Il caso

Ristorni dei frontalieri, l'apertura di Gobbi e la frenata di Berna

Il presidente del Consiglio di Stato ticinese commenta la mozione interpartitica per bloccare i ristorni, dicendosi pronto «a valutare possibili contromisure» – Per le autorità federali, però, questa mossa violerebbe l’accordo fiscale sui frontalieri
© CdT/Gabriele Putzu

«Negli ultimi mesi sono emersi elementi di grave criticità concernenti l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia». Parte da questa constatazione la mozione interpartitica depositata dal centrodestra sul tema dei ristorni dei frontalieri. A firmarla sono il presidente del PLR Alessandro Speziali, il presidente del Centro Fiorenzo Dadò, il coordinatore della Lega Daniele Piccaluga e il capogruppo dell’UDC Alain Bühler. La richiesta contenuta nell’atto parlamentare è altrettanto perentoria. Al Governo, i quattro deputati chiedono di attivarsi immediatamente, anche tramite le competenti autorità federali, «affinché venga sospeso – totalmente o parzialmente – il riversamento all’Italia della quota dell’imposta alla fonte prelevata ai frontalieri, facendo valere la violazione dell’art. 9 dell’accordo sui frontalieri da parte dell’Italia».

Il parere di Gobbi

Interpellato dal Corriere del Ticino, il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, dice di «avere preso atto della mozione interpartitica», per poi aggiungere: «Queste richieste si inseriscono nel solco della posizione già espressa dal Governo. A fine gennaio abbiamo interpellato il Consiglio federale in merito alle crescenti tensioni nelle relazioni tra Svizzera e Italia, con particolare riferimento a una serie di misure unilaterali prospettate dalle autorità italiane». In particolare, la cosiddetta «tassa sulla salute» secondo Gobbi «costituisce una violazione unilaterale dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, poiché viene meno il principio dell’imposizione esclusiva in Svizzera, alla base dei ristorni versati annualmente all’Italia». In questo contesto – conviene il presidente del Consiglio di Stato – «occorre valutare con attenzione le possibili contromisure, dal blocco dei ristorni – già attuato in passato nell’ambito dei negoziati fiscali – a una loro decurtazione, opzione che appare oggi la più plausibile alla luce del comportamento delle autorità italiane. Abbiamo sollecitato la Confederazione ad attivarsi con tempestività e continueremo a seguire attentamente l’evoluzione della situazione, tutelando gli interessi del Ticino», conclude Gobbi. 

La frenata di Berna

Ma cosa ne pensano le autorità federali? Da noi contattata, la Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SFI) ha provato a fare chiarezza. Innanzitutto, ricorda la SFI quale premessa, «la quota di compartecipazione al Servizio sanitario (la cosiddetta ‘‘tassa sulla salute’’) è stata introdotta in Italia con la Legge di bilancio 2024, ma non è ad oggi applicabile». E questo perché, malgrado il decreto del Ministero della salute italiano sia stato pubblicato in Gazzetta ufficiale alla fine di dicembre, all’appello manca ancora il decreto attuativo. In pratica, quindi, ora spetta alle Regioni - in particolare alla Lombardia, visto che il Piemonte e la Valle d’Aosta non hanno intenzione di applicare la tassa - fissare sia l’importo del contributo a carico dei vecchi frontalieri, sia la modalità di riscossione. Finché le Regioni non prepareranno il decreto attuativo, però, è chiaro che la «tassa sulla salute» rimarrà congelata. Rimane da chiarire, poi, se il contributo richiesto ai frontalieri avrà un effetto retroattivo, come suggerirebbe il decreto ministeriale. E quindi se l’incasso dovrà avvenire con riferimento al reddito del 2024.

Quel che è certo, ammette la Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, è che «a partire dalla sua introduzione la tassa sulla salute è stata oggetto di scambi volti a chiarirne la natura con le autorità italiane competenti. In particolare, è stata sollevata la questione della compatibilità con l’Accordo del 2020 sull’imposizione dei lavoratori frontalieri». In proposito, però, la SFI fornisce una dichiarazione importante. Sì, perché «le analisi giuridiche intraprese dalla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, autorità competente in materia, non permettono al momento di concludere che vi sia una violazione dell’accordo del 2020 sull’imposizione dei lavoratori frontalieri». Al contrario, «un blocco unilaterale del pagamento della compensazione finanziaria prevista dall’articolo 9 del citato accordo, costituirebbe una violazione di un accordo internazionale». Insomma, da quanto appurato finora dalle autorità federali la «tassa sulla salute» non sarebbe in contrasto con l’intesa siglata tra Berna e Roma, mentre un eventuale decurtamento o blocco dei ristorni rappresenterebbe a tutti gli effetti una violazione di quel trattato.

In tutti i casi, prosegue la Segreteria di Stato, «l’Accordo del 2020 sull’imposizione dei lavoratori frontalieri prevede dei meccanismi propri al fine di dirimere eventuali problematiche come quella in oggetto. Nei prossimi mesi, nel corso di colloqui bilaterali diretti, il SIF utilizzerà tali meccanismi per ulteriori approfondimenti». La questione, pare di capire, è quindi tutt’altro che chiusa, e Berna assicura che continuerà a occuparsene. Un concetto ribadito negli scorsi mesi anche al consigliere agli Stati Fabio Regazzi (Centro) e al collega del Nazionale Giorgio Fonio, che avevano sollevato il tema con due atti parlamentari. «Se la cosiddetta tassa sanitaria dovesse essere impostata come una tassa causale, non rappresenterebbe una violazione dell’Accordo del 2020 sui frontalieri», aveva risposto nel febbraio 2025 il Consiglio federale, spiegando che «la Convenzione del 1976 (...) e l’accordo del 2020 tra la Confederazione e la Repubblica Italiana si applicano esclusivamente alle imposte sul reddito e sul patrimonio». In tutti i casi, era stato aggiunto, la SFI «continuerà a seguire attivamente gli sviluppi» e, soprattutto, «interverrà nel caso in cui l’impostazione concreta della misura lo dovesse richiedere».

I precedenti

Non è certo la prima volta che l’ipotesi di bloccare i ristorni viene evocata in Ticino. Tuttavia, solo in due occasioni (molto differenti tra loro) tale ipotesi si è concretizzata. Nel 2011, tra molte polemiche, venne congelata la metà dei ristorni, circa 28,4 milioni di franchi, per mettere pressione su Roma e Berna affinché aprissero trattative sull’accordo di doppia imposizione, sulle «blacklist» e sull’accordo fiscale sui frontalieri in vigore dal 1974. Nel 2019, invece, vennero bloccati circa 3,8 milioni affinché venisse sanata la situazione debitoria di Campione d’Italia nei confronti del Ticino.