Il caso

«Tradito dal governo svizzero»: negato il visto umanitario a un ex collaboratore del DFAE a Gaza

Per nove anni è stato l'impiegato più importante della Direzione dello sviluppo e della cooperazione nella Striscia – Dopo il 7 ottobre 2023 ha perso moglie e due figli in un raid israeliano – Da Berna, però, il visto umanitario non è mai arrivato
©Abdel Kareem Hana
Red. Online
25.08.2026 11:15

Il suo nome, riferisce la RTS, è Jaser Abu Mousa. All'ufficio della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) a Gaza non era una figura secondaria. Al contrario: gestiva i programmi svizzeri nell'enclave, forniva analisi politiche e si occupava della sicurezza della sede e dei diplomatici svizzeri in visita. La corrispondenza consultata dalla RTS, che ha rivelato il caso, mostra quanto fosse ascoltato e stimato dall'ufficio di Ramallah, in Cisgiordania, da cui dipendeva. Poi, il 7 ottobre 2023. E la guerra. Un attacco israeliano uccide sua moglie e due dei suoi figli.

L'evacuazione ad Abu Dhabi, poi il muro

Nel dicembre 2023, leggiamo, Abu Mousa e gli altri due figli vengono evacuati negli Emirati Arabi Uniti con l'aiuto della Svizzera. Ad Abu Dhabi il figlio Abdullah subisce diverse operazioni, la figlia Sham viene curata per le ustioni. La famiglia resta però confinata in un campo per rifugiati. Per mesi, l'uomo chiede aiuto a Berna attraverso la DSC, in attesa di un visto umanitario.

Senza permesso di soggiorno, racconta oggi l'uomo ai microfoni della RTS, ogni candidatura di lavoro negli Emirati si arenava. La risposta dal servizio del personale della DSC a Ramallah, dice, è stata secca: nessun visto per lui. In alcuni messaggi i suoi superiori gli suggeriscono addirittura di rivolgersi alla Germania, dove vive una sorella.

Nel 2024, ottiene una borsa di ricerca all'Università di Yale e un visto statunitense di sei mesi per sé e i figli, strappato negli ultimi giorni della presidenza Biden. Con il ritorno di Donald Trump la situazione, però, si chiude: ai palestinesi vengono negati i visti d'ingresso e le domande d'asilo vengono sospese. Quando il permesso scade, nell'estate 2025, Abu Mousa presenta una seconda richiesta di visto umanitario alla Svizzera, facendo valere gli anni di collaborazione con il DFAE. Viene convocato al Consolato svizzero di New York il 24 luglio: risposta negativa, motivata in poche righe con l'assenza di un pericolo manifesto. Il giorno prima aveva saputo che a Gaza erano stati uccisi sua madre, sua sorella e i nipoti. I suoi figli, dice, avevano già iniziato a studiare tedesco su Duolingo.

Il DFAE: «Criteri chiarissimi»

Il Dipartimento federale degli affari esteri, dal canto suo, ritiene di aver rispettato i propri obblighi. «Il DFAE ha una responsabilità come datore di lavoro: doveva proteggere il suo impiegato e lo ha fatto» ha spiegato il portavoce Nicolas Bideau, che pure riconosce come la Svizzera sia piuttosto «restrittiva» sull'accoglienza. L'uomo, ricorda, è stato portato fuori dalla Striscia il 7 dicembre 2023, condotto ad Abu Dhabi e retribuito per un anno. Sul visto, Bideau rimanda ai criteri: viene concesso solo a chi è concretamente minacciato nella vita o nell'integrità fisica. «No, non era minacciato, proprio perché lo abbiamo tirato fuori da una situazione di pericolo. Sono criteri molto chiari, non si possono aggirare con una decisione politica».

Palla avanti e indietro tra DFAE e SEM

La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha confermato per iscritto che, di norma, il visto umanitario non viene rilasciato a chi si trova già in un Paese terzo e non è quindi più in pericolo. Dal 2022 la Svizzera ha rilasciato 171 visti umanitari a persone di origine palestinese. Nel caso dell'ex impiegato del DFAE, però, la SEM ha precisato di avere soltanto avuto un ruolo consultivo: la decisione spettava alla rappresentanza svizzera all'estero. Secondo diverse fonti interne al Dipartimento, citate dalla RTS, il DFAE avrebbe potuto, e secondo loro dovuto, intervenire in favore di Abu Mousa: il dossier è stato trattato ai piani alti. Bideau, per contro, ha sottolineato che Ignazio Cassis non è intervenuto nella vicenda.

Il malessere interno

La gestione del conflitto israelo-palestinese, d'altro canto, continua a creare disagio in seno al DFAE: lettere interne ed ex ambasciatori accusano il consigliere federale ticinese di scarsa fermezza di fronte alle azioni di Israele a Gaza. Una delle fonti della RTS ha collegato il trattamento del caso alla lettura del conflitto da parte di Cassis, secondo cui non esisterebbe una società civile palestinese a Gaza. Bideau ha respinto tale ricostruzione, citando le decine di milioni di franchi destinati alle vittime del conflitto sul piano umanitario. Un'altra fonte ha parlato di una «politica del rischio zero», pur in assenza di qualsiasi lista nera ufficiale.

«Voglio delle prove»

Resta, concludendo, il senso di ingiustizia dell'ex collaboratore: per nove anni, dice, la Svizzera gli ha insegnato il diritto internazionale umanitario e l'approccio basato sui diritti umani. «Sono stato deluso e tradito dal governo svizzero». E chiede una cosa sola: se lo si considera un terrorista, vuole sapere perché, e vuole delle prove. Oggi vive negli Stati Uniti senza un visto valido. Ha depositato una domanda d'asilo, ma teme l'arresto o l'espulsione verso un Paese terzo.