma l’ultimo risanamento risale al 1993 © CdT/Chiara Zocchetti
Jona Mantovan
22.06.2026 06:00

A Minusio tre vecchi ponti ormai da rifare saranno presto demoliti, ma non saranno «rottamati», anzi. Perché, all’orizzonte, rinasceranno come parti di stabili o altri elementi destinati all’edilizia. All’insegna dell’ecologia. I manufatti Remorino, Fontile e Navegna, costruiti nel 1936 e raddoppiati tra i 1957 e il 1958, rinforzati nel 1976 e risanati nel 1993, si rimpiazzeranno con viadotti nuovi di zecca. L’investimento complessivo, indicato in aprile proprio su queste colonne, si aggira attorno ai 12 milioni. Per l’ultimo citato, il cantiere è previsto dall’autunno 2026 fino alla primavera 2028. Successivamente, partirà la seconda fase, per i due oggetti rimanenti, dalla primavera di quell’anno fino all’inverno 2029-2030. Lo conferma al Corriere del Ticino il segretario comunale Yassin Benhamza. Ovviamente, al netto di eventuali ricorsi, come già era stato il caso per una prima delibera «stoppata» dal Tribunale amministrativo cantonale. «Il bando non è mai stato annullato, ma i punteggi dei concorrenti sono stati ricalcolati, arrivando così a un nuovo risultato e alla conseguente decisione sul vincitore della gara, che sarà comunicata nei prossimi giorni», aggiunge.

Un’operazione tinta di verde

Intanto l’operazione si tinge di verde. Un progetto promosso dal Dipartimento del territorio, per la prima volta in Ticino, prevede di impiegare il materiale frutto degli abbattimenti per realizzare altre costruzioni. Si parla di 2.000 tonnellate di conglomerato armato più altre 170 di profilati in acciaio. «Si evita così il normale smaltimento in discarica», afferma Mauro Togni, Capo dell’Ufficio dei rifiuti e dei siti inquinati del Cantone. Il quale meglio precisa i contorni delle procedure, messe a punto tramite una collaborazione che ha coinvolto anche l’architetta Anna Juda, fondatrice di Circularch: «Si dovranno effettuare dei veri e propri tagli mirati. Invece di frantumare la massa cementizia indurita per poi inviarla al riciclaggio, saranno ricavati ingombri dalle dimensioni variabili, da trasportare dove ci sarà interesse».

La recente serata informativa era rivolta a enti locali e progettisti, che hanno potuto avere le specifiche e le quantità, oltre che suggerimenti sulle possibili applicazioni © DT
La recente serata informativa era rivolta a enti locali e progettisti, che hanno potuto avere le specifiche e le quantità, oltre che suggerimenti sulle possibili applicazioni © DT

Intervenire «il meno possibile»

L’esperto cita il progetto della futura discarica di tipo B a Biasca, dove saranno depositati gli inerti del Sopraceneri: «Ci faremo consegnare una porzione consistente di una delle opere (almeno la metà) la porteremo lì e la lavoreremo per trarne gli elementi necessari all’insediamento degli uffici». Il Cantone, sotto questo profilo, dà quindi il classico «buon esempio».

In generale, spiega ancora Togni, l’idea è evitare lavorazioni troppo complesse direttamente in loco, perché la zona non offre spazi adeguati. «Se qualcuno avesse necessità, ad esempio, di dieci porzioni da un metro, converrebbe tagliare un unico pezzo da dieci metri, trasportarlo e poi rifinirlo nel proprio cantiere».

Il riciclo del calcestruzzo è un processo che richiede molti trattamenti e, di conseguenza, molta energia: dalla riduzione in frammenti alla loro pulizia, fino alla reimmissione nella produzione come aggregati secondari. «Il riuso funziona diversamente, poiché si interviene il meno possibile sulla forma originale, ottenendo blocchi già pronti per essere impiegati senza passare dall’impianto di betonaggio. Questo permette di risparmiare cemento e, di conseguenza, ridurre le emissioni di CO₂».

Qualità garantita

Per quanto riguarda la qualità, il nostro interlocutore rileva che il composto da rivalorizzare «ha caratteristiche strutturali elevate, pensate per situazioni molto più impegnative di quelle per cui sarà riutilizzato. Per la nostra piccola costruzione in località Buzza, paragonabile a una casetta monofamiliare, è più che sufficiente. Lo stesso vale per muri di contenimento lungo una strada o dietro una fermata degli autobus, dove le sollecitazioni sono limitate».

Stabilire un modello per il futuro

Il nuovo approccio, che dovrebbe dare il «la» definendo un modello per altre iniziative simili (uno degli obiettivi è di riuscire a giocare d’anticipo sulla potenziale domanda), è stato presentato nel corso di una serata rivolta a enti locali e progettisti, che hanno potuto avere le specifiche e le quantità, oltre che suggerimenti sulle possibili applicazioni, tra corpi per scalinate, bordure, componenti per giardini o altro. «Sarà l’esperienza a dirci se ci saranno dei correttivi di cui tenere conto», conclude Benhamza. «In ogni caso, questa strategia è già stata inclusa nella pianificazione e nella richiesta di credito, quindi non comporta voci aggiuntive di spesa».

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