Quella rete visibile e nascosta che fa vivere l’arte a Bellinzona

Il museo Villa dei Cedri ha compiuto 40 anni e, per festeggiare l’anniversario, è stata allestita un’importante mostra che ripercorre la storia e le storie di Bellinzona. Dopo la presentazione dell’esposizione (cfr. il CdT del 22 marzo) e i recenti festeggiamenti ufficiali alla presenza di diverse autorità, abbiamo interpellato Manuela Kahn-Rossi, storica dell’arte, già direttrice del Museo cantonale d’arte a Lugano e curatrice della mostra, per farci raccontare particolarità e aneddoti di queste speciali opere. Con un primo punto importante: il museo non è un’entità isolata nel suo parco, premette Kahn-Rossi. Al contrario: «Le reti che lo legano al nostro territorio sono innumerevoli. Anche se, a volte, nascoste. La mostra proposta suggerisce una via diversa nel trattare antefatti che danno profondità alla storia del museo, con il territorio nel quale si iscrive e le ramificazioni che lo proiettano in una dimensione più ampia. Anche nel considerare le radici dell’identità del patrimonio che esso custodisce».
Gli amanti del bello
La mostra è impostata - spiega la curatrice - sull’analisi dei rapporti tra universi pubblici e mondi privati, quelli dei collezionisti, «fondamentali per comprendere in modo esaustivo la realtà culturale e museale. Dalle relazioni palesi e dalle reti sommerse tra i due ambiti emerge il perché della fisionomia odierna del museo Villa dei Cedri. Grazie a questo approccio la mostra mette in luce alcune specificità del Bellinzonese e l’apporto sostanziale di collezionisti privati provenienti dagli ambiti più diversi fornito alle istituzioni pubbliche non solo della capitale ma anche di valenza cantonale, nazionale o internazionale. Si sondano quindi anche alcune modalità dell’agire del privato attento all’arte, storie singole o iniziative collettive e il loro ruolo nella crescita del substrato culturale della regione». Ma cosa lega in maniera così forte la mostra alla Città? «Il fatto di esplorare la storia del museo d’arte cittadino le cui premesse risalgono a molto lontano, ben prima della sua inaugurazione nel 1985. Nel lungo percorso culturale trattato, che si snoda a partire dal 1870 circa e arriva fino a oggi, appare la pluralità delle connessioni che legano il museo sia agli abitanti amanti del bello, sia a sedi pubbliche o private, e monumenti sul sedime della città, in primis i castelli e Palazzo Civico».
Tesori e prime volte
Tra le tante opere esposte, così eterogenee tra loro, abbiamo chiesto alla nostra interlocutrice quali sono quelle che l’hanno colpita di più. «Ogni opera in mostra è importante», risponde, «proprio perché costituisce il tassello di una storia culturale estremamente interessante. Il fatto che molti lavori siano esposti per la prima volta in questa occasione, conferisce particolare rilevanza all’esposizione». Molti anche gli inediti: «Dipinti, opere su carta, sculture, oggetti di arte applicata, reperti. E, limitandomi solo ad alcuni esempi, autori quali Filippo Franzoni, Luigi Rossi, Fritz Huf, Ugo Rondinone, Niele Torioni. Ma vi sono ugualmente opere inaspettate, come un capolavoro di Ottone Rosai che da decenni non si sapeva dove fosse conservato, o di assoluto rilievo come un’Anfora attica attribuita al cosiddetto Pittore di Berlino del 485 a.C., o ancora un pannello di un trittico di Bernardo Daddi di cui il Getty Museum possiede la seconda parte. Ma pure, nel versante dei documenti presentati, vi sono preziosità per la maggior parte inedite, come ad esempio una lettera di Vincenzo Vela».
Il busto sepolto
Ogni frammento d’arte ha la sua storia e alcune anche qualche aneddoto particolare, come ci spiega Kahn-Rossi. «La mostra nasconde tanti aneddoti, a volte toccanti proprio perché legati al vissuto dei privati. Entrare negli universi celati di chi ama raccogliere significa scoprire ogni volta un mondo affascinante. Bisogna accedervi in punta di piedi e con grande riguardo, rispettando tempistiche, problematiche, aspettative ogni volta diverse. I collezionisti aprono le porte delle loro case solo se sanno di poter contare su professionalità e su un rapporto di totale fiducia». Un momento particolare, ad esempio, è stato «il ritrovamento da parte di un bellinzonese di un busto in marmo scolpito da Carlo Carmine nel 1885 raffigurante uno dei primi proprietari di Villa dei Cedri, emerso casualmente da un terreno di proprietà del privato, dove è rimasto sepolto per oltre un secolo, all’insaputa di tutti. Un caso estremo ed emblematico della capacità apnoica delle opere d’arte, a volte di intere collezioni, che spesso spariscono per riemergere improvvisamente dopo tempo». Era troppo tardi - puntualizza la curatrice - per poter esporre il busto nella mostra, «ma ho potuto illustrare l’opera nel volume». Volume (con ben 266 immagini), scritto dalla curatrice ed edito da Casagrande in occasione del 40. anniversario, che raccoglie la storia e le opere di Villa dei Cedri e che presenta il risultato delle ricerche svolte, approfondendo quanto si ammira nell’esposizione. «Il volume contiene anche alcune situazioni sorprendenti come la presenza nel distretto delle opere di Fernando Botero».
Anni di studio
«Come studiosa lavoro da oltre un decennio sui rapporti tra istituzioni museali e collezionismo e la mia esperienza professionale come direttrice di un museo pubblico mi ha fornito un know-how fondamentale, senza il quale non sarebbe stato possibile affrontare un argomento così sensibile, ampio e articolato». Il progetto della mostra - prosegue Kahn-Rossi - è basato su una ricerca durata quasi tre anni, condotta in archivi pubblici e privati e a contatto con i collezionisti, «che ha messo in luce le fonti su cui ho elaborato lo studio dal quale ho poi selezionato i nuclei tematici da proporre nella mostra. Fondamentale offrire al visitatore un percorso accattivante, armonioso e nello stesso tempo inaspettato che riflettesse, nella diversità delle opere, la complessità del tema, la pluralità degli interessi del privato, l’estensione cronologica della collezione del Museo Villa dei Cedri».


