Claudio Zali, l'inchiesta penale si somma alla bufera degli audio

Due vicende distinte, un solo protagonista. Sul consigliere di Stato Claudio Zali si è aperto un procedimento penale – per le ipotesi di reato di abuso di autorità e tentata coazione – legato al suo interessamento al caso del 14enne rimasto per quasi un mese nel carcere giudiziario della Farera. Ne ha dato notizia, stamane, la Regione. A questo si somma, con tempistiche che ne amplificano l'eco politica, la bufera scoppiata attorno ai file audio a lui attribuiti e diffusi sui social media, con la richiesta di chiarimenti da parte dei presidenti di PLR, Centro e PS come riferito dal Corriere del Ticino. Mentre le due questioni corrono su binari separati, la politica cantonale prova a mettere ordine: questa mattina la Sottocommissione giustizia e diritti torna a chinarsi sul dossier del 14enne per stabilire come procedere.
Il procedimento penale: che cosa contesta la Procura
Il Ministero pubblico ha aperto un incarto, secondo quanto spiegato dalla Regione già a fine giugno, nei confronti del consigliere di Stato. Le ipotesi di reato sono, appunto, abuso di autorità e tentata coazione. L'inchiesta è condotta dal procuratore generale Andrea Pagani e dalla sostituta procuratrice generale Chiara Borelli. Gli inquirenti avrebbero già eseguito interrogatori e perquisizioni, oltre al sequestro di documentazione.
Al centro dell'indagine c'è l'incontro del 9 giugno nell'ufficio di Zali, alla presenza della magistrata dei minorenni Fabiola Gnesa, della responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti, del direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini e della direttrice medica del Servizio di medicina penitenziaria dell'EOC Teresa Salamone. Un incontro che, secondo i critici, potrebbe aver messo in discussione la separazione dei poteri.
Come era nata la vicenda
Il caso affonda le radici in un fatto di cronaca del Locarnese, nel maggio scorso. Un gruppo di ragazzi, maggiorenni e minorenni, è sospettato di aver commesso reati contro l'integrità della persona ai danni di un altro minorenne, nell'ambito di una spedizione punitiva di gruppo. Nei confronti dei giovani coinvolti sono state disposte misure restrittive della libertà o sostitutive all'arresto.
Il 14enne, coinvolto nell'inchiesta di Ministero pubblico e Magistratura dei minorenni, è finito tra maggio e giugno prima in detenzione e poi collocato alla Farera, in mancanza di strutture adeguate e dedicate ai minorenni: una situazione che, va detto, riguarda in media una ventina di minorenni ogni anno, con permanenze prolungate che restano l'eccezione (3-4 casi all'anno). Nel caso specifico, l'allungamento dei tempi sarebbe da ricondurre alla decisione di disporre una perizia, anche allo scopo di tutelare il ragazzo da sé stesso. Dopo 28 giorni alla Farera, il 17 giugno il giovane è stato trasferito, a seguito di uno scompenso psicofisico, dapprima verso una prima presa a carico psichiatrica e successivamente all'Unità di cura pedopsichiatrica dell'OSC a Stabio. In seguito è stato anche ricoverato in terapia semi-intensiva.
Il caso è diventato politico per l'interessamento personale di Zali, conoscente della madre del giovane. Nelle sue prese di posizione, tra cui una lunga intervista alla Regione, il direttore del Dipartimento del territorio ha spiegato di credere «fermamente nella separazione dei poteri» e di aver soltanto esortato i presenti «a trovare qualche soluzione alternativa», ritenendo «altamente problematico» un collocamento a tempo indeterminato di un 14enne alla Farera. Zali ha inoltre precisato di non essere stato lui a convocare la magistrata Gnesa e di non sapere che all'incontro sarebbero intervenuti anche Laffranchini e Salamone. «Quello che ho fatto – ha detto – l'avrei fatto e lo rifarei per qualsiasi 14enne in una situazione analoga».
La reazione del mondo politico è stata forte: oltre agli atti parlamentari, tra cui un'interrogazione dell'MPS con primo firmatario Matteo Pronzini, la Commissione della gestione e delle finanze ha attivato l'alta vigilanza, con la Sottocommissione finanze che ha già avviato i propri lavori sentendo i partecipanti alla riunione di inizio giugno.
Il secondo fronte: i file audio diffusi sui social
A intrecciarsi con l'inchiesta penale è, da ieri, il caso delle registrazioni audio attribuite a Zali e diffuse sui social media. Gli estratti, pubblicati su un profilo Instagram anonimo di recente, ma risalenti al 2022-2023, vedono una voce maschile, identificata dall'interlocutrice come «Claudio» e in un'occasione «Claudio Zali», pronunciare frasi ritenute particolarmente gravi, tra cui un'esortazione a compiere atti contrari alla legge («Riempila di botte», «Io l'ho pestata»). Il Corriere del Ticino ha riferito del contenuto dei frame audio; non vi è tuttavia certezza definitiva né sull'autenticità delle registrazioni né sull'identità dei protagonisti.
Zali ha replicato parlando di «una nuova e strumentale violazione della mia sfera privata», sostenendo che le registrazioni, qualora a lui attribuibili, sarebbero state effettuate a sua insaputa e sarebbero dunque «frutto di reato». Il consigliere di Stato ha annunciato azioni legali, accusando anche i tre presidenti di partito (Alessandro Speziali del PLR, Fiorenzo Dadò del Centro e il co-presidente PS Fabrizio Sirica) di avvalersi di registrazioni «palesemente illegali» per «scopi elettorali». I tre gli avevano scritto chiedendo un chiarimento pubblico; l'MPS si è invece spinto oltre, invitando Zali a «riflettere seriamente alla prospettiva di una sua dimissione».
