Le testimonianze

«Sempre meno pazzi appassionati come noi e Lombardi»

Angelo Renzetti è stato presidente del FC Lugano per undici anni - Alessandro Cedraschi festeggia un ventennio alla testa dei Tigers - Entrambi dicono di immedesimarsi nelle emozioni forti provate da Filippo Lombardi nel lasciare l’Ambrì Piotta
© CdT/Gabriele Putzu
Giona Carcano
Paolo Galli
17.01.2026 06:00

Diciassette anni di presidenza. Specie di questi tempi, non sono certo bruscolini. Diciassette anni di oneri, costanti, tra i più rarefatti onori. La vita del presidente di un club sportivo d’élite è accompagnata da pesi e responsabilità di una certa rilevanza, in particolare nei confronti dei dipendenti - certo - e di tutta la comunità che sei chiamato a rappresentare. Non è un caso se lo stesso Filippo Lombardi, giovedì sera, annunciando le sue dimissioni da presidente e da membro del CdA dell’Ambrì Piotta, ha detto che «da oggi mi sento più leggero».

La presidenza onoraria

Da lì ci era passato, qualche anno fa, anche Angelo Renzetti. Modalità diverse, momenti diversi. Ma resta, in comune, l’addio a una realtà per cui si sono spese energie e tanta passione. Nel caso dell’ex presidente del FC Lugano, il suo «regno» era durato undici anni, tra il 2010 e il 2021. Poi gli era subentrata l’attuale dirigenza, o meglio, l’attuale organizzazione. Oggi osserva l’uscita di scena di Lombardi e dice: «Avevo avuto occasione di parlargli dopo quel che era successo con Duca e Cereda. In quel caso, si era vista tutta la debolezza del meccanismo: perché tu provi a reagire alle situazioni, alle difficoltà, ai dubbi, provi a batterti, vivi tutto in modo viscerale, anche se gli altri non se ne accorgono neppure. Tu ci sei dentro, ma ti ritrovi comunque in un mare di critiche. Io gli avevo telefonato per solidarietà, perché anch’io ero passato da momenti simili, magari non uguali, ma comunque critici». In tanti anni, sono numerosi quei momenti. «E hai tutto sulle spalle, non solo i problemi della squadra, o economici, ma anche tutto il corollario. Resti solo con le tue emozioni, e non riesci neppure ad accorgerti del peso e della fatica, non sai come uscirne. E allora sono convinto che, presto, anche Lombardi si sentirà liberato. Resterà tutto ciò che ha fatto, una bella fetta di storia del club, una pista addirittura. Siamo uomini, con i nostri pregi e le nostre debolezze». Come sempre, Angelo Renzetti va oltre quel che appare ed entra tra le pieghe umane delle situazioni. Dice che, da quando non è più presidente del Lugano, si sente «un’altra persona», perché può curare sé stesso, la sua salute, il suo mondo extra-calcistico. «Detto questo, e tenuto conto delle troppe notti insonni, degli sforzi economici, da un’esperienza simile puoi uscirne solo arricchito, dal punto di vista umano». Oggi non sembra più esserci spazio per le figure come quella rappresentata in quegli undici anni da Renzetti. «Essendo io stesso un imprenditore, ho vissuto bene il fatto che mi abbiano chiesto di farmi da parte. Certo, mi è mancato un approccio più sensibile e più rispettoso nei miei confronti. Avevo chiesto solo una cosa: di essere nominato presidente onorario, proprio perché per il Lugano avevo messo undici anni della mia vita, della mia vita da disegnatore edile, non da milionario. Sarebbe stato un bel riconoscimento: non mi sembrava chissà cosa. Sono contento comunque, di essere riconosciuto, salutato e ringraziato, ancora oggi, dai tifosi. Però questi manager non considerano la parte emotiva, neppure nella direzione della squadra». È quella parte emotiva, spesso, a fare la differenza, in particolare nella comunità di riferimento. «Specialmente nello sport. Lo sport è fatto per quello».

«Il tempo è prezioso»

Dal canto suo, quest’anno Alessandro Cedraschi festeggerà 20 anni alla testa dei Lugano Tigers. Praticamente una generazione trascorsa come presidente del club bianconero. «E sono tesserato per la società da 62 anni», fa notare con un certo orgoglio. Il “Cedro”, in città (o meglio, in Ticino), è il basket. Inevitabile, dunque, vivere con trasporto l’addio di Filippo Lombardi all’Ambrì. «Vedo lui, quello che ha fatto per i biancoblù in 17 anni, le difficoltà che ha dovuto superare. È chiaro che mi sono immedesimato», racconta Cedraschi. Per certi versi, il numero uno dei Tigers sta vivendo una situazione simile. «Anch’io sto cercando di allargare la base di tifosi e sostenitori, anche grazie al nuovo palazzetto di Cornaredo», spiega. «Sto lottando da tempo per cercare persone disposte a supportarmi. E chissà: potrei anche farmi da parte, come ha fatto Lombardi, nel caso in cui i successori abbiano la mia stessa voglia di far crescere il club». Fare il presidente di una società sportiva, in Ticino, non è semplice. Le critiche, giustificate o meno, arrivano puntualmente. Le soddisfazioni, invece, sono poche. «Viviamo una realtà di periferia, e non è un caso se alcune dei principali club professionistici del cantone sono gestiti da stranieri», osserva. «Penso al FC Lugano, ad esempio, oppure all’Ambrì del futuro». Sono sempre meno, come dice Cedraschi, «i pazzi appassionati come Lombardi e il sottoscritto» a tenere in piedi le società. «Il tempo è la cosa più preziosa e non tutti vogliono o possono metterlo a disposizione. Le critiche? Fanno parte del gioco, non ci faccio nemmeno più caso».

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