Relazioni bilaterali

I sindacati ticinesi si smarcano, «l’intesa con l’UE non porta benefici»

OCST e UNIA si distanziano dalla posizione favorevole al nuovo pacchetto di accordi espressa da USS e Travail.Suisse – Per le due sigle le misure di compensazione interne negoziate in Svizzera non tengono sufficientemente conto delle specificità del nostro cantone
©Gabriele Putzu
Paolo Gianinazzi
05.11.2025 06:00

In Ticino, il tema dei rapporti con l’Unione europea è storicamente sempre stato ben più sensibile (eufemismo) rispetto ad altre regioni del Paese. Quale territorio di frontiera, il nostro cantone vive in prima persona gli effetti che comportano le relazioni con l’UE. Si pensi – giusto per citare un esempio lampante – al controverso tema del frontalierato. In Ticino, detto altrimenti, si è sempre guardato con un certo scetticismo agli accordi bilaterali. E anche l’ultimo pacchetto negoziato tra Berna e Bruxelles non ha fatto eccezione. Non a caso, pure il Consiglio di Stato recentemente si è distanziato dalla posizione favorevole della maggioranza dei Cantoni, spiegando che un «sì» al pacchetto potrebbe giungere dal Ticino solo a condizione che alcune richieste vengano soddisfatte.

E non è un caso che anche i sindacati ticinesi OCST e UNIA, contattati dal Corriere del Ticino, abbiano preso una posizione ben diversa rispetto ai sindacati nazionali. USS e Travail.Suisse, infatti, negli scorsi giorni hanno chiarito – in estrema sintesi – di essere favorevoli al pacchetto a condizione che il Parlamento federale accolga il pacchetto del Consiglio federale (composto da 14 misure di compensazione interna) in materia di protezione dei salari. OCST e UNIA Ticino, invece, come vedremo partono da una posizione ben diversa. Per le sigle sindacali ticinesi quanto negoziato (con l’UE, ma soprattutto a livello di compensazioni interne) non è sufficiente per tener conto delle specificità ticinesi. E, quindi, da parte loro è giunto un sostanziale «no» al nuovo pacchetto di accordi bilaterali.

«Servono misure più forti»

«Gli accordi bilaterali, da un punto di vista macro, sicuramente portano anche dei benefici alla Svizzera. Ma al Ticino, allo stato attuale, portano ben poco», spiega al CdT il segretario cantonale di OCST, Xavier Daniel. E questo perché «gli effetti sociali ed economici di tali accordi sono fortemente asimmetrici: mentre le regioni centrali e urbane traggono vantaggi significativi da una maggiore integrazione con l’UE, altre regioni di frontiera come il Ticino subiscono un aumento della pressione salariale, della concorrenza sul mercato del lavoro e, dunque, della precarizzazione dei lavoratori». Per questo motivo, riassume Daniel, OCST ha preso una posizione diversa rispetto ai sindacati nazionali. Un punto, questo, sottolineato anche dal segretario regionale di UNIA Ticino, Giangiorgio Gargantini: «La differenza di posizione con i sindacati nazionali si spiega con la grande differenza che c’è tra determinate realtà d’oltralpe e il Ticino: ciò che oltre Gottardo può anche legittimamente essere considerato come sufficiente per proteggere i lavoratori, in Ticino semplicemente non lo è». Non è un caso, aggiunge Gargantini, «che i lavoratori di UNIA Ticino durante l’ultimo congresso nazionale abbiano espresso tutti i loro dubbi e le loro preoccupazioni» riguardo agli accordi con l’UE. In questo contesto, «è importante che la voce del Ticino si senta chiaramente».

Concretamente, dunque, i sindacati ticinesi chiedono misure di compensazione interne ben più incisive e che tengano maggiormente conto della realtà ticinese. Ancora Daniel: «Ci saremmo aspettati maggior riguardo per le conseguenze della libera circolazione sul tessuto sociale e economico del Ticino. Invece, di misure di compensazione per ilTicino non ce ne sono, a nessun livello: la clausola di salvaguardia è nazionale, sulla perequazione intercantonale non si è mosso nulla, la facilitazione del decreto per rendere di forza obbligatoria i Contratti collettivi di lavoro è simile a quella odierna». Insomma, «le conseguenze della libera circolazione – si pensi al frontalierato, alla stagnazione dei salari, oppure alla difficoltà dei giovani a competere con profili sovraformati provenienti dall’estero – non vengono in alcun modo discusse negli accordi con l’UE».

Anche Gargantini su questo fronte evidenzia che «in Ticino sono necessarie misure più forti». Ad esempio? «Ciò che deve essere garantito sono salari con cui si possa vivere dignitosamente in Ticino», spiega il segretario di UNIA. «Penso dunque a salari minimi economici più alti di quello attuale. Oppure a una vera protezione contro il licenziamento. Quella proposta dal Consiglio federale (ndr. la 14.esima misura di compensazione proposta dal Governo) che prevede solo alcune mensilità supplementari in caso di licenziamento, per altro soltanto per alcune categorie di lavoratori, semplicemente per noi non è sufficiente». Tutto ciò, spiega Gargantini, è riassumibile nello slogan adottato al congresso nazionale: «Proteggiamo i salari, non le frontiere».

Daniel, poi, fa notare che le conseguenze negative potrebbero anche essere indirette ed esplicitarsi solo nel medio e lungo periodo. «Si pensi alla liberalizzazione del mercato dell’energia. In Ticino chi gestisce queste aziende sono realtà che offrono buone condizioni salariali, sono partner affidabili e ben radicati sul territorio». Dunque, la possibilità che arrivino altri attori, «magari meno attenti alle specificità del territorio, ci preoccupa». Il rischio è quindi quello di firmare una cambiale in bianco potenzialmente pericolosa per il Ticino. E lo stesso principio vale anche per la questione della ripresa dinamica del diritto europeo: «Di fatto, sottostando a un tribunale europeo, andremmo a congelare le attuali misure di accompagnamento. Ma il Ticino essenzialmente sfrutta già al massimo il potenziale di quelle misure. E avrebbe dunque bisogno di svilupparle. Ma con il nuovo accordo sarebbero congelate perché molto difficilmente un tribunale europeo si pronuncerebbe per un loro inasprimento».

OCST, dunque, avanza richieste precise all’indirizzo delle autorità federali: «Chiediamo ad esempio – chiosa Daniel – la possibilità di introdurre dei salari minimi economici per le regioni di frontiera, calibrati sul costo della vita e sulla pressione del mercato locale, oppure di facilitare la procedura di decretazione della forza obbligatoria dei CCL, oppure ancora di introdurre, nell’ambito della perequazione intercantonale, misure di compensazione specifiche per i Cantoni di frontiera».

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