Sanità

Cure a domicilio pagate dagli utenti, lanciata la petizione

È iniziata la raccolta firme contro la partecipazione degli utenti ai costi spitex, misura in vigore dal 1. aprile – Raccolte oltre 5 mila firme online nel primo giorno – Il deputato Ivo Durisch: «Ci sarà un contraccolpo economico sui ceti meno abbienti e i risparmi attesi rimangono incerti»
©Samuel Golay

«Non è colpa dei pazienti». È questo il titolo della petizione (online e offline) lanciata contro la partecipazione degli utenti ai costi delle cure a domicilio, che nelle prime 24 ore ha raccolto più di 5 mila firme online. La misura di risparmio introdotta dal Governo, lo ricordiamo, prevede un contributo di 50 centesimi ogni 5 minuti di cura, fino a un massimo di 15 franchi al giorno a carico dei pazienti, per un costo totale medio stimato in circa 150 franchi, ma che potrebbe raggiungere i 450 franchi. I fornitori di prestazioni inizieranno a fatturare il 1. aprile. L’alleanza di organizzazioni a difesa dei pazienti ha presentato, a Casa Marta a Bellinzona, la petizione a cui hanno aderito l’Associazione terza età (ATTE), l’organizzazione mantello alliance Care, l’Associazione degli spitex privati (ASPS), Pro Infirmis, il sindacato VPOD e i partiti PS, MpS, PC, Più Donne e Verdi.

Le testimonianze

La conferenza stampa, ha spiegato Lisa Boscolo (PS), «avrebbe potuto essere strutturata su un piano più politico, abbiamo invece voluto portare la voce di chi è direttamente toccato».

Il paziente: Riccardo Lazzarotto. Necessita di cure a domicilio dopo essere stato colpito da un ictus. La sua giornata è inevitabilmente scandita dall’assistenza che le infermiere gli prestano quotidianamente. Oltre all’aspetto medico, c’è «quello umano che le specialiste mi offrono quotidianamente», ha raccontato. Un ulteriore punto riguarda i costi: «Le infermiere vengono a casa mia due volte al giorno, la mattina e la sera. Per me non è un aiuto extra, è una necessità. Ma mi costerà una fattura di 450 franchi al mese che va ad aggiungersi a tutte le altre. Una cifra insostenibile».

La familiare curante: Rachele Titocci, di professione infermiera. Suo nonno, 88 anni, necessita di cure continue. «Sarebbe stato molto facile portarlo in una casa per anziani, ma ha espresso il desiderio di rimanere a casa e questo comporta già di per sé un costo extra. Le spese, con la nuova misura, diventano davvero importanti».

L’infermiera indipendente: Zorelis Santiago. «Iniziare a fatturare parte delle cure direttamente ai pazienti genera un conflitto etico. Inoltre, il nostro lavoro permette di prevenire problemi che, se non affrontati per tempo, porterebbero all’ospedalizzazione e a ricoveri non necessari».

Ed è proprio su questo aspetto che si è soffermato l’ultimo intervento. Il medico di famiglia: Matteo Dell’Era. «Mi sembra che ci sia un piede sull’acceleratore, quello di ridurre le ospedalizzazioni e disincentivare l’uso eccessivo delle cure in struttura, ma allo stesso tempo un freno a mano. Economicamente, questa misura disincentiva le persone a curarsi a casa, favorendo, prima o poi, l’ospedalizzazione».

Si muove la politica

Non solo le testimonianze. Alla conferenza stampa era presente Ivo Durisch (PS), promotore di una mozione - che chiede al Consiglio di Stato di sospendere la misura - e di un’interpellanza, ritenuta «uno strumento più rapido» per ottenere risposte immediate dal Governo. Il deputato socialista ha ricordato che la partecipazione degli utenti ai costi era già stata respinta dal popolo nel 2017 e, nel 2013, una misura analoga era stata bocciata dal Parlamento. «La versione attuale cambia il meccanismo, ma non la logica di fondo». L’obiettivo, ora, è «congelare subito la nuova misura. Per questo motivo, oltre alle interpellanze presentate da PS e Avanti con Ticino&Lavoro, abbiamo sostenuto anche la petizione». La quale punta a sospendere immediatamente la misura e, in un secondo tempo, ad abrogarla.

Gli aspetti più problematici del nuovo provvedimento riguardano, soprattutto, «il contraccolpo economico sulle persone meno abbienti e il rischio di rinuncia a cure ritenute "un lusso" quando in realtà rappresentano un bisogno». Inoltre, «i risparmi attesi sono incerti e una parte dei costi verrà semplicemente trasferita tra attori diversi del sistema», ha concluso Durisch.

Contro la misura decisa dal Consiglio di Stato si sono alzate più voci. L’Associazione locarnese e valmaggese di assistenza e cure a domicilio (ALVAD) ha deciso di sospendere l’entrata in vigore almeno fino alla fine di settembre. E si è detta pronta ad assumersi l’onere per il mancato incasso.