Dopo gli schiaffi alla Svizzera dove sono i «trumpiani» elvetici?

L'attacco, frontale, ha fatto il giro del mondo. Donald Trump, a Davos, in occasione del World Economic Forum (WEF), non ha usato giri di parole. Umiliando pubblicamente la Svizzera e, nello specifico, la consigliera federale Karin Keller-Sutter. Ignazio Cassis ha definito «inaccettabile» il discorso del presidente degli Stati Uniti. Altri esponenti politici si sono accodati, mentre l'UDC – il primo partito del Paese, con molti simpatizzanti di Trump al suo interno – è rimasto di fatto in silenzio. O, quantomeno, è stato più cauto.
Mauro Poggia, consigliere agli Stati ginevrino del Mouvement Citoyens Genevois, alleato dell'UDC a Berna, sui social è stato il primo a parlare. Ha descritto un presidente «maleducato» arrivato in Svizzera per «insultare». Contattato dal Blick, Poggia ha rincarato la dose: «È la brutalità e la maleducazione di sempre. Trump è sempre se stesso». Il consigliere si è detto scioccato dal fatto che alcuni consiglieri federali, tra cui Karin Keller-Sutter, siano andati a salutare con un sorriso il leader americano alla fine del suo discorso: «Io non ci sarei andato».
Per Mauro Poggia, la Svizzera avrebbe dovuto difendere il proprio onore: «Non siamo agli ordini degli Stati Uniti. C'è un minimo di orgoglio». D'accordo, ma i rischi economici? E se Trump, come peraltro paventato, dovesse rialzare i dazi imposti alla Confederazione? «Fino a che punto siamo disposti a spingerci nella servilità per proteggere la nostra economia?» si è chiesto Poggia.
Il consigliere agli Stati ginevrino invita di riflesso a una forma di resistenza, insieme ad altri piccoli Paesi che condividono gli stessi valori. La Svizzera, a suo dire, ha costruito le sue fortune sulla tradizione umanitaria e sul multilateralismo. Lasciare che Trump esprima il suo disprezzo per questi valori senza reagire equivale a tradire questa identità: «Questo tipo di persona non ha né alleati né amici».
Fronte UDC, a prevalere a distanza di giorni è il pragmatismo. Céline Amaudruz, vicepresidente del partito, gioca la carta della prudenza, dando priorità alla stabilità del settore economico: «La nostra priorità è concludere un accordo commerciale» ha detto. Alla domanda se Trump si sia spinto troppo oltre, la consigliera nazionale ginevrina ha preferito non rispondere: «In qualità di eletta, le sensazioni personali non hanno alcuna importanza in questa situazione». Stessa linea per Marcel Dettling, presidente dell'UDC, fautore del cosiddetto silenzio strategico: «Bisogna parlare meno e lavorare di più. Guy Parmelin ha detto tutto». E proprio il presidente della Confederazione è rimasto in silenzio sugli attacchi di Trump, preferendo attenersi alla neutralità svizzera e agli interessi commerciali del Paese.
Dettling, dal canto suo, aveva implicitamente sostenuto Donald Trump durante le ultime elezioni americane, spiegando che, storicamente, la Svizzera ha relazioni migliori con i Repubblicani rispetto ai Democratici. Dopo i dazi doganali al 39% e le critiche sul palco del WEF, il consigliere nazionale di Svitto ha preferito appunto un profilo più basso: «Trump ha fatto quello che aveva detto» ha dichiarato Dettling al Blick, ammettendo – riguardo al discorso del leader americano a Davos – che il tycoon «non è stato molto gentile». Ma Trump «è raramente gentile, mentre noi svizzeri siamo più diplomatici».
Da parte sua, Jérôme Desmeules, simpatizzante di Trump nonché deputato dell'UDC al Gran Consiglio vallesano, ha confidato al Blick di non approvare le dichiarazioni del presidente USA, definendole «eccessive» ma non sorprendenti: «Diciamo che Trump non è mai stato famoso per usare mezzi termini e nascondere ciò che pensa» ha detto Desmeules, aggiungendo che questo modo di procedere sembra dare i suoi frutti al leader americano. «Capisco la sua retorica e la sua volontà di trarne vantaggio».
A suo dire, la colpa è soprattutto della diplomazia svizzera, in particolare di Karin Keller-Sutter e della famosa telefonata dello scorso agosto: «Quando si discute con il presidente degli Stati Uniti, si evita di dare lezioni. La Svizzera è certamente uno dei loro partner, ma non il più importante». Al di là delle critiche, che cosa dovrebbe fare ora la Confederazione? Desmeules ha le idee chiare: è necessario diversificare i partner commerciali di fronte a un Donald Trump dai cambiamenti d'umore e dalle minacce mutevoli. Una constatazione condivisa da Amaudruz e Dettling.
L'episodio mette in luce le tensioni interne all'UDC. Tra la fedeltà a una certa idea di Svizzera indipendente, orgogliosa e non allineata, e il pragmatismo economico di fronte a una superpotenza imprevedibile, la linea è sfocata. In mancanza di una condanna o di un'adesione totale, il partito sovranista sembra preferire la curva delle esportazioni e il silenzio all'immagine del Paese.
