Maxi trasporto di cocaina dal Sudamerica: la base logistica era a Lugano

Nelle scorse settimane, la Corte di cassazione italiana ha messo la parola fine, con un piccolo asterisco, a un’intricata vicenda giudiziaria che ha coinvolto diverse persone. Concludendo che, sì, a Lugano vi era la base operativa di una banda che nell’estate del 2021 ha cercato di fare arrivare via aereo dal Sudamerica almeno 600 chili di cocaina in Italia, nonché di importare dal Marocco un’ingente quantità di hashish. Tentativo fallito, quest’ultimo, per un errore nelle carte del volo. Il primo invece, si era arenato per l’arresto dell’organizzatore dei traffici, finito in manette per aver fatto giungere - tramite una sua società di Lugano - 1,5 tonnellate di anfetamina tipo «captagon» e 2,8 tonnellate di hashish via nave dalla Siria all’Italia. L’organizzatore, un imprenditore italo-svizzero cinquantenne già residente nel Luganese, è stato condannato a 16 anni (oltre ai dieci per il captagon, sei per la cocaina), un 67enne (latitante) imprenditore già attivo a Lugano in ambito petrolifero a otto anni, e un 61enne imprenditore titolare di società attive in ambiente aeronautico nel Sopraceneri a... non si sa. L’unica eccezione della Cassazione alla sentenza della Corte d’appello di Bologna (che questo giornale aveva potuto consultare: si veda l'articolo correlato)) riguarda infatti la commisurazione della sua pena, il cui calcolo (tre anni e mezzo) è stato ritenuto erroneo. Confermate invece le sue responsabilità penali. L’incredibile vicenda, perlomeno per quanto siamo abituati a vedere alle nostre latitudini, ha dunque una sua verità giudiziaria compiuta.
In poche parole
L’aggettivo incredibile non è usato con leggerezza. La vicenda prende le mosse da una cena a Lugano dove l’imprenditore attivo in città, che dice di essere in contatto con un «Colonnello» intenzionato a vendere droga, viene messo in contatto con dei trafficanti albanesi che finanzieranno poi le operazioni. L’imprenditore riceverà mezzo milione di euro dai trafficanti per organizzare il trasporto di cocaina e 150.000 per quello di hashish. Nelle intenzioni, la cocaina sarebbe stata pagata 4.000 euro al chilo e poi rivenduta a Bruxelles per trentamila, per un guadagno stimato in 13 milioni.
L’imprenditore, per organizzare le cose, si affida a due suoi conoscenti. Il primo, il 67enne, gli troverà fra l’altro una «garanzia umana» da mandare dietro compenso di 50.000 euro in Paraguay a garanzia della riuscita dell’operazione. Il secondo, ritenuto infine esterno all’associazione criminale, gli ha invece organizzato il trasporto aereo in Marocco (fallito a Palma de Maiorca per degli errori nelle carte di volo) e si è adoperato per quello in Sudamerica. Quest’ultimo volo non è mai andato in porto, anche per via dell’arresto dell’organizzatore, cosa che fra l’altro l’ha esposto alle ritorsioni dei trafficanti albanesi, i quali - e anche questa verità giudiziaria è cresciuta in giudicato - si erano poi recati a Lugano tentando di intimorire la famiglia del cinquantenne al fine di riavere il denaro. Parte di esso - i 150.000 euro per la spedizione marocchina - era poi stata rinvenuta dagli inquirenti elvetici nell’abitazione, sempre a Lugano, di uno dei membri del gruppo, un ex poliziotto italiano.
Le indagini elvetiche
Della vicenda si è occupata infatti anche la giustizia elvetica che ha sia trasmesso documentazione ai colleghi italiani, sia emanato decreti d’abbandono «tecnici» nei confronti del 50enne e del 61enne. Tecnici perché dettati dal fatto che il caso era sotto indagine in Italia: anche gli inquirenti elvetici, infatti, sospettavano, come ora confermato, che il 50.enne «utilizzasse la Svizzera come schermo logistico, nonché quale piazza per il riciclaggio di denaro del provento di fondi riconducibili ad attività criminali».


