Riorganizzare i dipartimenti? L’idea fa breccia in tutti i partiti

Riorganizzare le competenze dipartimentali. La discussione, in realtà, non è nuova. Quasi regolarmente, negli ultimi anni, la necessità di una riflessione in questo senso è stata avanzata da più parti, tanto a destra quanto a sinistra. Ultima, in ordine di tempo, la consigliera di Stato socialista Marina Carobbio, che in un’intervista al Corriere del Ticino ha riaperto il dibattito, rilanciando la questione in questi termini: «Penso che sia giunto il momento, dopo tanti anni, di riflettere se i Dipartimenti vadano ancora bene così come sono, indipendentemente da chi li guida, oppure se sia necessaria anche una nuova composizione, una diversa ripartizione delle competenze; penso ad esempio a quei dossier trasversali».
UDC: «Economia e formazione»
In effetti, dalla riforma del lago d’Orta, di anni ne sono passati tanti. Quasi quaranta. «Da allora il mondo è cambiato profondamente, ma l’organizzazione dell’amministrazione cantonale non è mai stata davvero ripensata», premette il presidente UDC, Piero Marchesi. «Come avviene in qualsiasi azienda privata, è arrivato il momento di rivedere l’organizzazione della macchina amministrativa, affinché possa dare ai cittadini le risposte necessarie nel modo più efficiente possibile. E quindi, possibilmente, anche con costi inferiori». Un esempio? Secondo Marchesi la scuola deve dialogare con l’economia, e viceversa. «Se vogliamo offrire qualche opportunità in più ai nostri giovani, e quindi formarli in prospettiva di un impiego, questi due settori devono parlarsi». Come già avviene in altri cantoni, secondo Marchesi «sarebbe opportuno che l’economia fosse accorpata alla scuola, mettendo in rete l’intera filiera, dalla formazione dei giovani fino allo sbocco professionale». Significa dividere finanze ed economia? «Sì. Tenerle assieme non è una buona soluzione. L’economia dovrebbe spingere, promuovere, investire; le finanze invece devono frenare, per evitare di spendere troppo. Se è la stessa persona a gestire entrambi gli ambiti, si rischia di restare fermi». Ad ogni modo, secondo Marchesi questa riforma «non si può fare dall’oggi al domani: si potrebbe pensare di impostarla nella prossima legislatura, per farla entrare in vigore in quella successiva».
PS: «Scuola e DSS»
Favorevole a una riflessione in questo senso è anche la co-presidente del PS, Laura Riget. «Mi viene in mente un esempio concreto: il fatto che le strutture di accoglienza per bambini (come gli asili nido e le attività extrascolastiche) e la scuola facciano capo a dipartimenti diversi comporta un importante lavoro di coordinamento. Ci sono dunque ambiti in cui avrebbe senso interrogarsi sull’opportunità di cambiare approccio». Un altro esempio, prosegue Riget, riguarda il tema della parità di genere. «Oggi la Delegata per le pari opportunità fa capo alla Cancelleria, mentre la lotta alla violenza domestica fa capo al Dipartimento delle istituzioni. Anche in questo caso si potrebbe forse immaginare un approccio diverso, più interdipartimentale». Secondo Riget, però, questa riflessione dovrebbe essere fatta già a inizio legislatura. «Cambiamenti di questo genere vanno certamente approfonditi con attenzione, ma devono anche essere implementati rapidamente, proprio per evitare che la discussione si trascini. L’ideale sarebbe quindi aprire il confronto e procedere con l’attuazione già all’inizio della legislatura». Secondo Riget, tuttavia, questo esercizio non deve essere il pretesto per ridurre la spesa, o per accorpare uffici nel tentativo di risparmiare. «I dossier sono sempre più complessi e, semmai, servono più risorse per rispondere ai bisogni dei cittadini». Sarebbe favorevole a un aumento dei consiglieri di Stato? «Potrebbe avere effetti positivi, come in altri cantoni, ma considerando anche la situazione finanziaria ticinese non penso che una riforma di questo tipo sia realistica».
Centro: «5 non bastano più»
Chi, invece, nel recente passato, si è apertamente pronunciato a favore di un aumento del numero dei consiglieri di Stato è il presidente del Centro, Fiorenzo Dadò: «Oggi abbiamo cinque persone che devono fare il boia e l’impiccato per dirigere cinque dipartimenti mammut a compartimenti stagni, con problematiche sempre più complesse ma interconnesse», aveva dichiarato al Corriere del Ticino. Oggi la posizione di Dadò non cambia: «Ci vuole un lago d’Orta bis. Una riforma dei dipartimenti, e più in generale del sistema di conduzione dello Stato, è necessaria e andrebbe avviata al più tardi all’inizio della prossima legislatura, con il nuovo Consiglio di Stato». Secondo Dadò, l’assetto attuale non regge più. «L’amministrazione cantonale è diventata una struttura “mammut”, troppo pesante e poco snella, con doppioni, scarsa chiarezza nelle competenze e nei rapporti con i Comuni». A suo giudizio, i dipartimenti sono oggi troppo grandi e complessi perché un singolo consigliere di Stato possa davvero avere sotto controllo tutto ciò che ricade sotto la propria responsabilità: «Questo contribuisce a un problema ulteriore: oggi vediamo un Governo che fatica a governare davvero, dove ognuno controlla il suo orticello senza una visione d’insieme. Questo penalizza l’azione politica e porta a proposte estemporanee e non coordinate, come sui ristorni». Non solo. Secondo il presidente del Centro, una revisione complessiva dell’assetto statale potrebbe anche portare a risparmi: «Questo sarebbe l’effetto di un ripensamento serio e generale dell’organizzazione, non di singoli interventi improvvisati». Per questo stesso motivo, Dadò evita volutamente di entrare nella logica del «toto-competenze» o del «toto-uffici». «Sarebbe un errore ragionare in base agli interessi dei partiti o alla convenienza del momento, decidendo quali settori spostare da un dipartimento all’altro a seconda della propria area d’influenza politica». Per fare un lavoro serio, sostiene, occorre invece affidarsi a figure indipendenti, capaci di analizzare in modo neutrale l’organizzazione dello Stato.
