L'intervista

Chiesa e abusi sessuali: «Distruggere documenti è un delitto»

Abbiamo chiesto un parere sul rapporto dell'Università di Zurigo, e su ciò che afferma in merito alla diocesi di Lugano, a Fabrizio Panzera, già collaboratore scientifico dell'Archivio di Stato del Canton Ticino
© CdT/Gabriele Putzu
Dario Campione
13.09.2023 06:00

Fabrizio Panzera, fino al 2012 collaboratore scientifico dell’Archivio di Stato del Canton Ticino, è stato professore a contratto di Storia della Svizzera all’Università degli Studi di Milano ed è autore di numerosi libri e saggi sulla storia politica e religiosa ticinese nei secoli XIX e XX. Nelle sue ricerche si è occupato anche delle relazioni politiche, economiche e culturali tra Svizzera e Lombardia. Tra i suoi contributi più importanti si segnalano La Chiesa ticinese dell’Ottocento nei documenti degli archivi vaticani e Gli studi sulla Chiesa e sui cattolici nel Ticino: risultati e ritardi, entrambi pubblicati sulla «Rivista di studi ecclesiastici svizzeri» (Zeitschrift für schweizerische Kirchengeschichte). Gli abbiamo chiesto di commentare quanto emerso dal rapporto dell'Università di Zurigo sugli abusi sessuali perpetrati dalla Chiesa cattolica in Svizzera.

Professor Panzera, il rapporto dell’Università di Zurigo è molto critico con la diocesi di Lugano riguardo alla conservazione dei documenti e alla tenuta dell’archivio diocesano. Che cosa ne pensa?
«Purtroppo, bisogna tener conto delle condizioni in cui ha versato per anni l’archivio della diocesi: il personale è sempre stato pochissimo, e l’archivista uno solo, impossibilitato ovviamente a fare il necessario lavoro di inventariazione, catalogazione e sistematizzazione. Io stesso ho frequentato l’archivio fino a non molti anni fa e la situazione era questa: archiviazione molto sommaria, documenti nelle scatole, elenco dei soggetti striminzito. Soltanto negli ultimi anni le cose sono migliorate con l’arrivo di don Carlo Cattaneo».

Giudica credibile l’accusa mossa dalle ricercatrici dell’Università di Zurigo di una possibile «distruzione di documenti dell’archivio segreto» ordinata dal vescovo Eugenio Corecco?
«Trovo difficile credere a una distruzione sistematica, anche perché la stessa sarebbe in contraddizione con la situazione descritta in precedenza. Per essere bruciati, i documenti più spinosi avrebbero dovuto prima essere ordinati. In realtà, da quel che ricordo, anche le carte dei vescovi erano raccolte in scatole dentro le quali si trovava di tutto».

Sicuramente le regole avrebbero potuto essere rispettate in modo diverso. Ma va sottolineato che la situazione degli archivi, per la mancanza di personale specializzato e di risorse, è tuttora difficile

In ogni caso, appare chiaro come la diocesi di Lugano non abbia sempre rispettato quanto prescritto dal Codice di diritto canonico (486-491), e in particolare l’obbligo di “compilare un inventario o catalogo” dei documenti contenuti nell'archivio, redigendo pure “un breve riassunto delle singole scritte”.
«Sicuramente le regole avrebbero potuto essere rispettate in modo diverso. Ma va sottolineato che la situazione degli archivi, per la mancanza di personale specializzato e di risorse, è tuttora difficile, e non parlo soltanto di quello diocesano ma anche di quelli parrocchiali o di altre associazioni».

Ma lo Stato non ha poteri di controllo sugli archivi storici?
«Non su quelli privati. Secondo quando disposto dalla legge sugli archivi, che è abbastanza recente (del 2011, ndr), lo Stato, attraverso l’Archivio cantonale, fornisce aiuto a Comuni e Patriziati. La Chiesa o altre associazioni private sono invece fuori dalla sua portata. È difficile invocare un intervento pubblico in materia di archivi privati; certo è che, dal punto di vista della ricerca storica, la distruzione dei documenti è sempre un vero e proprio delitto».

Professor Panzera, al di là della questione degli archivi, come storico della Chiesa cattolica, che cosa pensa di quanto sta emergendo a proposito degli abusi compiuti da sacerdoti e religiosi?
«Non mi sono mai occupato, nello specifico, di casi del genere, ma mi aspettavo che quanto emerso in altre realtà ecclesiastiche potesse riguardare anche la Svizzera. Le diocesi elvetiche e la diocesi di Lugano non potevano fare eccezione. Purtroppo, si tratta di un problema che investe tutta l’organizzazione della Chiesa».