Crans-Montana

Guy Parmelin: «Dobbiamo capire le critiche dall'Italia, ma le Olimpiadi siano un momento di comprensione»

Il presidente della Confederazione, ospite di House of Switzerland a Milano, si racconta al CdT: «Uno dei momenti più difficili della mia esperienza a Berna»
© KEYSTONE/Salvatore Di Nolfi
Mattia Sacchi
08.02.2026 16:19

«È un ottimo inizio, ma sono loro che gareggiano, non io». Guy Parmelin è sorridente mentre alla House of Switzerland di Milano, gremita di visitatori, scorrono sugli schermi le immagini della discesa libera maschile. È in piedi con un piatto di raclette in mano, pranza insieme allo staff e scherza con il Corriere del Ticino su quella coincidenza quasi simbolica tra sport e istituzioni. Pochi istanti prima è arrivato il risultato che segna la giornata, almeno dal punto di vista sportivo: l’oro di Franjo von Allmen, davanti proprio a due italiani. Il presidente della Confederazione segue la gara dallo spazio svizzero allestito per le Olimpiadi invernali e commenta con misura un debutto decisamente fortunato che accompagna la sua presenza milanese: «Sono soddisfatto per il risultato e spero che la nazionale rossocrociata continui su questa strada, riempiendo il medagliere».

Il successo sugli sci fa da sfondo a una visita che, per Parmelin, va ben oltre la dimensione sportiva. La House of Switzerland è pensata come luogo di rappresentanza olimpica, vetrina dell’innovazione svizzera applicata allo sport e spazio di cooperazione con l’Italia. Ma il senso della tappa milanese, spiega il presidente della Confederazione, è soprattutto concreto e umano, legato inevitabilmente alla tragedia di Crans-Montana. «Per me era importante essere qui anche per dare un segnale alle famiglie, avere un contatto diretto con loro. Ci sono famiglie italiane, ma anche famiglie di altre nazionalità, con doppia cittadinanza. Volevo avere un contatto con l’ospedale Niguarda, che ha avuto un ruolo centrale nella presa in carico dei feriti”.

La visita all’ospedale milanese è uno dei passaggi più delicati di questo viaggio, non solo sul piano istituzionale ma anche umano. È lì che per Parmelin la dimensione politica e quella personale si sovrappongono. Il consigliere federale con maggiore anzianità a Berna lo ammette apertamente rispondendo a una domanda del Corriere del Ticino: si interroga se questo non sia il momento più difficile vissuto durante il suo mandato in Consiglio Federale.

«Ho attraversato altri periodi molto complessi nella mia carriera, penso in particolare alla pandemia. In quel periodo, da ministro dell’economia, abbiamo dovuto prendere decisioni pesantissime: chiudere attività economiche, limitare la vita sociale, affrontare l’angoscia di famiglie e imprese che rischiavano di perdere tutto. C’era una pressione enorme, economica e sociale, e un’incertezza totale su come e quando ne saremmo usciti».

«Ma ciò che rende questa fase diversa è la dimensione umana», prosegue. «Qui ci sono giovani persone che hanno perso la vita, famiglie devastate, feriti gravi che dovranno ricostruirsi fisicamente e psicologicamente. Durante il Covid lavoravamo per proteggere la collettività da un rischio diffuso; oggi siamo confrontati con destini spezzati, con storie individuali che non possono essere ridotte a numeri. Quando sono in gioco vite e salute in modo così diretto, l’impatto è più profondo e lascia un segno che resta».

È anche per questo che Parmelin ha voluto verificare personalmente come abbia funzionato la catena dei soccorsi e dei trasferimenti. Dal punto di vista operativo, racconta, i riscontri sono stati rassicuranti. «Ho parlato con i responsabili del Niguarda per capire se tutto fosse andato bene e mi hanno confermato che la cooperazione è stata eccellente. La presa in carico dei pazienti arrivati da Zurigo, Aarau o da altri ospedali e poi trasferiti a Milano si è svolta molto bene e hanno potuto passare subito alla fase successiva senza complicazioni».

Un’esperienza che, nelle sue parole, va oltre il singolo episodio. «I medici hanno auspicato che questa cooperazione continui e si rafforzi attraverso scambi con la Svizzera. È un messaggio importante, che intendo trasmettere a Berna e ai Cantoni».