Lega: «Aperti, ma...»
Secco il commento del coordinatore della Lega, Daniele Piccaluga, secondo il quale «se Marina Carobbio ha questa idea, allora avrebbe potuto anche avallare l’arrocco proposto dai due consiglieri di Stato leghisti, anziché votare contro». La proposta avanzata ai colleghi di Governo la scorsa estate da Norman Gobbi e Claudio Zali, a mente di Piccaluga «avrebbe dovuto rappresentare un primo passo per una riforma più allargata che portasse a un vero e proprio ripensamento dei compiti dipartimentali». Per questo motivo, aggiunge, «è stata un’occasione persa». La Lega, in tutti i casi, è pronta a tornare a discuterne con la prossima legislatura. Anche perché, ricordiamo, anni addietro (era il 2015) fu lo stesso Zali, fresco di rielezione, a sottolineare l’esigenza di una nuova organizzazione dell’amministrazione cantonale. «Non si tratta - disse allora - di togliere un compito a qualcuno per darlo a un altro. Non va intesa come una prova di forza, ma di razionalizzazione». Parole che, oggi, Piccaluga sottoscrive. «Siamo assolutamente disposti ad ascoltare le proposte che arriveranno, anche se, prima di procedere a un eventuale spacchettamento o revisione dipartimentale, bisogna capire bene chi vorrebbe che cosa».
PLR: «Finanze e socialità»
L’idea di un’ampia revisione dipartimentale piace anche al presidente del PLR Alessandro Speziali, che però tiene a chiarire subito come «non deve essere un’operazione di maquillage, com’è stato per l’arrocchino, ma una vera riforma». Due, sostiene Speziali, i motivi per cui una riorganizzazione - a quasi 40 anni dalla precedente - appare «più che mai necessaria». «Da un lato, il Ticino è profondamente cambiato, così come sono cambiati i servizi dello Stato. Dall’altro, attraverso un rimescolamento delle carte, si presenterebbe finalmente l’occasione concreta per rompere il muro che separa i servizi cantonali, superando quel rigido dipartimentalismo che oggi è un problema». Più in generale, infatti, per il presidente del PLR «accanto a questioni settoriali specifiche, che continuerebbero a essere trattate internamente dai singoli Dipartimenti, ci sono macrotemi e grandi cantieri che invece sarebbe opportuno venissero discussi dall’intero collegio governativo. Ciascuno potrebbe così dare la propria visione e, tutti insieme, trainare le riforme». Inoltre, aggiunge, sarebbe anche l’occasione per riflettere sull’attuale assetto di suddivisione delle competenze. «Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se la formazione non debba essere accorpata all’economia o alla sanità, pensando alle sfide future. Oppure se la socialità non possa essere gestita da chi si occupa delle finanze, in modo che ci si possa chinare anche sui costi della socialità». Insomma, per Speziali il modello attuale avrebbe «ampio margine per essere rivisto, anche prendendo spunto da quanto avviene nelle realtà comunali, la cui suddivisione tra Dicasteri è molto diversa da quella adottata dal Cantone».
Quel ritiro segreto sul lago d'Orta che cambio tuttò
L’attuale assetto dell’amministrazione cantonale in cinque aree dipartimentali venne deciso nel mese di dicembre del 1991 dal Governo entrato in carica otto mesi prima. Ne facevano parte il socialista Pietro Martinelli, i liberali-radicali Dick Marty e Giuseppe Buffi ed i popolari-democratici Renzo Respini e Alex Pedrazzini. Il Consiglio di Stato si riunì per due giorni in gran segreto fuori confine, sul lago d’Orta, per discutere la riorganizzazione dell’amministrazione, allora divisa in dieci dipartimenti. Il lunedì successivo, il Governo si presentò in Gran Consiglio con la soluzione che, a parte alcuni aggiustamenti, è durata fino ad oggi. Il Dipartimento della sanità e della socialità (allora Dipartimento delle opere sociali) rimase su per giù così com’era (con l’aggiunta delle tutorie). Ambiente e costruzioni furono aggregati nel nuovo Dipartimento del territorio; Giustizia, Polizia, Interno e Militare in quello delle Istituzioni; Finanze ed Economia pubblica nel Dipartimento delle finanze e dell’economia; mentre il Dipartimento della pubblica educazione divenne Dipartimento dell’istruzione e della cultura (il DIC, con i musei e la formazione sanitaria), successivamente denominato, sotto la direzione di Gabriele Gendotti, Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS). Ciascuno dei dipartimenti disponeva di un segretario generale (funzione poi abolita), una sorta di «numero due» del consigliere di Stato. Contemporaneamente, furono istituite anche le Divisioni. In seguito, ci furono vari traslochi, ma mai nulla di sostanziale. Nel 2007, il PPD rivendicò per le Istituzioni la politica regionale, allora (come oggi) di competenza del DFE per il tramite della Divisione dell’economia. In teoria, alle Istituzioni avrebbero dovuto essere aggregati i compiti di politica regionale e quelli della Legge sul turismo legati a progetti regionali. Ma all’atto pratico l’operazione non si concretizzò.


