Pierluigi Pasi su Crans-Montana: «Eventi di tale portata siano gestiti dalle autorità di Berna»

«Per eventi come quello di Crans-Montana, di vasta portata con evidenti importanti risvolti e interazioni internazionali, anche istituzionali e giudiziari, e potenziali ripercussioni sulla reputazione dell’intero Paese, credo che la legge potrebbe prevedere che, ad occuparsi del perseguimento penale, d’intesa con il Cantone siano eccezionalmente le autorità centrali della Confederazione, per naturale vocazione più indicate anche a rappresentarne gli interessi pure all’esterno dei confini nazionali. Ovviamente, anche in quest’eventualità sempre nel rispetto della separazione dei poteri e dell’indipendenza della magistratura, da parte di tutti dentro e fuori da questi confini». Pierluigi Pasi, avvocato ed ex capo dell’antenna luganese della Procura federale, abituato a coordinare e condurre procedimenti penali internazionali con autorità estere in particolare italiane, si esprime così sulle critiche piovute all’indirizzo della Procura vallesana, accusata di essere insufficientemente «attrezzata» e forse non sufficientemente indipendente.
Critiche arrivate soprattutto dall’Italia come ha dimostrato la decisione della premier Giorgia Meloni di richiamare a Roma l’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado per «convincere» la Svizzera a indagare sulla tragedia in maniera congiunta. «Effettivamente, per le loro gravi conseguenze e la tragicità dei risvolti umani, i fatti di Crans-Montana hanno comportato l’eccezionale esposizione mediatica dell’intero nostro Paese – sottolinea l’ex procuratore –. L’eco che questi tragici fatti ha avuto e avrà anche sui media internazionali e nell’opinione pubblica all’estero soprattutto per i risvolti giudiziari, ha pochi precedenti. Si ha l’impressione che l’interessamento proprio in questo senso alla vicenda giudiziaria, per la quale secondo la nostra legge per i reati che risultano investigati oggi è competente solo l’autorità penale del Canton Vallese, comporti indirettamente la messa in dubbio della capacità delle istituzioni e della giustizia elvetiche in generale di farvi fronte». Ma è davvero così? «Allo stato attuale nessuno può trarre conclusioni definitive e certe – riprende Pasi –. Neppure chi partecipa al procedimento rappresentando le vittime, non è detto che tutti gli atti e tutte le prove raccolte siano già a disposizione. Esprimersi ora sul come siano state gestite le indagini e soprattutto dare un giudizio definitivo sulla loro efficacia nello stabilire i fatti è quindi solo un azzardo».
È però vero che all’estero si parla perlopiù e si critica la Svizzera intera senza tenere conto della realtà federale, anche per così dire giudiziaria. Proprio nei giorni scorsi sul CdT, l’ex magistrato di «Mani pulite», Antonio Di Pietro si è detto convinto che il vero errore della Procura vallesana sia stato quello di non intervenire subito. «Ritengo che il vero errore sia stato quello di non ricorrere immediatamente a misure cautelari nei confronti di Moretti», ha detto Di Pietro. «La carcerazione preventiva per legge sottostà a condizioni precise, la regola di principio è che l’indagato resti in libertà – commenta Pasi –. Devo dire che se, come si legge, in effetti fosse stata chiesta e ottenuta dal pubblico ministero per il pericolo di fuga a distanza di due settimane da fatti del genere e di tale natura, obiettivamente la cosa potrebbe sembrare singolare, il motivo mi pare evidente. Non ho la spiegazione». Ma se dovesse farsi largo l’ipotesi di riciclaggio internazionale o reati di mafia, che qualcuno ipotizza in Italia, le cose potrebbero cambiare? «Sì, in questo caso potrebbe entrare in discussione la competenza del Ministero pubblico della Confederazione».