Nel corso della visita, Parmelin ha potuto incontrare anche persone direttamente colpite dalla tragedia. «Ho parlato con una giovane donna italo-svizzera che sta per essere dimessa. Era stata curata per gravi ustioni, ha affrontato anche innesti di pelle. Mi ha spiegato quanto sia stato duro, anche sul piano psicologico, ma ora vede la fine di una prima fase. Ho parlato anche con suo marito e con familiari di altri feriti, alcuni dei quali iniziano lentamente a migliorare».

Da qui l’impegno politico che ribadisce con chiarezza: «La Svizzera continuerà. L’aiuto d’urgenza è solo una prima tappa. Ora dobbiamo organizzare il seguito, perché nessuno resti indietro. Siamo qui per le famiglie e per mostrare loro che ce ne occupiamo davvero. Se emergono problemi, faremo tutto il possibile per risolverli». È un approccio che coinvolge anche la rete diplomatica: «È per questo che ambasciata e consolato sono mobilitati». Senza nascondere le difficoltà strutturali: «Siamo un Paese federalista e questo può rendere l’inizio più complesso, ma tra Confederazione e Cantoni troveremo soluzioni. La coordinazione sarà affidata al Dipartimento federale di giustizia e polizia, con la Cancelleria federale, in collaborazione con sanità, assicurazioni sociali e autorità cantonali. L’obiettivo è evitare che, oltre al dolore, le famiglie debbano affrontare anche un peso amministrativo insostenibile».

Sul piano politico e giudiziario, il Presidente della Confederazione ribadisce una linea che considera irrinunciabile. «Tra Svizzera e Italia esistono accordi di cooperazione giudiziaria che disciplinano l’assistenza reciproca nei procedimenti penali, e questi meccanismi sono stati attivati fin dalle prime fasi dell’inchiesta, con la rapida trasmissione della domanda al Ministero pubblico del Vallese. Detto questo, dobbiamo rispettare la separazione dei poteri: non è compito del potere politico interferire nelle decisioni della giustizia». Parmelin riconosce che «forse si sarebbe potuto comunicare meglio, specie nelle fasi iniziali», ma ribadisce la linea: «Ora la giustizia deve poter lavorare in modo trasparente, rapido ed efficace. È ciò che chiedono soprattutto le famiglie».

La tragedia ha scatenato uno scontro mediatico e diplomatico con l’Italia. Soprattutto in Ticino l’eco delle reazioni italiane è stata particolarmente avvertita, con alcune critiche che sono parse eccessive. A Berna, spiega Parmelin, sono state lette soprattutto alla luce del contesto emotivo. «Capisco l’emozione che c’è stata in Italia: ogni Paese guarda eventi di questo tipo attraverso il prisma delle proprie leggi e delle proprie procedure, che non sono necessariamente identiche. Posso comprendere interrogativi e anche critiche, ma non sarebbe accettabile che un governo interferisse nelle decisioni giudiziarie di un altro Stato. Durante la fase più acuta della crisi ho avuto contatti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che mi ha espresso dubbi e incomprensioni, e le ho spiegato che in Svizzera vale la separazione dei poteri. Ho poi parlato anche con il presidente Sergio Mattarella: il confronto è stato molto calmo, improntato a empatia e comprensione reciproca».

Alla House of Switzerland, intanto, le immagini del podio, con l’oro consegnato a von Allmen, scorrono sul maxischermo mentre la visita prosegue tra colloqui informali e scambi istituzionali. Anche in questo senso, sottolinea Parmelin, la presenza svizzera alle Olimpiadi di Milano-Cortina assume un valore che va oltre lo sport: «Luoghi come questo servono anche a parlarsi, a capirsi meglio, soprattutto dopo momenti così difficili». Una funzione di dialogo che, nelle sue parole, può contribuire ad appianare incomprensioni e tensioni emerse nelle ultime settimane. Con una battuta prova per un attimo ad alleggerire il clima: «Diciamo che oggi, sul piano sportivo, abbiamo vinto noi questo derby…», sorride, prima di tornare serio. «Ma sono dettagli, se pensiamo a quello che abbiamo vissuto a Crans-Montana. In momenti come questi, l’unica cosa che conta è essere presenti, creare contatto ed essere efficaci».

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