Quindici anni dall'attentato a Marrakech: «Un tempo lunghissimo senza i miei tre amici»

Si dice che il tempo lenisca le ferite. Opinabile. Ci sono dolori che non passano mai, e date che restano impresse nella memoria, anche collettiva, cariche di dolore. Il 28 aprile è una di queste. Era il 2011 e un attentato terroristico mandò tutto in frantumi nel Caffè Argana di piazza Jamaa el Fna, a Marrakech. In quel bar, quindici anni fa, seduti a un tavolino, c'erano anche quattro ragazzi ticinesi. Corrado «Mondo» Mondada, Cristina «Chichi» Caccia, Morena «Nena» Pedruzzi e André Da Silva Costa. Morena fu l’unica a sopravvivere, nonostante le ferite gravissime. L'attentato è costato la vita a 17 persone, 25 rimasero ferite. È una ferita che ogni anno, in questa data, ancora brucia. Perché ha messo per la prima volta anche il nostro cantone di fronte alla follia terrorista. E, oggi, unisce la popolazione nel ricordo.
La commemorazione
Ogni anno, a Marrakech, si celebra una cerimonia commemorativa. Arnaldo Caccia, il papà di Chichi (deceduta il 6 maggio, otto giorni dopo l'attentato, all'ospedale di Zurigo), vi ha sempre presenziato (tranne nel 2020 e nel 2021, quando la pandemia lo ha costretto a casa). Quest'anno lo spazio realizzato in memoria delle vittime – dove si trovano una stele e un ulivo, simbolo di pace – era inagibile, a causa di lavori. Quando Arnaldo ha ricevuto la mail che annunciava l'annullamento del momento di ricordo, lo ha trovato inaccettabile: il 28 aprile non poteva essere lontano da quel luogo che ha strappato la vita alla sua bambina, a soli 25 anni. «È intervenuta la Svizzera e siamo riusciti in pochissimo tempo a organizzare la commemorazione. È merito dell'ambasciatore svizzero in Marocco, Valentin Zellweger, di Max Rosari, console onorario a Marrakech, e di Gennaro Sangiorgi, capo Affari consolari dell'Ambasciata», spiega. «È stato molto toccante e ho sentito realmente la vicinanza del mio Paese».
Il momento di raccoglimento si è svolto sul tetto del museo Monde des Arts de la Parure. Una cerimonia «all’insegna della memoria, della solidarietà e del rispetto – spiega l'ambasciatore Zellweger –. Quel tragico attentato è costato la vita a 17 persone, tra cui tre cittadini svizzeri. A 15 anni dalla tragedia, questa commemorazione richiama alla mente una convinzione fondamentale: ricordare significa rifiutare l’indifferenza. Ricordare significa affermare che ogni vita conta».
«Ancora oggi sembra tutto surreale»
Insieme al papà di Chichi, a Marrakech, sono volati due amici e il presidente del Gran Consiglio Fabio Schnellmann. «Me lo aveva promesso oltre un anno fa: "Al quindicesimo anniversario verrò insieme a te". Per me è stato davvero importante che abbia mantenuto la promessa», commenta Arnaldo Caccia. Schnellmann, dal canto suo, parla di un «momento particolarmente emozionante»: «È vero, sono trascorsi 15 anni, ma il tempo non ha cancellato questo dramma che ha colpito il Ticino. Tante volte leggiamo e guardiamo al telegiornale le notizie che arrivano dal resto del mondo e pensiamo che questi tragici eventi capitino agli altri. Nel 2011 è successo a noi. Il male ha toccato amici, figli di amici, conoscenti. Sembra ancora oggi surreale, ma purtroppo è capitato. Il mio messaggio? Bisogna guardare avanti con fiducia, sperando che cose simili non succedano più. E, soprattutto, è indispensabile continuare a stare vicini alle persone colpite, perché questo dolore non passa mai, e dedicare un pensiero quotidiano alle vittime».
15 anni lunghissimi, «soprattutto senza i miei amici»
«Gli anniversari sono un po' come delle scadenze: arrivano, portano interrogativi e stimolano a fare un bilancio». Lo ha scritto Morena Pedruzzi nel suo libro, Risollevarsi. La mia vita dopo un attentato terroristico. Il 28 aprile, per lei, è inevitabilmente una «giornata strana». Che anche oggi ha scelto di passare in compagnia dei suoi genitori. «Perché sono stati loro a salvarmi», ci confessa. «Le conseguenze che io mi porto addosso da quel giorno sono tante, indelebili, e il mio corpo me le ricorda in ogni momento. L'anniversario, però, è un momento in cui ci pensano anche tutti gli altri. Quindici anni mi sembrano tantissimi, soprattutto sono tantissimi senza i miei amici. Questo è sicuramente il pensiero più doloroso per me». Eppure, Nena, ci lascia con un messaggio di speranza: «La vita non si ferma, il tempo scorre e quindi è come se non ti consentisse di restare troppo ancorata nel passato. Il tempo ti spinge in avanti, sempre con un pensiero a chi non c'è più e a quella che ero io, prima di tutto questo». Risollevarsi, si intitola il suo libro. Il motivo, lo spiega con la sua penna: «Credo che l’equilibrio abbia poco a che vedere con lo stare in piedi, ma sia piuttosto qualcosa che ha a che fare con lo stare interi, senza perdersi, senza andare in mille pezzi».

