Il caso

«Stiamo cercando di cavarcela anche senza i nostri genitori»

Zelal Pokerce racconta la quotidianità dopo il rimpatrio forzato del capofamiglia, con la madre e il figlio più piccolo – Lei e il fratello Yekta per ora restano nella casa a Riazzino, ma senza la possibilità di continuare gli studi e di ottenere un diploma
Zelal Pokerce, 21 anni, con il fratello Yekta, di un anno più giovane. Entrambi sono in Ticino dal 2021 © Ti-Press/Benedetto Galli
Jona Mantovan
20.05.2026 06:00

«Stiamo cercando di capire tutto quanto facevano i nostri genitori per noi. Ormai dobbiamo cavarcela, tra questioni burocratiche e bollette, senza dimenticare cose più concrete come la spesa e il bucato». È carica di apprensione la voce di Zelal Pokerce, la 21.enne di origini curde che - poco meno di tre settimane fa, insieme al fratello Yekta, di un anno più giovane - si era vista rimpatriare forzatamente in Turchia il padre, Yahya, e la madre, Muhterem, oltre al piccolo Azaz, ancora minorenne e che presenta un disturbo dello spettro autistico per il quale frequentava la vicina Scuola speciale. Come riportato nell’edizione del 6 maggio, la Polizia alle sette e un quarto ha bussato alla porta dell’abitazione di Riazzino dove la famiglia viveva dal 2021.

Gli agenti hanno concesso ai due figli maggiori di seguire i loro cari fino alla centrale di Camorino. Poi gli ultimi saluti, prima della trasferta a Zurigo per il decollo dell’aereo a destinazione Istanbul. Capitale da cui l’uomo aveva provato a fuggire rifugiandosi in Svizzera, temendo gli esiti di un procedimento penale aperto nei suoi confronti a causa di alcune affermazioni contro il presidente Recep Erdogan pubblicate in rete.

Ci sarà un processo a carico di nostro padre fra circa tre mesi e non sappiamo cosa gli succederà

Situazione incerta

«I poliziotti l’hanno fermato e poi rilasciato», spiega sempre la nostra interlocutrice. «Ma so che tra tre mesi dovrà affrontare un processo. Non sappiamo cosa gli succederà. In ogni caso, non può uscire dalla città e anche le autorità possono prelevarlo in qualsiasi momento. Oggi, hanno una sistemazione provvisoria a casa di mio zio». Tornando nel Locarnese, la situazione per entrambi i maggiorenni resta incerta. «All’improvviso, ci troviamo senza le figure adulte di riferimento più importanti. Una cosa che non ci era mai capitata, perché siamo sempre stati uniti. Facciamo tutto quel che possiamo». All’ansia e allo shock iniziali ora si affiancano lunghe giornate di attesa, da trascorrere nella precarietà. «Nonostante ciò, siamo riusciti a integrarci bene, ma non possiamo seguire le lezioni né, di conseguenza, ottenere un diploma, malgrado ci manchi davvero poco».

Non vogliamo tornare in Turchia e per ora possiamo solo sperare di poter concludere qui la nostra formazione

Una storia che emoziona

L’ultima possibilità di proseguire la formazione e l’attività lavorativa intraprese con successo, ma che hanno dovuto interrompere - lei allo CSIA, lui apprendista elettricista -, è legata al ricorso contro la decisione negativa sulla richiesta affinché sia loro riconosciuto il caso di rigore.

La loro storia continua a emozionare la società civile. L’ultimo capitolo in ordine di tempo è un’interpellanza al Consiglio di Stato (primo firmatario Maurizio Canetta del PS) che ha chiesto «un atto di umanità», all’indomani della divisione applicata in ottemperanza alla decisione della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), che non ha ritenuto sufficienti le motivazioni per concedere l’asilo. È sempre lo stesso deputato ad aver scritto, l’ottobre scorso, una lettera aperta dai toni simili firmata da altri 23 colleghi del Gran Consiglio di quasi tutti i partiti, per non parlare della petizione lanciata dai compagni di studi che al momento della consegna all’Esecutivo cantonale, a luglio, contava 1.700 sottoscrizioni.

Risposte poco incoraggianti

Nonostante il lungo elenco includa pure una missiva di sostegno da parte dell’istituto frequentato dalla ragazza, finora le risposte non sono state incoraggianti: Palazzo delle Orsoline aveva già evidenziato come non fosse possibile opporsi a decisioni delle autorità superiori. Silvia Gada, responsabile della Sezione della popolazione, in un’intervista pubblicata il 9 maggio su queste colonne, riferiva come l’ufficio in questione presti attenzione ai risvolti umani delle vicende, «ma le decisioni sono prese a Berna».

Resta aperto uno spiraglio

Se per il resto del nucleo - come detto - c’è ben poco da fare, per Zelal e Yekta Pokerce resta aperto uno spiraglio: la possibilità di ottenere il permesso B di integrazione. Ce la faranno? La SEM, che dovrà stabilirlo, tiene conto del parere del governo ticinese. «Non vogliamo tornare nel Paese dove siamo nati», conclude Zelal con rammarico dall’altro capo del filo. «Per il momento non ci resta che aspettare e sperare, anche se vorremmo sapere cos’ha in serbo il futuro per noi». Intanto, i contatti con i parenti nella metropoli del Bosforo sono ripresi, mentre restano fitti sia quelli con i coetanei con i quali sono cresciuti, sia quelli con i loro sostenitori, attivi nel mondo della politica e delle istituzioni locali.

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