«I miei fratelli erano scioccati, si chiedevano se la terra avrebbe mai smesso di tremare»

«Ho pianto tutta la notte. Mi sento impotente, qui dall'altra parte del mondo». A parlare è Esly Arroyo, venezuelana che (come nel caso di Ismary) vive in Ticino. «Io vengo dallo Stato di Lara, che confina con Yaracuy, tra i più colpiti. Nella mia città non ci sono stati danni, ma tanta paura. I miei tre fratelli mi hanno raccontato di essersi spaventati moltissimo. Sono subito usciti, sono scappati fuori, scioccati. Si domandavano se la terra avrebbe mai smesso di tremare. Hanno descritto tutto come "molto veloce"».
Esly vive in Svizzera da 27 anni. Gestisce il Mamitas a Lugano: «Ho portato un po' di Venezuela in Ticino e, tra ieri e oggi, tutti quelli che sono venuti al bar hanno condiviso con noi questa estrema tristezza», spiega. «Continuo a ricevere messaggi di persone preoccupate e il loro interessamento mi fa sentire tutta la solidarietà e vicinanza». Ma, nel suo Paese d'origine, sono ore concitate. Si scava per trovare i sopravvissuti sotto le macerie. «È il momento della disperazione. Ci sono decine di migliaia di dispersi. Chi è sopravvissuto è rimasto senza casa, non c'è elettricità in molte zone e scarseggia l'acqua. Per fortuna stanno arrivando rinforzi da tutto il mondo (Svizzera compresa), i primi ad aiutare sono stati Honduras e Bolivia».
I fratelli di Esly le hanno raccontato che, nei primi minuti dopo il sisma, la TV di Stato diffondeva messaggi di emergenza con l'invito a «restare a casa» e a «mantenere la calma». «Lo trovo davvero assurdo», commenta Esly. «Anche un bambino sa che in caso di terremoto bisogna fuggire. Io in Venezuela lavoravo come politologa e conosco bene il mio Paese. E so che non è pronto per affrontare quello che è successo. Ma d'altronde, chi lo sarebbe? Sono state due scosse in sequenza estremamente forti e dall'impatto devastante».
Esly ha due biglietti prenotati per il 29 luglio. «Sarei dovuta partire per il Venezuela insieme a mio figlio. Avevo previsto di passare qualche giorno a Caracas, per consentirgli di fare la carta d'identità, prima di spostarci nel mio Stato. Mia figlia mi ha detto "mamma, se fosse successo quando eravate lì, non so che cosa avrei fatto". Adesso è il momento della tristezza. Spero di riuscire a organizzare una raccolta fondi al Quartiere Maghetti non appena le cose saranno più chiare e capiremo i bisogni dei miei connazionali».

